Casa Boldrini - Editrice Imperium

Da Longanesi si mangiava divinamente. La casa era invece arredata in modo pessimo: le pareti erano tappezzate di quadretti acquistati a Montecatini, con paesaggi e tramonti inguardabili, e credo proprio che sia stata quell'opprimente visione quotidiana a spingerlo ad una reazione estetica che poi lo avrebbe portato alle non comuni raffinatezze per le quali fu celebre.

(M. Maccari)

La famiglia Longanesi venne ad abitare, da Lugo di Romagna, nel 1911, quando Leo aveva sei anni, in palazzo Boldrini, all'angolo tra via Irnerio e piazza Otto Agosto. Il controverso edificio - un progetto dell'architetto Paolo Graziani, giudicato fuori stile e fuori scala rispetto al quartiere circostante - era stato da poco completato.

Angela Marangoni, la madre di Leo, donna "diffidente, scettica, previdente", determinata a difendere il suo status sociale agiato, volle creare attorno al ragazzo un ambiente fertile per la sua crescita.

La casa diventò un cenacolo di persone rinomate a Bologna in ambito artistico e letterario. Tra gli ospiti che la frequentavano vi erano Alfredo Testoni, Giuseppe Lipparini, il poeta Zangarini, Lorenzo Ruggi, Gherardo Gherardi.

Ma Leo aveva ambizioni più vaste del ristretto ambiente locale. Proprio in via Irnerio n. 5 iniziò la sua avventura nel mondo del giornalismo e della tipografia. Qui fu infatti la sede e la redazione delle sue prime riviste, di sapore goliardico, con testi ancora ingenui, ma con disegni già molto maturi e un innegabile gusto grafico. Erano il mensile "E' permesso?" del 1921, uscito per soli tre numeri, e il quindicinale "Il Toro", edito dalla Casa editrice Imperium, pubblicato dal 1° marzo 1923.

Il giovane compì intanto le più varie esperienze: fece vari viaggi all'estero, soprattutto a Parigi e a Vienna, e a Roma entrò in contatto, a soli diciassette anni, con il gruppo futurista di Anton Giulio Bragaglia, portando con sé il manoscritto del suo primo libro: Il trattato dei pantaloni a cacarella. Fu coinvolto in formazioni nazionaliste e aderì al fascio di combattimento guidato da Arpinati. Insieme partecipò attivamente, assieme ad altri amici liceali, alle iniziative e alle mostre del gruppo futurista bolognese raccolto attorno a Tato (Guglielmo Sansoni).

Nel novembre del 1924 ospitò nella casa di via Irnerio Mino Maccari, fondatore e animatore del "Selvaggio". Nei mesi precedenti prese a frequentare i bordelli e i caffè di Bologna, conobbe Bacchelli, Binazzi, Morandi. Cominciò a collaborare all' "Assalto", giornale-battaglia della locale federazione fascista. Era l'anno della crisi seguita al delitto Matteotti e Longanesi si scagliava contro "i farabutti dell'Aventino, vecchie carogne di una vecchia Italia".

Il 14 gennaio 1926 uscì il primo numero de "L'Italiano", rivista settimanale della gente fascista. Sull' "Assalto" fu pubblicizzata come la "miglior rivista rivoluzionaria del Regno". La redazione era ancora segnalata in via Irnerio 5-7. Longanesi lavorava in una stanza, che aveva alle pareti "qualche pugnale fra esemplari dell'archibugio a trombone e del cappello di briganti ottocenteschi".

Le idee politiche del giornale? "Fascismo vero, di pura marca rivoluzionaria, razzista". Il gruppo dell' "Italiano" si annunciava come una setta "di giovani salvatici, ostili se occorre anche al fascismo ufficiale, che poverone, ad di fuori della politica, ci fa una magra figura".

Con il terzo numero la redazione de "L'Italiano" lasciò la casa di via Irnerio e si trasferì in via Rizzoli n. 20, in un grande fabbricato posto di fronte al palazzo "Modernissimo". I quadretti di Montecatini, "con paesaggi e tramonti inguardabili", furono nuovamente protagonisti in casa Longanesi.



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Il palazzo abitato da Longanesi in via Irnerio - sede delle sue prime imprese editoriali

Dove:

via Irnerio, 5

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