Caffè del Pavaglione

Piazza Galvani, 4

Terminata la lettura, il Carducci, compiacevasi molte sere di giocare al prediletto briscolone e qui la sua natura, per molti rispetti ingenua e quasi fanciullesca, aveva il sopravvento. Egli teneva moltissimo a mostrarsi buon giocatore ed a vincere la piccola posta stabilita, per poi offrire alla compagnia qualche bottiglia di vino eccellente. Ma in verità non sapeva giocare e, cosa curiosa, stentava assai a conteggiare i punti delle partite. Tuttavia egli non ammetteva di perdere e se talvolta ciò accadeva, metteva di colpo il broncio. Necessario quindi, per tenerlo di buon umore, era di farlo apparire abile e fortunato nel gioco ed a questa bisogna tutti dal più al meno si sobbarcavano.

(O. Trebbi)

Il Caffè del Pavaglione, fondato nel Settecento, era situato sotto il portico dell'Archiginnasio, tra la libreria Zanichelli e l'attuale bar Zanarini.

A metà dell'800 il locale era decaduto e offriva "uno spettacolo indecoroso, sia per la riprovevole sporcizia dell'ambiente, che per il contegno villano dei frequentatori".

Nel 1866 fu riaperto dai coniugi Filippo e Sofia Bergonzoni, già proprietari del modesto Caffè dei Bastardini in via D'Azeglio, che presero a gestirlo "con decorosa proprietà".

Il nuovo Pavaglione era in Piazza della Pace e in poco tempo diventò "il caffè delle persone serie", luogo di incontro di cittadini di ogni estrazione sociale, "ritrovo di molte persone colte". Di lì a poco l' "incerta luce del Caffè del Pavaglione" avrebbe rischiarato la statua del Galvani.

I contadini e i commercianti del mercato dei bozzoli lo frequentavano durante il giorno; alla sera lo animavano "i soci del Club Felsineo e gli habitués dei veglioni e delle feste carnevalesche", i frequentatori del ballo popolare e dei concerti bandistici.

Il Caffè ebbe tra i suoi avventori i personaggi illustri della città, da Gioacchino Napoleone Pepoli a Marco Minghetti, da Francesco Rizzoli al sindaco Tacconi.

Lo frequentava il prof. Raffaele Belluzzi, creatore della Lega per l'Istruzione del Popolo e animatore di un Asilo Giardino per i bambini poveri: era continuamente alla ricerca di argomenti da trattare nelle conferenze della Lega e di idee per finanziare l'Asilo.

Enrico Panzacchi e Ernesto Masi discutevano tra loro in modo garbato e signorile. Chi aveva la fortuna di ascoltarli "provava un piacere inesprimibile, molto spesso imparava", anche quando l'argomento della conversazione non era importante.

Ogni tanto capitava al Caffè anche Angelo Sommaruga, fondatore e direttore della "Farfalla" e della "Cronaca bizantina", editore di Carducci, Panzacchi, Guerrini.

Ma è soprattutto a Giosue Carducci, assiduo con il suo cenacolo di "chiari e vivaci ingegni, quasi tutti giovani" presso la vicina libreria Zanichelli, che il Pavaglione è "debitore della massima gloria" e della fama di "caffè delle persone serie".

Ai suoi tavoli il poeta era solito leggere con attenzione il giornale milanese "Il Secolo", che il cameriere Minzoni gli porgeva all'ingresso, dopo avergli tolto il soprabito. Poi faceva una partita a carte o partecipava alle vivaci discussioni che vi si tenevano, intervenendo "con parole di chiarimento o di approvazione, o con motti arguti".

Sul Carducci al Pavaglione esiste una interessante testimonianza di Augusto Lenzoni, acuto osservatore e abile cronista dell'epoca:

Dei momenti beve muto, serio, accigliato, come se un pensiero lugubre gli occupasse il capo. Si scuote, porta il bicchiere all'altezza dell'occhio, lo scruta, gli sorride, poi lo vuota d'un fiato. Allora i suoi occhietti neri brillano come carbonchi. Non istà fermo un istante: si dimena sulla seggiola, si passa le dita nei capelli arruffati; si tormenta la barba fino a strapparne i peli. Un pò di vino generoso gli eccita i nervi e gli scioglie lo sciolinguagnolo in una maniera incredibile. Parla di tutto e di tutti: tira fuori versi d'Orazio e di Virgilio, di Dante e del Foscolo, del Klopstock e del Heine, del Browning e del Platen.

Alla fine dell'800 il Caffè del Pavaglione, allora anche ristorante e birreria Dreher, era gestito da Enrico Lamma. Diventò allora una sorta di quartier generale del partito popolare e "succursale della residenza comunale". Chiuse nel 1900, "con rincrescimento degli hàbitués", sostituito dal negozio Singer di macchine da scrivere.

La sera del 1° marzo 1898, in una saletta al piano superiore del Caffè del Pavaglione si tenne la prima riunione della Academia della Lira. Lo scopo di questa stramba associazione era quella di riunire ogni tanto, "in una sera qualunque di una settimana qualunque, un fraterno banchetto composto da letterati ignoranti, di giornalisti analfabeti, di autori fischiati ...".

Si veniva affiliati semplicemente partecipando ad una delle magrissime cene, dal prezzo inferiore ad una lira, che si tenevano in una delle tante trattorie bolognesi.

Il sgner Pirein di Fiacchi fu eletto Presidente onorario. I numerosi ospiti da fuori città erano omaggiati con "saggi di virtuosità dei suoi soci - saggi in versi e in prosa, in italiano e in tutti i dialetti": sonetti romagnoli di Stecchetti, prediche di Augusto Galli, monologhi di Musi, poesie di Carlo Zangarini e certi versi "intimi" della Sgnera Cattareina di Testoni, non adatti alla stampa, ma tra i suoi "più gaj e riusciti".

Oltre a Testoni e Guerrini, alle serate della Lira parteciparono personaggi come Ermete Novelli, Zacconi, Alfredo Oriani, Arturo Gazzoni. Nessuno osò mai invitare Giosuè Carducci, che un giorno protestò vivamente per "il prestito forzato" di un suo sonetto, pubblicato sulla Strenna della Lira.

Approfondimenti
  • Albo carducciano. Iconografia della vita e delle opere di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 148
  • Oreste Cenacchi (Chiunque), Vecchia Bologna. Echi e memorie, con prefazione di Giulio De Frenzi, Bologna, Zanichelli, 1926, pp. 10-11, 43-67
  • Claudia Culiersi, Paolo Culiersi, Carducci bolognese, Bologna, Patron, 2006, p. 114
  • L'Emilia Romagna com'era. Alberghi, caffè, locande, osterie, ristoranti, trattorie. Sulle tracce di un passato recente alla riscoperta dei segni mutati o cambiati di una secolare tradizione d'ospitalità, a cura di Alessandro Molinari Pradelli, Roma, Newton Compton, 1987, p. 64
  • Alessandro Molinari Pradelli, Bologna in vetrina: dall'Unità d'Italia alla Belle Epoque, Bologna, L'inchiostro blu, Cassa di Risparmio in Bologna, 1994, pp. 73-75
  • Alessandro Molinari Pradelli, Bologna tra storia e osterie. Viaggio nelle tradizioni enogastronomiche petroniane, Bologna, Pendragon, 2001, p. 64
  • Alessandro Molinari Pradelli, Osterie e locande di Bologna. La grassa e la dotta in gloria della tavola: folclore, arte, musica e poesia nelle tradizioni contadine e gastronomiche della città felsinea, Roma, Newton Compton, 1980, p. 109
  • Marco Poli, La Bologna dei caffè, Bologna, Costa, 2005, p. 20
  • Le strade di Bologna. Una guida alfabetica alla storia, ai segreti, all'arte, al folclore (ecc.), a cura di Fabio e Filippo Raffaelli e Athos Vianelli, Roma, Newton periodici, 1988-1989, vol. 1., p. 48, 83
  • Alfredo Testoni, Bologna che scompare, 2. ed., Bologna, Cappelli, 1972, pp. 138-143
  • Oreste Trebbi, Il Caffè del Pavaglione, in: I caffè storici in Emilia-Romagna e Montefeltro, a cura di Giancarlo Roversi, Casalecchio di Reno, Grafis, 1994, pp. 143-155
  • Marco Veglia, La vita vera. Carducci a Bologna, Bologna, Bononia University Press, 2007, pp. 259-260
  • Athos Vianelli, Bologna in controluce. Storie e curiosità fra un secolo e l'altro, Bologna, Inchiostri, 2001, p. 70