Scalza e nuda...

suggerimenti di lettura, ascolto e visione per l'estate 2010 di Pina D'Aria

Ciabatte, no grazie! Ho fatto radio per oltre 30 anni proponendo musica e argomenti da “slego”, persino ora che mi sono adeguata a fare l’ospite qua e là. Infatti, non è molto che in città a Radio Fujiko con Patty Bottura, ho continuato l’opera d’inseminazione e di lancio tramite brani di almeno due delle mie splendide adolescenze!
Vi dono Tomorrow di Sandie Shaw perché cantava scalza: non è sufficiente togliersi degli indumenti per essere nudi e io adoro camminare a piedi scalzi sul bagnasciuga, in casa, per strada. Nico La femme fatale dei Velvet Underground ve la faccio ricordare con I’m not sayin’ quando la cantò qui a Bologna e prima mi aveva confessato che il suo “mug” non funzionava bene.
Pensate, dopo di lei mi sarei dovuta esibire in una performance con Martorelli e Vitiello e lei m’incoraggiò e io le promisi che le avrei regalato il mio “mug”, ma le cose andarono bene per entrambe in quegli anni ’80 in cui mi sentivo un pesce fuor d’acqua per i troppi revival e i replicanti all around. Sapete, sono una ragazza degli anni ’70, con una lunga chioma bionda, qualche volta rossa e mi adorno di fiori e collanine: venite più vicino, li sentite? Sono i Mountain che intonano For Yasgur’s farm e intorno arrivano a frotte, migliaia di giovani come ali di farfalle: Woodstock, il mitico festival da cui emerse il suono della gente che ama e che rifiuta la guerra. E’ lì sul palco, Country Joe McDonald, si rivolge al pubblico, chiede di cantare con lui Feel like I’m fixing to die: per che cosa stiamo combattendo in Vietnam e oggi da questo testo improvvisato, a mo’ di lettera, ripeto, come ci si sente a morire ancora ragazzi? Stop the war everywhere!
Gli Stoneground con An added attraction erano così semplici, deliziosi; forse non eguagliavano i Jefferson Airplane che ci inondavano con le note di metallo elargite dall’ugola di Grace Slick, memorabile in White rabbitt, ma ancor di più, a mio modesto avviso di d.j. di tante pirate rock radio, in Let it go il cui lirismo puntava al cuore: non puoi credere a tutto quel che senti… lo spirito bambino che vive dentro, non aspetta di meglio che crescere… devi andare…
Il senso era questo, almeno così ricordo e vado a connettermi con Steppenwolf che in Born to be wild afferma di essere in gara col vento nella speranza d’incontrare il mondo in un abbraccio, che  faccia sentire la nostra vera natura, quella, appunto, di un bambino. Per me inoltre, perseguitata da piccola da maestre cialtrone e dalla canaglia cristiana, perché non battezzata, ascoltare i versi di Cathedral di Crosby, in trio con Stills e Nash, fu una liberazione, una specie di riscatto:… molti hanno mentito in nome di Cristo e io non credo… . Divenne un inno e forse un po’ per ripicca vista l’età giovanile, giocavo a fare la fata, la strega, la maghetta;  ho imparato ad essere corpo, essenza di un vivere profondo, non posso ignorare di essere donna, ho sempre girato e ancora desidero muovermi come mi pare.
Ecco, vi dedico The witch nelle tre versioni che amo, prima fra tutte quella dei Rattles, di seguito, insieme, le interpretazioni dei Fuzztones e dei Sonics. A questo punto dell’elenco, devo inserire due signore: Janis Joplin  e Joni Mitchell, la prima con Half moon che restituisce energia allo stato puro se siete un po’ giù di corda e A piece of my heart a cui devo il titolo del mio primo programma radiofonico sulla Rai3; la seconda ve la mostro nella lugubre ma significativa ballata di The priest. Non dimenticatevi di Kate Bush in The cloudbusting, perché la fiaba ha bisogno di essere rivisitata, magari in compagnia di menestrelli del calibro di Jan Anderson che ve lo lascio gustare mentre brandisce un magico flauto con Witches promise. Non tralasciate My girlfriend is a witch degli October Country e sempre in vena di consigli stimolanti per l’ascolto e per il pensiero, suggerisco Tecnotronic Lad del mitico, unico, vero capellone americano, Shawn Phillips, che amava Positano come me e lo rammento volentieri per il garbo e gli accordi uniti a una voce sognante. Per urgenza poetica, mi accingo a mettere sul piatto Valerie di Amy Winehouse che situo tra bellezze incandescenti, libere, della magnitudo di Nina Hagen, Lydia Lunch, Lene Lovich, quindi svolto con delicatezza e vi sorprendo a portare il ritmo con Fever da preferire se cantata da Peggy Lee, o da un’indimenticabile Ann Margret. Qui ci ficco Bang bang, che sussurravo ai miei primi amori imitando Nancy Sinatra, pur apprezzando le traduzioni yèyè, o western rock di Cher e dei Corvi.
Non riesco a frenare questa trasmissione virtuale: voglio salutare gli amici, i brothers bikers, con Black Betty dei Ram Jam per evocare i  raduni al mare, a Osoppo, a Vilach, a suon di Gimme some lovin’ degli The Spencer Davis Group e di Sweet child o’ mine dei Guns&Roses; sono sincera, m’identifico con la gioia reattiva di Axl Rose. California kid e Anarchy in UK mi coinvolgono se gestite alla grande dai Beat Farmers e posso continuare a  mescolare le carte portandovi a zonzo dagli anni ’60, con Misirlou di Dick Dale & The Del Tones, al succulento spirit of garage style, assai vitale, dei Rocket From The Crypt con Born in ’69, anno fondamentale nella mia esistenza: per la prima volta vidi una manifestazione di beat e studenti e decisi che volevo protestare contro le guerre, la disuguaglianza di genere, lo sfruttamento e m’impegnai da quel momento a cercare i canali giusti per la contestazione, com’è ovvio, qualche anno dopo, approdai alle radio.
E non finisce qui, in quanto non vi ho ancora parlato del mio amore per Neil Young: l’adoro! Ascoltai Harvest e dissi a me stessa con quella vocina sincera e interiore: com’è gentile! Voglio un ragazzo così e sposai Michele Catarinella, chioma fluente, ideatore dell’unico Fri Zang Festival in un boschetto della Lucania e portatore per 10 anni del virus blues nel quartiere Barca di Bologna: bello e gratis! 
Di Neil Young vorrei che apprezzaste Don’t let it bring you down. E posso andare avanti e indietro sulla scala del tempo buttandovi in pasto ai Sepultura che stridono come gabbiani e hanno ragione a chiedersi a che piffero serve Policia, o, se v’interessa una scarica decisa e ossessiva di rifiuto della violenza, vi renderò preda di magnifici Rage Against Machine in Killing in the name, quindi, More human than human di White Zombie serve a completare l’ambientazione.
L’area delle motivazioni è vasta, incommensurabile il piacere di portarvi a spasso e presentarvi ai Pennywise e ai Grateful Dead, agli ACDC nel pieno di un amplesso agitato, You shook me all night long, mentre nel nome della libertà, arriva la fresca ventata di Sing a song for freedom dei Frijid Pink. Questi e i Canned Heat mi fecero ricevere una pioggia di telefonate, in una chiassosa serata romana quando trasmettevo con le finestre aperte, portando la strada dritta nel mixer. Che emozione! Saltare di palo in frasca, sul filo conduttore della musica, accontentare tanti sconosciuti, assaporare complimenti e fare compagnia a chi non ce la fa a partire, o, all’improvviso, trova quel pretesto che lo spinge oltre le pareti di una stanza e… arrivano gli amici con le birre e mi sgridano chè non bevo… risate a go-gò dentro e fuori il microfono… volume da concerto… cosa mi resta? Tutto: la creatività, l’immaginazione, l’affetto, le ottime vibrazioni a mille! Vi racconto una cosa e non sarà l’ultima, poi, in maniera più sobria, passerò ai libri.
Ho molti pseudonimi e tra loro vince Lola Lupa, perché Lola fu il primo nickname che mi venne affibbiato da un freak infatuato. Avevo mandato sulle frequenze di Radio Frittata tre pezzi da urlo: Surfin’ bird fatta dai Trashmen, Black is black dei Los Bravos, dulcis in fundo, Lola dei Kinks e ballavo con Timothy l’altro d. j., che, cotto mio malgrado, con lo sguardo ammorbato dai sensi, pronunciò: “Be my little Lola, please!” Finsi spudoratamente di non intendere, la voce si sparse tuttavia e divenni Lola Lola per gli amici; negli anni ’80-‘90 mi trasformai in una cyber Lola Lupa con gambe da corridore, guercia e mangiatrice di sorcetti arrosto, nutella e cacciatorini made in Italy, come ricorda Gigi Padovani nell’opera dedicata alla Ferrero e come recitavo in Flatline romance che andrete a ripescare in Sala Borsa, con la splendida prefazione di una grande anima: Daniele Brolli. Acquisita la personale consuetudine di stampo esterofilo, per  il requiem vorrei Shake Ratte and Roll di Willie De Ville; ci siamo incontrati ad Imola prima del suo viaggio lungo le praterie del cielo: era semplicemente incarognito perché aveva eseguito un repertorio da ballo e tranne io, Tio Pepe e Toni Farina dei Pulp Dogs, nessuno si era schiodato dal posto a sedere; ci regalò delle rose bianche che avrebbe voluto gettare alle fanciulle di tutte le età se solo avessero mosso il culo!
Spengo i riflettori con Come on in my kitchen di Leon Russell e visto che al mattino mi sveglio molto presto, mentre i merli del mio magnolio fischiano per prendermi in giro e fanno bene, eccovi una dolcissima e progressive Early morning dei very freaks Epitaph. Ho preso la ruzzola col rock e ho tralasciato per forza di cose, molti nomi, del resto non tutti mi riportano alla mente visioni e momenti interessanti, ma se dobbiamo parlare di libri, dovete sapere che i Doors di Jim Morrison si sono chiamati in tal modo per omaggiare Aldous Huxley che, con Geza Roheim, ha segnato la mia seconda adolescenza insieme alle poesie di Ferlinghetti e della beat Frisco, in generale, e che consiglio di non buttare nel dimenticatoio! Huxley scrisse Le porte della percezione e negli anni ’60-’70, con lo scoppio del boom psichedelico su cui si forgiarono alcuni linguaggi di rottura e parte delle produzioni underground, il libello incontrò una folla di assetati di conoscenza, anime in cerca di consapevolezza, ribelli sì, ma pacifici, senza patria e senza religione in un contesto di egemonia capitalista, violenta, meschina, fagocitante, con punte di accumulo e abissi d’indigenza, annientatrice delle forme di dialogo, di relazione, di comunità altre.
Di Huxley propongo un capolavoro di science fiction, Il mondo nuovo che vi risulterà attuale per i temi che tratta, per la scorrevolezza dei concetti: “L’amore per la natura non fa lavorare le fabbriche”. Sorseggiatelo con calma, nei ritagli di tempo, tra una sincera Banana Yoshimoto degli esordi e un Robert Walser de I fratelli Tanner tra i quali spicca Simon, che c’insegna il dispendio di tempo, il diventare artista, in grado di restituire alla società una letteratura carica di avvertenze distopiche, “svincolata dalla cappa ideologica”. 
Nel mare incasinatissimo della rete, digitate Il Paradiso Degli Orchi Rivista di letteratura contemporanea, miniera di chicche e piccoli capolavori di: Phil Potter, Alfredo Ronci, Polly Dickens, Michael Pergolani,  Anonymous, Giovanna Repetto, ecc…
Di mio, vi garantisco Il signore dei camion, fedele reportage di un’avventura on the road, reale, faticosa, meravigliosa. 
Tra i film raccomando la visione di Harold and Maude; provo tuttora sconforto e nausea se, come Harold, capito a contatto con una specie devastante di adulti; se il protagonista della pellicola rinsavisce e impara a suonare il banjo, io rinasco strimpellando l’ukulele. Altre volte sono simile a Maude, un po’ suffragette, folle e donchisciottesca, infine m’immedesimo proprio in quel Hal Ashby, il regista, che non ha perso occasione di criticare con ironia il sistema dei lecchini istupiditi e feroci del potere; lo faccio anch’io: fuckin’ establishment!
Adesso vi porto nel regno di Takin off di Milos Forman; siamo nel 1971 e i genitori della buona borghesia decidono di sperimentare la marijuana per comprendere le fughe dei figli. Il succo della storia è codesto e mi permette di affermare che fu un ottimo lavoro sciorinare l’idiozia del ceto di lusso e azzimato, la cui dabbenaggine scimunita rimane forever. Dissi “no” alla droga e alla mafia che uccidono, e secco persiste il rifiuto della classe dei babbioni, amen! In tempi recenti ho aggiunto alla lista dei preferiti su grande schermo: Maxwell Street di Phil Ranstrom e I love Radio Rock di Richard Curtis. Il primo mi ha rinviato a una storia del blues di Chicago con quella straordinaria impronta elettrica, tipica persino di certo blues bianco che ha scavato un tunnel nel mio cuore con l’armonica del compianto Paul Butterfield e non parliamo poi, di Charlie Musselwhite, catturato durante un’esecuzione magistrale in una sovrappopolata e allegra piazza di Bologna, grazie alla rassegna di “Avere i Blues”.
Ormai l’avete capito, ho un sogno nel cassetto: doppiare il viaggio di una boat radio, una stazione radio ad alto voltaggio, luogo di svago, come deve essere la vita, di passaggio dal paradiso, non attraverso gli inferni della subumanità inflitta come condizione dalla volontà assassina di una incallita, presunta e tronfia razza superiore. Che posto orrendo che abitate, se non conoscete lo swing! Alhoa alhoa! Fatemi chiudere con un odor di orchidee alla vaniglia alla maniera di Pee Dee, la d.j. delle Underdogs news.


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