Risorse digitali dedicate alla documentazione della storia, della cultura, della società e delle istituzioni di Bologna e provincia con particolare attenzione all’800-900.
Dalla Cronologia
Accadde oggi, 31 agosto.

Campionati europei di nuoto al Littoriale
Dal 31 agosto al 4 settembre si tengono nella piscina del Littoriale i campionati europei di nuoto, water polo (pallanuoto) e tuffi. Protagonista assoluto in campo maschile lo svedese Arne Borg, vincitore dei 100, 400 e 1.500 stile libero, mentre tra le donne trionfano atlete olandesi.
Il migliore risultato per gli azzurri è quello di Giuseppe Perentin, secondo nei 1500 s.l. con il nuovo record italiano.
Notevole è lo sforzo organizzativo per promuovere la massima partecipazione del pubblico. In occasione dei campionati sono concessi sconti ferroviari, tram gratuito e l'accesso libero ai musei cittadini.
Le nuove piscine del Littoriale appaiono tra le migliori d'Europa. Quella coperta sarà a lungo l'unica in Italia riscaldata nella stagione invernale. Vi si può accedere al prezzo di 2 lire e vi sono biglietti combinati per bagno e percorso tramviario andata e ritorno.
Una cartolina pubblicitaria dichiara che la piscina del Littoriale "offre una palestra di nuoto impareggiabile" e che l'acqua, "disinfettata giornalmente", è "immune da qualsiasi bacillo".
In questo impianto si terranno anche i Campionati italiani Assoluti, nel 1927 e dal 1930 al 1932, in occasione della presidenza FIN di Leandro Arpinati.

La sentenza Rivarola. Condannati oltre cinquecento carbonari
Il cardinale Agostino Rivarola (1758-1842), al quale papa Leone XII ha affidato la lotta contro la carboneria, istruisce a Ravenna una indagine, che il 31 agosto 1825 porta alla condanna a pene varie di 514 persone, apparteneti a società che mirano "allo sconvolgimento dell'Ordine sociale, e d'ogni buona Istituzione, per sagrificar tutto all'ambizione, alla vendetta, alle rapine, allo spoglio, all'immoralità d'ogni specie".
Più di un centinaio di cospiratori sono destinati ai lavori forzati, altri al “precetto politico” e ben sette alla pena capitale. La maggior parte degli accusati sono condannati senza un vero processo e senza sapere cosa è stato loro contestato.
I processi di Rivarola dimostrano che importanti gruppi carbonari hanno il loro centro d'azione a Bologna, oltre che in varie città e paesi della Romagna.
Tra i condannati vi è Luigi Zuboli, affiliato alla carboneria e alla massoneria, che ha cooperato per la diffusione della prima e la riforma della seconda e ha fatto sì che a Bologna si riaprissero i templi massonici.
Ha tenuto corrispondenza con le principali vendite carbonare della Romagna ed è intervenuto a riunioni e congressi con altri settari a Bologna e a Forlì.
Durante i moti napoletani ha eccitato alla rivolta i carbonari romagnoli, promettendo l'appoggio di quelli bolognesi, dei quali si spacciava per capo. E' condannato a morte per alto tradimento e numerosi altri delitti.
Sono invece condannati a vent'anni di galera Carlo Balboni di Faenza, il conte Gaetano Benati, reggente di una vendita carbonara a Bologna e indiziato del ferimento di Giacomo Greppi, direttore di polizia. Severe condanne toccheranno ad altri affiliati.
Ai sette condannati a morte della sentenza Rivarola sarà commutata la pena a 25 anni di reclusione. Papa Leone XII, che avrebbe preferito il capestro, dovrà cedere al Governo Austriaco, che, pur avendo apprezzato l'inquisizione pontificia, non concederà il "macello".
La carboneria proverà nel 1826 a colpire il cardinale Rivarola con un attentato nella pineta di Ravenna. Per questo tentativo andato a vuoto, cinque persone saranno processate e condannate a morte il 13 maggio 1828. Saranno i primi martiri risorgimentali, giustiziati per motivi strettamente politici.
Per anni nella pineta di Ravenna si canterà un adattamento della Carmagnola giacobina:
Noi danziam la CarmagnolaAccidenti a RivarolaViva li suon, viva li suonAccidenti ai papalon.

Murat a Bologna
Gioacchino Murat (1767-1815), proveniente da Parigi, entra solennemante in città dalla Porta Napoleona, già Porta San Felice. Due giorni prima sono giunti il figlio Achille e altri familiari.
Fedelissimo di Bonaparte, che ha seguito nelle sue imprese militari e di cui ha sposato la sorella Carolina, il maresciallo di Labastide è stato designato re di Napoli il 15 luglio col nome di Gioacchino Napoleone.

A Imola un monumento per Gilles Villeneuve
Dopo un accurato restauro viene ricollocato a Imola, nel Parco delle Acque Minerali, il monumento a Gilles Villeneuve (1950-1982), voluto dall'ing. Roberto Nosetto (1942-2013), già Direttore Sportivo della Ferrari e Direttore dell'Autodromo di Imola.
E' presente il figlio Jacques (1971- ), anch'egli pilota e campione del mondo di Formula 1 nel 1997.
Opera dell'ing. Ferdinando Forlay (1925-2014), il memoriale venne eretto nel 1983, a pochi mesi dalla tragica morte dello spericolato pilota canadese, pupillo di Enzo Ferrari (1898-1988), durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio di Formula 1 sul circuito di Zolder.
Il 25 aprile precedente Villeneuve aveva corso a Imola la sua ultima gara, il Gran Premio di San Marino, su una Ferrari 126 C2, terminando al secondo posto dopo un testa a testa - seguito da aspre polemiche - con il compagno di scuderia Didier Pironi.
Il fulcro del monumento è costituito da nove cerchi, simbolo del principio e della fine. Accanto ad essi, tre cilindri neri ricordano lo spettacolare giro su tre ruote fatto da Villeneuve nel 1979 a Zandvoort durante il G.P. d'Olanda.
In origine L'opera fu collocata nell'autodromo di fianco alla Curva dedicata a Villeneuve, che in seguito fu ridisegnata e trasformata in Variante.
La scritta "Salut Gilles" (Ciao Gilles) è uguale a quella che si trova sulla griglia di partenza del circuito di Montreal in Canada.
E' presente anche una targa con i ricordi di Ferrari:
"Sì, c'è chi lo ha definito "aviatore" e chi lo valutava "svitato". Il giorno che lo assunsi, prelevandolo dalle motoslitte, si sollevò un plebiscito di critiche e quando l'ho paragonato a Nuvolari ho trovato chi mi ha rimbeccato.Gilles? Con la sua generosità, con il suo ardimento, con la capacità "distruttiva" che aveva nel pilotare le macchine, macinando semiassi, cambi di velocità, frizioni, freni, ci insegnava cosa bisognava fare perché un pilota potesse difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità.E' stato campione di combattività ha regalato ed ha aggiunto tanta notorietà alla Ferrari. Io gli volevo bene".

Il Coro CAI Bologna
Un gruppo di giovani universitari, appassionati di canzoni della montagna, entra nel CAI Bologna e ottiene da esso una sede stabile per le prove.
All'inizio i componenti chiederanno consigli al più famoso e preparato dei cori alpini, quello della SAT (Società Alpinisti Tridentini), che metterà a loro disposizione l'esperienza di Carlo Pedrotti.
Seguiranno nuovi incontri con musicisti di vaglia, da Paolo Bon a Giovanni Veneri, che offriranno composizioni e armonizzazioni di canti popolari.
Il coro CAI Bologna effettuerà più di 600 concerti, partecipando a numerose rassegne e vincendo per quattro volte il Concorso Nazionale di Ivrea. Dal 1966, per trent'anni, sarà diretto dal maestro Mauro Camisa, che lo farà conoscere a livello nazionale.

Restauro della Casa Stagni in Canton dé Fiori
@ Via dell'Indipendenza, 1, 40125 Bologna BO
Per opera di Augusto Sezanne (1856-1935) viene restaurata la Casa Stagni (già Scappi, sec. XV) in Canton dé Fiori, all'incrocio tra la piazza del Nettuno e la nuova via Indipendenza (in cui fino al Settecento si faceva, appunto, mercato di fiori).
Rimane pressoché intatto il portico - gli affreschi, presto sbiaditi, sono sempre di Sezanne - dove era l'antico Caffè degli Stelloni, mentre è rifatta completamente la parte superiore, con decorazioni a fogliami e fiori parlanti dipinti da Achille Casanova (1861-1948) "secondo i gusti poetici degli antichi decoratori del Quattrocento".
Sotto il portico saranno installati nuovi fanali a gas più luminosi dei precedenti, “un superamento del becco Auer in attesa della luce elettrica”.
E' l'esordio del liberty in città. Alfonso Rubbiani (1848-1913) definisce Casa Stagni la prima dimora borghese "pittoresca" a Bologna.
Secondo lui, i palazzi di via Indipendenza, destinati a inquilini piccolo-borghesi, avrebbero dovuto conformarsi a questo stile libero e inventivo, moderno ed eclettico, piuttosto che agli esempi accademici "vestiti con ordini" e derivati dai trattati del Vignola o del Bramante.
Pittore e decoratore di estrazione accademica, Sezanne sarà insegnante di ornato a Bologna e a Venezia.
Membro di Aemilia Ars, disegnerà illustrazioni di libri e manifesti pubblicitari. Oltre a Casa Stagni, realizzerà la decorazione della sala consiliare di Rovereto e la palazzina Majani in via Indipendenza.
Dopo aver disegnato nel 1888 il logo dell’Alma Mater, sarà anche autore del primo logo della Biennale di Venezia e, fino al 1922, di molti dei manifesti, assieme ad Adolfo De Carolis (1874-1928).

La mostra "Monet e gli Impressionisti" a Palazzo Albergati
@ Via Saragozza, 28, 40123 Bologna (BO)
Il 29 agosto riparte, dopo l'interruzione dovuta alla pandemia, l'attività espositiva a Palazzo Albergati, con la mostra Monet e gli Impressionisti. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi.
Sono esposti 57 dipinti di Monet e dei maggiori esponenti dell'Impressionismo francese tra cui Manet, Renoir, Degas, Corot, Pissarro, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi.
Per la prima volta dalla sua fondazione nel 1934, il museo parigino - attualmente la più grande collezione al mondo di dipinti di Monet - cede in prestito molte opere mai uscite dai suoi depositi.
L'esposizione, visitabile fino al 14 febbraio 2021, vuole anche rendere omaggio ai numerosi collezionisti e benefattori che, a partire dal 1932, hanno contribuito ad arricchire la prestigiosa collezione del museo parigino, rendendola una tra le più ricche e più importanti nella conservazione della memoria impressionista.
La mostra è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia, in collaborazione con il Musée Marmottan Monet di Parigi e curata da Marianne Mathieu, Direttore scientifico del Museo.

"Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori". Sara Bolzani e Nicola Zamboni a Ferrara
La corte del castello estense di Ferrara ospita un vasto gruppo scultoreo, intitolato Umanità, degli artisti di area bolognese Sara Bolzani e Nicola Zamboni.
E' un complesso di figure in rame e terracotta ispirato alle scene della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, portata su un piano tridimensionale e attualizzata con personaggi dei nostri tempi.
Accanto a cavalieri e dame, duelli e rapimenti, stanno uomini e donne che fuggono le guerre, profughi, protagonisti di migrazioni passate e presenti.
Una parte delle sculture sono state esposte a Bologna nel 2011 nel cortile d'onore di Palazzo d'Accursio.
L'allestimento ferrarese evoca con nuovi lavori le vicende dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, scritto e stampato nella capitale estense.
Tra i richiami ai capolavori dell'arte - Paolo Uccello, Dürer, Giambologna - spicca l'interpretazione del San Giorgio e il drago di Cosmè Tura, custodito nella vicina cattedrale.
Prevista in un primo tempo fino a settembre 2021, la mostra sarà prorogata fino a giugno 2022.

Emilio Baumann
Emilio Baumann nacque a Canonica d'Adda nel 1843. Maestro elementare, nel 1861 fu allievo di Rodolfo Obermann al primo Corso magistrale di ginnastica di Torino.
Nel 1862 fu chiamato a Bologna dal Municipio e subito iniziò con spirito missionario a introdurre la pratica della ginnastica nelle scuole, facendo esercitare i suoi allievi tra i banchi e nei corridoi, in mancanza di palestre.

Alessandro Pirzio Biroli
Ufficiale dei bersaglieri e schermidore in forza alla Virtus, fu il primo atleta di una società sportiva bolognese a partecipare ai Giochi Olimpici.
Nel 1908, alle Olimpiadi di Londra, fu anche il primo ad ottenere una medaglia, quella d’argento nella gara di sciabola a squadre.

Campo sportivo del Ravone
@ via Luigi Valeriani, 21, 40135 Bologna
Il 18 settembre 1921 fu inaugurato solennemente, con i Campionati Nazionali di Atletica Leggera, il primo campo polisportivo cittadino, gestito dalla Società di ginnastica Virtus.

Giardini Margherita
@ Giardini Margherita
Il 6 luglio 1879, con grande partecipazione di popolo, venne inaugurato il Passeggio Regina Margherita, vasto parco pubblico ai piedi delle colline, tra Porta Castiglione e Porta Santo Stefano.

Parco di Villa Ghigi
@ Parco di Villa Ghigi
Si estende sul versante destro dell’appartata valletta del rio Fontane (un tempo nota come Valverde). Nonostante la vicinanza al centro storico, sottolineata dalla vista su Bologna, il parco possiede già molti caratteri del paesaggio collinare. Al suo interno convivono prati, coltivi, vigneti, filari di vecchi fruttiferi, pregevoli esemplari arborei esotici e autoctoni (alcune secolari roverelle, un grande tasso), lembi di querceto e un insolito boschetto di faggi piantato più di un secolo fa. Da fine inverno a primavera inoltrata nel sottobosco e nei prati del parco, che ha una superficie di 29 ettari, si succedono belle fioriture spontanee (elleboro, anemoni, tulipani, orchidee). La villa, di aspetto ottocentesco ma di origine più antica, nel ‘600 appartenne alla potente famiglia Malvezzi. Nel 1874 venne acquistata da Callisto Ghigi. Il figlio Alessandro (1875-1970), zoologo di fama e rettore dell’Università, negli anni ‘60 donò parte dei terreni al Comune di Bologna, che acquisì l’intero patrimonio nel 1972. Da molti anni il Centro Villa Ghigi svolge nel parco un’intensa attività di educazione ambientale per le scuole bolognesi.

Palazzo Pallavicini già Alamandini
@ Pallavicini già Alamandini
La facciata, la cui parte sinistra fu ridisegnata da Alessandro Amadesi nel 1788, conserva il cornicione del XV secolo. Lo scalone seicentesco fu progettato, forse, da Luigi Casoli intorno al 1690. All'interno si conserva un grande salone con affreschi di Giovanni Antonio Burrini (1690) e varie decorazioni, eseguite tra il 1789 e il 1792, per volere di Giuseppe Pallavicini, ad opera di F. Minozzi, F. Pedrini, V. Martinelli, G. A. Valliani, S. Barozzi e stucchi di G. Rossi.

Palazzo Lancia
@ Lancia
L'edificio fu progettato da Paolo Graziani nel 1936-37, in occasione della realizzazione della "nuova" via Roma che venne sistemata definitivamente proprio in quegli anni. La struttura architettonica appare volutamente monumentale e "metafisica" in sintonia con le ricerche espressive dell'autore.

Oratorio di San Rocco
@ San Rocco
Nel 1506 fu edificata una chiesa in onore di una Pietà dipinta sulle mura e vi ebbe sede la Compagnia di Santa Maria della Pietà e di San Rocco. Il portico è di P. Fiorini (1598) e la facciata di M. Tommasini (1661). Nel 1614 fu costruito l'oratorio, al piano superiore, dove sono conservati dipinti, entro ornati di G. Curti, con le Storie di San Rocco di Guercino (1618), G. B. Valesio, A. Provaglia, P. Desani, G. Cavedoni, F. Carracci, A. M. Colonna, G. F. Gessi, L. Massari, D. M. Canuti.

Palazzo Rizzoli
@ Strada Maggiore, 37
Benché fosse in via Mazzini e nell'austero palazzo del chirurgo Rizzoli era una specie di soffitta sotto il tetto, all'ultimo piano. Io - scusate se parlo di me - nacqui allora nel quartiere accanto; le due famiglie si scambiavan le visite, e nei miei ricordi d'infanzia rivedo spesso "il Professore" che scende la scala ripida e diruta con un mucchio di libri sotto l'ascella. Colà Lauretta cantava e Bice lavorava al telaio:
"Lauretta empiva intanto di gioia canora la stanza,Bice china al telaio seguia cheta l'opera de l'ago".
(G. Lipparini)

Giosue Carducci
Ognuno conosce la sua vita; essa è scritta con una schiettezza a cui non si può né togliere né aggiungere nei venti volumi delle sue Opere; poiché Carducci non è di quelli in cui bisogna distinguere la vita dagli scritti, lo scrittore dall'uomo.
(R. Serra)
Giosuè Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, in Versilia, provincia di Lucca. Trascorre la giovinezza in Maremma, tra Bolgheri e Castagneto, dove il padre esercita la professione di medico condotto. Cresce, ribelle e selvatico, a contatto con una natura ancora primordiale, che ricorderà nelle sua poesie come un Eden perduto.
Sotto la guida del padre studia i classici latini, ma anche Manzoni e Pellico. Compone le prime poesie. Nel 1849 la famiglia si trasferisce a Firenze. Giosue frequenta l'Istituto degli Scolopi e conosce la futura moglie Elvira Menicucci. Nel 1853 è ammesso alla Scuola Normale di Pisa, dove nel 1856 si laurea in Filosofia e Filologia. Nello stesso anno inizia a insegnare al ginnasio di San Miniato al Tedesco. Con alcuni amici fiorentini dà vita al gruppo degli Amici pedanti, di opposizione al romanticismo e strenua difesa del classicismo.
Nel 1857, presso la tipografia Ristori di San Miniato, esce il primo volume delle Rime, che avrà scarso successo. A Firenze inizia una collaborazione con l'editore Barbera come curatore di opere letterarie. A novembre muore, suicida, l'amato fratello Dante. L'anno dopo il padre.Giosue deve farsi carico della famiglia, trasferita a Firenze in Borgo Ognissanti.
Nel 1859 sposa Elvira, dalla quale avrà cinque figli, e accetta la nomina di professore di greco al Liceo Forteguerri di Pistoia.
Professore a Bologna
Il 18 agosto 1860 Carducci è incaricato dal ministro dell'istruzione Terenzio Mamiani a tenere la cattedra di Eloquenza italiana - che diverrà in seguito di Letteratura italiana - presso l'Università di Bologna.
La sera del 10 novembre 1860 scende dalla diligenza di Firenze alla posta di via dei Vetturini, stanco del viaggio attraverso l'Appennino coperto di neve. Appare come un giovane "dall'aspetto irsuto e quasi selvatico". Nei primi giorni alloggia alla Locanda dell'Aquila Nera.
Bologna gli fa l'impressione di una "bella città, e seria, senza lusso", gli piace "per l'aria di antica magnificenza che è nel fabbricato e per la maschia impronta che è nelle facce de' suoi abitanti".
Il 22 novembre pronunzia la sua Prolusione alle lezioni nella Università di Bologna, un excursus nella storia letteraria italiana. In un articolo sulla "Nazione", apparso poco dopo, lamenta lo scarso numero di studenti iscritti: solo trecento in tutta l'Alma Mater, dei quali neanche uno nella facoltà filologica.
Riguardo al suo insegnamento annuncia agli amici di non volersi allontanare per molti anni dallo studio della triade portante della letteratura italiana, Dante, Petrarca, Boccaccio e solo in seguito passare "alle parti del tempio", cioè ai secoli successivi.
Fa lezione all'Università nei pomeriggi dei giorni dispari, per due ore consecutive, dalle tre alle cinque: la prima di letteratura italiana, la seconda di letterature neolatine. Prepara con cura le sue lezioni, studiando e scrivendo per parecchie ore ogni giorno e non ripete mai i suoi corsi.
Riunita la famiglia, dal maggio 1861 prende casa in via Broccaindosso, dove rimarrà fino al 1876: un soggiorno sereno, tra lo studio e la cura dell'orto e della vigna, fino alla scomparsa, nel 1870, della madre e del figlio Dante.
Nel 1862 è iniziato alla loggia massonica "Concordia Umanitaria", di Rito Scozzese, alla quale sono affiliati numerosi esponenti della classe dirigente bolognese, dal sindaco Carlo Pepoli a Quirico Filopanti ad Augusto Aglebert.
Nel 1865 pubblica a Pistoia, con lo pseudonimo di Enotrio Romano e in un'edizione fuori commercio di pochi esemplari, l'Inno a Satana, componimento violentemente anticlericale, scritto di getto in una notte del 1863 e ispirato alle idee di Proudhon e Michelet.
L'impegno civile e politico
L'atteggiamento moderato del governo italiano sulla questione romana, l'Aspromonte e l'arresto di Garibaldi, la morte di Enrico Cairoli, la tragica battaglia di Mentana, lo spingono su posizioni giacobine e repubblicane. Stringe amicizia con vari attivisti.
Dopo il lavoro all'Università frequenta il Caffè dei Cacciatori e percorre i portici di Bologna, discutendo animatamente di politica. Anche la sua attività poetica è in questo periodo caratterizzata da tematiche sociali.
Sull' "L'Amico del popolo", foglio di tendenza repubblicana, definito dal cronista Bottrigari "schifoso e anarchico", pubblica i suoi primi Giambi ed epodi.
Nel 1866 è tra i fondatori della Loggia bolognese "Felsinea", di indirizzo democratico. Le posizioni di sinistra, filo-garibaldine, portano all'esclusione del sodalizio dalla Comunione nazionale. Alcuni fratelli, tra i quali Carducci e Ceneri, considerati "membra atrofizzate e inutili", vengono espulsi.
In questo periodo il suo spirito mazziniano si manifesta in modo violento. E' solo grazie all'intercessione dell'editore Barbera, e dietro alla promessa di non occuparsi più di politica, che riesce ad evitare il trasferimento alla cattedra di latino dell'Università di Napoli.
Nel 1868 è accusato di aver tenuto discorsi sovversivi durante un banchetto per l'anniversario della Repubblica Romana e di aver firmato un indirizzo di saluto a Mazzini e Garibaldi. La Prefettura teme "una cospirazione mazziniana tesa a rovesciare la forma attuale di governo". Assieme ai colleghi e amici Giuseppe Ceneri e Pietro Piazza, è sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio per alcuni mesi.
Nello stesso anno pubblica la raccolta Levia gravia di Enotrio Romano, dove, accanto a componimenti impegnati, compaiono poesie di ispirazione più leggera. Ne vengono stampati pochi esemplari, regalati ad amici e intenditori. L'opera non ha successo.
Nel 1869 è eletto consigliere comunale nella lista degli Azzurri di Camillo Casarini, assieme ad altri eminenti esponenti di parte democratica, quali Augusto Murri, Pietro Loreta, Enrico Panzacchi. Poco dopo è eletto presidente della Lega per l'istruzione del popolo, diretta da Raffaele Belluzzi.
Il 1870 è l'anno funesto della morte della madre e del figlioletto Dante, dolori che lo colpiscono duramente, lasciandolo a lungo torvo e svuotato. In una lettera confessa: "Non voglio far più nulla. Voglio inabissarmi, annichilirmi". Solo con il duro impegno nello studio e nel lavoro riesce pian piano a riprendersi. A Dante dedicherà nel 1871 la celebre poesia Pianto antico.
Nel 1873 esce, presso Galeati di Imola, la raccolta Nuove poesie, che è apprezzata soprattutto all'estero. Anche Ivan Turgenev ne chiede una copia. La prima edizione è subito esaurita.
Nel 1876 si trasferisce con la famiglia al n. 37 di via Mazzini (poi Strada Maggiore), in un nobile palazzo di proprietà del chirurgo Francesco Rizzoli. La casa di via Broccaindosso è ormai piena di tristi ricordi e insufficiente a contenere la sua grande biblioteca, in continuo incremento.
Un cenacolo sotto al Pavaglione
Dopo la pubblicazione, nel 1877, delle sue Odi barbare, prende a frequentare spesso la libreria Zanichelli, sotto il portico del Pavaglione. Qui non è raro trovarlo, nel tardo pomeriggio, "chino su un libro aperto" o intento a discutere con qualche conoscente. Il "cenacolo carducciano" di Zanichelli diventerà, nel tempo, il punto d'incontro di una parte cospicua della cultura italiana.
Le Odi barbare inaugurano, in concomitanza con la raccolta Postuma di Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini), la collezione elzeviriana di Zanichelli e in un primo tempo il successo arriderà piuttosto alle chiare, semplici e licenziose poesie di quest'ultimo, che fino al 1880 conosceranno sette edizioni. Più avanti il valore delle Barbare sarà maggiormente riconosciuto.
Nel 1878 la sua ode Alla Regina d'Italia, composta dopo avere conosciuto Margherita di Savoia, "spiccante mite in bianco, bionda e gemmata", durante una visita dei sovrani a Bologna, fa scandalo nel campo democratico: Arcangelo Ghisleri si chiede ironicamente sulle pagine della "Rivista Repubblicana" se il cantore di Satana "non si sia per caso fatto frate". Il poeta risponderà alle accuse pubblicando nel 1882 sulla "Cronaca bizantina" un lungo articolo dal titolo Eterno feminino regale, in cui identificherà in Margherita l'ideale femminile.
Prosegue in questi anni con successo l'insegnamento universitario. Alla sua scuola si forma una nuova generazione di studiosi e letterati, quali Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Adolfo Albertazzi, Renato Serra, Ugo Brilli, Alfredo Panzini, Manara Valgimigli, e di futuri protagonisti della scena politica, quali Andrea Costa, Filippo Turati, Enrico Ferri, Leonida Bissolati, Luigi Federzoni.
La sera del 3 giugno 1882 al teatro Brunetti, pieno all'inverosimile, commemora Giuseppe Garibaldi, morto il giorno precedente. Durante l'orazione è costretto più volte a frenare gli applausi della folla.
Il giovane Pascoli ricorderà poi quel momento emozionante: "Lo sentì tra cento bandiere, avanti tutto un popolo, cui egli impose di non applaudire e che non poté ubbidirgli sino all'ultimo, parlare di Garibaldi morto in un modo... con una voce... con una eloquenza... che mai Garibaldi fu più vivo nelle anime nostre".
Pochi mesi dopo, alla notizia dell'esecuzione a Trieste del giovane irredentista Guglielmo Oberdan, la sua indignazione si scaglia contro l'imperatore Francesco Giuseppe e "i vigliacchi di dentro" che hanno taciuto.
Per il Centenario dell'Università
Dopo l'istituzione, nel luglio 1887, di una cattedra dantesca presso l'Università di Roma, molti lo spingono a ricoprirla. Egli però sente il bisogno di rimanere a Bologna, dove ha trovato l'ambiente più adatto per vivere. I bolognesi ricambieranno l'affetto del poeta alle elezioni comunali del 1889, premiandolo con 7.965 preferenze su 10.128.
Nel 1888 è protagonista delle celebrazioni per l'VIII centenario dell'Università di Bologna. Il 12 giugno, nel cortile dell'Archiginnasio pavesato a festa, davanti a re Umberto I e alla regina Margherita, pronuncia l'orazione dal titolo Lo Studio di Bologna. Vero e proprio manifesto politico del mito dell'Alma Mater, il discorso è spesso interrotto da acclamazioni entusiastiche.
Nel maggio 1890 abbandona l'appartamento di Strada Maggiore, non più in grado di contenere la sua biblioteca di circa 40.000 volumi, e si trasferisce nell'ultima dimora bolognese, una palazzina addossata alle mura tra Porta Maggiore e Porta Santo Stefano, ricavata dall'antico oratorio sconsacrato di Santa Maria del Piombo. Nello stesso anno è nominato Senatore. A Roma sostiene la politica di Crispi e il suo governo conservatore.
Nel febbraio 1891 è violentemente contestato all'Università da oltre duecento studenti di tendenza democratica e mazziniana, per aver accettato di essere padrino della bandiera del Circolo monarchico universitario. E' salvato dalla calca per l'intervento di alcuni professori, tra i quali Olindo Guerrini. Le sue lezioni vengono sospese per due settimane.
Cittadino onorario e Premio Nobel
Il 9 febbraio 1896 è festeggiato dal Municipio e dall'Università per il 35° anniversario del suo insegnamento. Gli viene offerto un albo con i nomi dei suoi numerosi discepoli. Memorabili le parole dette in questa circostanza:
Della parte della mia vita spesa con voi certo non ho da pentirmi, non ho da farmi rimprovero, se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me non troppe cose certo avrete imparate, ma io ho voluto ispirare me e innalzare voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita l'essere al parere, il dovere al piacere.
In una cerimonia solenne all'Archiginnasio riceve la cittadinanza onoraria e l'omaggio delle personalità più significative della città, tra cui il sindaco Dallolio, che sarà promotore della raccolta completa delle sue poesie.
Nel 1899, in un discorso tenuto al Senato, denuncia le carenze delle strutture dell'Università di Bologna. Già nel 1888, dai banchi del Consiglio comunale, aveva avvertito del pericolo di una "fuga di cervelli" dalla città.
Nel 1901 presso la sede del "Resto del Carlino" in piazza Calderini è organizzato un suo incontro a tavola con Gabriele D'Annunzio. Tra i due massimi poeti italiani non corre buon sangue. A placare le ire del più anziano maestro vale forse una buona bottiglia di vino. Nel 1902 la regina Margherita acquista la sua biblioteca privata e gliela lascia in uso.
Nel 1905 Il "Resto del Carlino" gli dedica la prima pagina di capodanno. A questo "plebiscitario omaggio" partecipano i personaggi più eminenti della cultura italiana, da De Amicis a Croce, da Fogazzaro a D'Annunzio. L'albo con i messaggi originali pervenuti al giornale è portato a casa Carducci dal direttore Zamorani e da Luigi Federzoni. Il vecchio poeta rimane piacevolmente sorpreso nel sapere che il promotore dell'iniziativa del "Carlino" è l'irsuto romagnolo Alfredo Oriani, con il quale in passato ha avuto dissidi.
Il 24 dicembre di quest'anno muore a Collegigliato, in provincia di Pistoia, stroncato dalla malattia mentale, il poeta e filologo Severino Ferrari, suo allievo prediletto e destinato a succedergli sulla cattedra di Letteratura italiana dell'Alma Mater. Il 29 dicembre Carducci detta: "Severino Ferrari. Sovra tutti diletto. Con verità pianto".
Nel 1906 gli è assegnato il Nobel per la Letteratura, primo italiano a vincerlo. Il premio è consegnato a domicilio dall'ambasciatore svedese in Italia. Il consiglio comunale, convocato d'urgenza, invia un messaggio di congratulazioni:
"Come la madre affettuosa si gloria dell'omaggio al suo figlio insigne, Bologna che è vostra madre adottiva è superba di Voi".
Nello stesso anno l'ex allievo Giovanni Pascoli gli succede sulla cattedra di Letteratura italiana. Il 27 novembre commemora il Maestro leggendo la sua ode Cadore e ricordando il suo impegno per l'istruzione del popolo.
Carducci muore il 16 febbraio 1907 nella sua casa presso le mura di porta Mazzini, assistito dai famigliari. Alla notizia la Camera del Regno sospende la seduta. L'Italia intera veste il lutto per la scomparsa del cantore del Risorgimento. Al funerale partecipa, commossa, tutta la città. Tra gli astanti il giovane Manara Valgimigli ricorda:
Vedevo ogni tanto quella bara come ondeggiare. Ogni tanto, dalle finestre, gettavano fiori; anche da finestre umili, di umili e povere case. Per le strade, le fiammelle a reticella del gas, accese, ravvolte di veli neri, e appena visibili nello splendore del sole, davano guizzi come brividi. A un tratto, arrivata la bara nella piazza di San Petronio, distinti e staccati, udii nell'aria due tocchi. Su tutta la gran piazza, su tutta quella gran folla, silenzio enorme: solo quei tocchi. Mi pareva che avremmo dovuto inginocchiarci tutti ...
Pochi giorni dopo la casa e la ricca biblioteca del poeta vengono donate dalla regina Margherita al Comune di Bologna.

Libreria Antiquaria Mario Landi
@ piazza San Domenico, 5
Le Poesie a Casarsa rappresentano un primo segno di opposizione al potere fascista e il conseguente tentativo di valorizzare il dialetto, in una società che osteggia l'uso delle lingue barbare poiché proprie delle masse rurali e in cui anche la sinistra predilige l'uso della lingua italiana. "Il fascismo - ha scritto Pasolini - non tollerava i dialetti, segni dell'irrazionale unità di questo paese dove sono nato, inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti".
(P.P.Pasolini Poeta delle ceneri, a cura di Enzo Siciliano, in: "Nuovi Argomenti", 1980)

Leo Longanesi
Tutto ciò che non sol'ho imparato a scuola
(L. Longanesi)
Scrittore, giornalista, editore, disegnatore, umorista, tipografo e grafico di gran gusto, personaggio irriverente e geniale, Leo Longanesi è stato una figura molto interessante e influente della cultura italiana durante il fascismo e nel secondo dopoguerra.
Del fascismo fu entusiasta sostenitore, una delle sue penne più agguerrite, ma fu anche indipendente e poco propenso a compromessi, tanto da pagare le sue posizioni "scorrette", e talvolta frondiste, con dimissioni ed esclusioni.
Fustigò implacabile il mondo borghese, il modernismo, l'esterofilia, rappresentando, assieme all'amico Mino Maccari, il mondo "selvatico" di Strapaese, le antiche buone tradizioni popolari dell'Italia contadina, quelle delle sue radici romagnole.
A Bologna
I Longanesi, una famiglia abbastanza agiata di agricoltori, si trasferiscono a Bologna da Lugo nel 1911, quando il figlio Leo ha sei anni. La madre vuole garantirgli una vita meno provinciale, più stimolante e ricca dal punto di vista culturale.
Dopo le medie, il ragazzo è iscritto al R. Liceo "Galvani", ma frequenta senza entusiasmo. Ha tra i professori un filosofo nazionalista. Comincia a sfilare tra i "Sempre Pronti" dalla camicia azzurra e la madre lo becca un giorno in corteo in via Indipendenza col coltello tra i denti. "Furiosa lo trascina via dalla masnada e se lo riporta a casa, come un pennuto riottoso".
A quindici anni si iscrive al fascio di combattimento. Con tanti altri studenti è parte dell' "esercito sentimentale" del fascismo. Conosce Ettore Muti, Arconovaldo Bonaccorsi, ma soprattutto ammira Leandro Arpinati, squadrista e federale bolognese, romagnolo di Civitella proveniente dalle fila dell'anarchia, implacabile e violento, ma anche amante della cultura:
È il nostro capo - sentenzierà più avanti - e dopo Mussolini noi obbediamo a lui ... egli è solo colui che, di noi fascisti emiliani e romagnoli, ha meritato per coraggio e qualità politiche di essere il nostro capo.
Con il ras partecipa alle turbolente manifestazioni fasciste dell'autunno 1920, compreso l'eccidio di Palazzo d'Accursio, del 21 novembre.
Secondo la testimonianza di Mino Maccari, è fra i giovani che ammainano la bandiera rossa dalla Torre degli Asinelli e mascherano la provocazione assassina come "rimedio alla follia bolscevica". Si mescola dunque ai cosiddetti benpensanti che inneggiano all'ordine difeso e garantito dal manganello e aprono la strada al fascismo.
Genietto precoce, "tirannello" viziato in famiglia, gira per Bologna con aria da viveur, vestito Old England di tutto punto, e comincia ad amare i libri sopra ogni altra cosa. La passione per la lettura e per l'arte lo porta a trascorrere giornate intere in Archiginnasio o in Pinacoteca. Legge Borgese, le Laudi e Kipling, poi Nietzsche, Sorel, Maupassant, Goncarov, Checov.
La notte, però, va in giro con gli amici per i luoghi di malaffare, le case di tolleranza - la più lussuosa è in via dell'Orso - e fa vita di caffè. Bologna gli appare "una città ricca", in cui la notte è "un nuovo giorno, popolato di tiratardi", è il regno di una razza di peccatori impegnati a discutere, a giocare con le idee.
È considerato una specie di mascotte al Caffè di San Pietro, dove frequenta, tra gli altri, Morandi e Bacchelli e tiene testa, o canzona alle spalle, professori come Galvano Dalla Volpe, Gustavo del Vecchio, Massimo Fovel.
Il 24 marzo 1921 fonda con Giorgio Leone e Piero Girotti "E' permesso?", mensile dal tono goliardico e con impostazione tra futurismo e fascismo, uno zibaldone dei giovani, di cui escono tre numeri. La sede è presso la sua abitazione, in via Irnerio.
Il 1° marzo 1923 esce la rivista quindicinale "Il Toro", per i tipi della Casa editrice Imperium, con sede sociale sempre in via Irnerio, diretta assieme a Corrado Testa e Nino Fiorentini. La sua impronta è nell'eleganza grafica, nell'amore per il passato, negli aforismi. Partecipa intanto alle iniziative del gruppo futurista bolognese, guidato da Guglielmo Sansoni, in arte Tato.
Nel 1924 dirige, con sovvenzioni del fascio locale, la rivista "Dominio", mensile monarchico e nazionalista, al quale collabora anche Riccardo Bacchelli. Queste prime prove goliardiche mostrano testi ingenui, ma una sorprendente maturità nei disegni, in stile futurista e caricaturale.
Nei suoi scritti entra la Bologna amara degli articoli pubblicati da Alfredo Oriani sul "Resto del Carlino", "così accesi di rampogna tra storia e profezia":
Sua mamma l'aveva messo al mondo in tempo sicuro per salvarlo dalle suggestioni del michelangiolismo e del Liberty. Quando buona parte dei ragazzi italiani che prendevano la penna in mano pitigrilleggiavano, Longanesi aveva probabilmente letto gli elzeviri di Alfredo Oriani ritagliati da suo padre nel "Carlino".
Accanto a una entusiastica adesione al fascismo rivoluzionario, con netta pregiudiziale anti-borghese, Longanesi comincia, già dalle sue prime prove, a rivelare uno spirito che Papini definirà "acuto, malizioso, maligno", tra "i più corrosivi di questo paese".
Nel 1926 fonda l' "Italiano", "rivista settimanale della gente fascista". Il periodico diventa, assieme al "Selvaggio" di Maccari, una delle roccaforti della corrente anti-modernista del fascismo, ponendosi a difesa della genuinità paesana, minacciata dalla civiltà moderna e dalla cultura esterofila delle avanguardie.
Ideologo della nuova rivista di Longanesi è Camillo Pellizzi, che dal 1929 sarà corrispondente da Londra del "Corriere della Sera". Per il primo numero, apparso il 14 gennaio, Leo chiede la collaborazione di Giovanni Papini, da lui considerato una sorta di padre spirituale.
Nel secondo numero è reso omaggio a Maccari, definito "il primo artista della caricatura" dell'era fascista. Per Longanesi personaggi dell'artista toscano "si gonfiano come vesciche di porco sotto il suo lapis deciso a non transigere".
Con il n. 3 la redazione dell' "Italiano" si trasferisce in via Rizzoli n. 20, di fronte al cinema Modernissimo. Verso la fine dell'anno Giuseppe Raimondi e Vincenzo Cardarelli vi iniziano a scrivere regolarmente, chiamando a partecipare altri ex rondisti, quali Riccardo Bacchelli e Giuseppe Ungaretti.
Leo ha voluto conoscere Raimondi perchè colpito dall'accurato aspetto tipografico del suo libro Galileo, Ovvero dell'aria, appena pubblicato a Milano. E' nota la sua passione per la tipografia, che lo induce a studiare il manuale di Giambattista Bodoni. Lo scrittore-fumista ha ricordato i primi tempi della loro frequentazione:
Credo d'averlo conosciuto, per caso, al caffè, o non so dove, nella primavera del '26. Il giorno dopo, mi capitò in bottega. Piombava dentro in ufficio: io avevo da fare. Si metteva in un angolo di tavolo, e prendeva a scarabocchiare qualcosa. Prendeva appunti, su ogni pezzo di carta, che trovava in giro ... parlava, un'ora di continuo. A predifiato. In principio non mi ci raccapezzavo. Così durò per due anni. Le sue idee: subito ridotte a progetto concreto, di un articolo, di una cosa da scrivere, correvano più delle parole.
Nel 1927 inizia la sua attività editoriale. L'Italiano Editore pubblica opere di Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi - futuro fondatore e direttore del quindicinale antisemita "La difesa della razza" - Vincenzo Cardarelli. Utilizza il carattere tipografico Bodoni, in luogo del più leggero elzeviro.
Assieme a Longanesi e Maccari - i "nani di Strapaese", secondo Malaparte - i collaboratori dell' "Italiano" partecipano nel 1928 alla redazione del notevole "Almanacco di Strapaese".
Nel 1929 il federale Ghinelli lo nomina direttore dell' "Assalto", giornale-battaglia e organo della locale federazione fascista, al posto di Giorgio Pini, passato al "Resto del Carlino". Già nel 1924, a nemmeno vent'anni, Arpinati lo aveva chiamato a collaborare a questo giornale. Leo vi introduce un nuovo stile grafico e lo arricchisce con le prime fotografie.
Nel 1931 esce un fascicolo interamente dedicato all'opera di Giorgio Morandi, che ha grande successo e indica all'editore la strada dei numeri unici, caratterizzati da notevoli inserti fotografici e grande cura grafica. Dopo pochi numeri, però, Leo è rimosso dall'incarico, per una satira sul senatore Tanari, un ex liberale divenuto finanziatore dei fasci bolognesi.
Il 14 maggio 1931 è tra i protagonisti dell'episodio conosciuto come "lo schiaffo a Toscanini". Quella sera al Teatro Comunale è in programma un concerto in memoria di Giuseppe Martucci, direttore emerito dell'orchestra bolognese alla fine dell'800. Il maestro parmense si rifiuta di dirigere l'inno fascista Giovinezza e la Marcia Reale davanti al ministro Ciano e ad Arpinati. Viene aggredito e schiaffeggiato da alcune camicie nere presso un ingresso laterale del teatro.
Secondo alcune ricostruzioni, non confermate, è proprio Longanesi a mollare la sberla al mitico direttore. Certo invece è il suo sprezzante commento sul giornale alcuni giorni dopo: Toscanini ha agito secondo una "sciocca regola estetica per zitelle anglosassoni". La contestazione contro di lui ha significato una "affermazione non solo politica ma anche estetica del fascismo bolognese".
Longanesi lascia l'amata Bologna nel 1932: "a Roma e Milano, a Napoli ho trascorso anni - dirà - a Bologna, come s'usa dire, ci ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo". "L'Italiano" continuerà le pubblicazioni a Roma fino al 1942.
A Roma e a Milano
Nel 1932 si trasferisce a Roma con la famiglia e porta nella capitale anche la direzione dell' "Italiano". Riceve l'incarico di allestire la sala dedicata a Mussolini per la Mostra del Decennale della Rivoluzione fascista, che inaugura il 28 ottobre di quell'anno. Collabora con la rivista "Cinema" di Vittorio Mussolini. Nel 1935 cura l'attività di propaganda del regime per la guerra d'Etiopia.
Oltre che come giornalista continua a cimentarsi come disegnatore. Ispira i suoi rapidi appunti e le sue caricature ai vecchi almanacchi e alle carte da gioco. Li espone in varie mostre. Con l'appoggio del Duce, con il quale vanta un rapporto diretto, nel 1937 fonda la rivista "Omnibus", primo esempio di rotocalco in Italia :
La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo.
Il giornale, arricchito da firme prestigiose, quali Moravia, Brancati, Soldati, Savinio, Flaiano, ha successo, ma dura poco. Ancora una volta, con i suoi articoli spregiudicati, "pesta i piedi" a qualche pezzo grosso ed è costretto a chiudere. Pochi giorni più tardi sposa Maria Spadini, figlia di un noto pittore romano. Continua a collaborare con l'editore Rizzoli ed è nominato consulente del Minculpop.
Allo scoppio della guerra, assieme ai primi disincanti, vi è anche l'impegno creativo per la propaganda: "Taci, il nemico ti ascolta!" è un suo motto. Con i suoi disegni inonda le copertine del "Primato". Nel 1942 crea alcune fortunate collane editoriali, quali La Gaja scienza e Il Cammeo, che porterà nel dopoguerra nella sua casa editrice milanese.
Il giorno della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, scrive, assieme a Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, un articolo di fondo sul "Messaggero" in cui celebra la libertà. Dopo l'8 settembre attraversa fortunosamente il fronte in Molise e si stabilisce a Napoli, dove con Soldati e Steno si impegna nella propaganda antifascista. Presto si mostra insoddisfatto del nuovo clima: "Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori".
Dopo l'ingresso degli Alleati torna a Roma e vi rimane fino alla fine della guerra, pubblicando il settimanale di varietà "Sette". Quindi nel 1946 si trasferisce a Milano, dove fonda, assieme all'industriale Giovanni Monti, la casa editrice Longanesi & C. Collegata ad essa è il bollettino mensile "Il libraio", a cui collaborano l'amico Maccari e Elsa Morante.
È insoddisfatto della nuova democrazia e dell'antifascismo di facciata professato da molti ex fascisti. Per le elezioni del 1948 svolge una intensa campagna anticomunista, trasmettendo, assieme al fido Indro Montanelli, da una radio clandestina installata in un furgone.
Nel 1950 fonda "Il Borghese", rivista sul costume intellettuale degli italiani. Vi collaborano alcune delle migliori firme del paese: Ansaldo, Prezzolini, Missiroli, Flaiano, Montanelli, Parise, Prezzolini. Ad esso affianca il movimento politico "strapaesano" della Lega dei Fratelli d'Italia.
Le sue diffidenze nei confronti della nuova classe dirigente e della democrazia stessa, sono tra le ultime testimonianze di una vita febbrile, da battaglia. Muore di infarto a Milano, il 27 settembre 1957, a soli 52 anni.
Il giardino degli aforismi
Nel 2005, in occasione del centenario della nascita, Bagnacavallo (RA) ha dedicato a Longanesi un'area nel centro storico, un "Giardino degli Aforismi" con panchine decorate sullo schienale da sue frasi celebri. E' situato all'interno della corte di un antico palazzo nobiliare, in via Diaz n. 35, dove hanno sede anche un orto officinale e un ristorante tipico. Si tratta di una installazione "rispettosa delle sue grandi passioni e per nulla celebrativa". Sempre a Bagnacavallo il Centro Culturale Le Cappuccine in via Veneto conserva prime edizioni e saggi sulla sua poliedrica figura.

Bologna negli anni Sessanta
“Ho fatto la mia città. Mi è dolce pensare che dopo di me, grazie a me, gli uomini vi si riconosceranno più felici, migliori e più liberi. Per il bene dell’umanità futura ho fatto la mia opera. Ho vinto” (Teseo, fondatore di Atene)
cit. da: Bologna dall’autarchia al boom, a cura di F. Varigana, Bologna 1997, p. XVI

La statua racconta ...
Il 22 aprile 1945, il giorno dopo la Liberazione di Bologna, nello stadio Littoriale si installa il 56° ospedale militare d'evacuazione gestito dall'esercito americano. Un pilota brasiliano, che viene qui ricoverato, riferisce che, al suo arrivo, nello stadio vi era "uma enorme estatua equestre de Mussolini".

Luoghi di Bologna
Guida bibliografica illustrata

Cirenaica 100 anni
La Cirenaica è un rione periferico di Bologna, nato nel primo Novecento con precisi confini, segnati da strade e linee ferroviarie. Il 9 aprile 1913 il Comune decise di intitolare alla Libia la strada principale, richiamando con chiarezza la recente conquista coloniale. Poche settimane più tardi, nei pressi di un palazzo in costruzione, venne alla luce una grande necropoli villanoviana. Il quartiere fu edificato in gran parte dalla Cooperativa Risanamento e dall'Istituto delle Case Popolari e ha mantenuto nel tempo la caratteristica di insediamento popolare razionalmente progettato.

Coliandro
Il sovritendente Coliandro è stato una delle prime e più amate creazioni di Carlo Lucarelli. Dopo la sua prima apparizione sulle pagine dell’antologia I delitti del Gruppo 13 (Metrolibri-Granata Press), Coliandro divenne protagonista di due romanzi Falange armata e Il giorno del lupo (editi prima da Granata Press e poi ristampati da Einaudi-Stile Libero) e di una serie di cinque racconti a fumetti pubblicati sulle pagine della rivista “Nova Express”.

Pentothal
Il personaggio nasce dalla penna e dalla matita di Andrea Pazienza pubblicata a puntate sulla rivista Alter Alter dal 1977 al 1981.

Omar Martini
Nasce il 5 ottobre 1967 a Treviso, vive a Bologna dal 1994. Fin dall'adolescenza mostra il suo interesse verso il fumetto fondando una serie di fanzine, pubblicazioni amatoriali e autoprodotte di fumetti.
Negli anni Novanta traduce e revisiona i testi per le pubblicazioni giapponesi della Play Press e per la Marvel Italia. Nel 1997 fonda a Bologna insieme a Luca Bernardi la casa editrice di fumetti Black Velvet, per la quale cura vari libri e l'antologia Frontiera insieme a Otto gabos e Massimo Semerano.
Dal 1999 entra a far parte del gruppo LexLutor, con cui collabora alla realizzazione delle varie attività. Dal 2003 lavora anche come redattore-capo e responsabile produzione per la casa editrice Coconino Press. Nel 2018 insieme all'autore Claudio Calia fonda la rivista autoprodotta Oblò che rivolge uno sguardo sulle produzioni indipendenti sia italiane che straniere. Ricordiamo l’intensa attività di traduttore per graphic novel dedicati ai più piccoli.

Marco Torti
Classe 1991. Esordisce nel mondo dei fumetti nel 2014 con Love Sabbath, disegni di Ivan Passamani (EF edizioni). Segue una storia breve sul #9 de I Dyandogofili (disegni di Giuseppe Guida) e un’altra per CH Edizioni (Tributo a un Incubo, disegni di Christian Urgese).
Nel 2020 arriva in fumetteria e libreria con il fumetto Shockdom Il Fumettista, disegni di Fabio Valentini.
Insieme a Matteo De Santis crea il fumetto indipendente Cowboys from Hell, cui segue una nuova collaborazione con Passamani per Spazio Profondo (Brudas Art).
Per Lo Spazio Bianco scrive la storia Can che dorme (edita da McGuffin Comics) disegnata da Gianluca Bellezze, nominata per il premio Andrea Pazienza 2019 come miglior webcomic.
Dal #14 de I Dyandogofili è presenza fissa sulla rivista con una nuova storia ogni anno.
Nel 2024 esce per i più piccoli il volume Sergente biscotto e il fortino di Bambù per la bookabook edizioni.

Virginio Merola
Virginio Merola è nato a Santa Maria Capua Vetere, in Provincia di Caserta, nel 1955. Vive a Bologna dal 1960. E' diplomato al liceo Minghetti e laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna. Ha lavorato presso la Società Autostrade, ed è stato delegato e responsabile sindacale Cgil del settore autostrade.

Walter Vitali
Walter Vitali è nato a Minerbio, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1952. È laureato in Filosofia all'Università di Bologna con una tesi sull'organizzazione delle federazioni di Bologna e Imola del PCI dal 1945 al 1986.

Giorgio Guazzaloca
Giorgio Guazzaloca è nato a Bazzano, in provincia Bologna, il 6 febbraio 1944. Ha cominciato a lavorare con il padre a 15 anni e a 23 anni ha assunto la gestione dell'azienda di famiglia.

Giuseppe Dozza
Giuseppe Dozza è nato a Bologna il 29 novembre 1901, in via Orfeo. Figlio di fornai, a 13 anni è fattorino in una agenzia di trasporti. Si iscrive al Partito Socialista Italiano e nel 1920 è segretario dei giovani socialisti. Dopo il congresso di Livorno del 1921 aderisce al Partito Comunista d'Italia: nel 1923 è segretario nazionale della Federazione giovanile comunista e nel 1928 membro del Comitato centrale.
Altre risorse
Altri progetti e percorsi su Bologna online

Nuvole in Appennino
Può capitare che gli autori di fumetti - tipi strani, un po' matti, solitari - si ritirino a disegnare o a vivere fuori città, portando con sé solo carta e matita. Ogni tanto, però, nei loro lontani rifugi si radunano e allora son chiacchiere e bicchieri di vino.