Cronologia di Bologna dal 1796 a oggi

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1944

Grande rastrellamento sul monte Falterona

Tra il 5 e il 12 aprile la Fallschirm-Panzer-Division 1 "Hermann Göring", specializzata nella repressione della guerriglia, assieme a reparti di SS e della Guardia Nazionale Repubblicana, comincia una vasto rastrellamento sull'Appennino Tosco-Romagnolo intorno al monte Falterona.

Qui si sono insediate alcune formazioni partigiane: il Gruppo Brigate Romagna e la Brigata toscana “Faliero Pucci”.

L'esistenza della Libera Repubblica del Corniolo infestata da "ribelli", molti dei quali renitenti alla leva della RSI, è inaccettabile per i nazifascisti.

La zona è strategica per i rifornimenti dell'esercito tedesco, nonostante sia ancora lontana dal fronte di guerra. Il 4 aprile il generale Dostler ha ordinato di ripulirla della presenza partigiana, allontanando la popolazione e compiendo eccidi dimostrativi.

I combattimenti, che vedono impegnati oltre 7.000 soldati, con largo impiego di artiglieria e carri armati, durano circa 15 giorni e i partigiani subiscono gravi perdite.

Le varie colonne in marcia lasciano “tutte dietro di sé una lunga scia di sangue”, compiendo numerosi massacri di civili, “con un gran numero di donne e bambini uccisi” (Klinkhammer).

Il 12 aprile sul versante romagnolo il paese di San Paolo in Alpe, scelto come zona di destinazione degli aviolanci alleati, è completamente distrutto.

Il 13 aprile nel comune di San Godenzo (FI) vengono trucidate 18 persone tra partigiani e civili innocenti.

Lo stesso giorno una formazione di SS in assetto di guerra occupa il paese di Partina nel comune di Bibbiena (AR). I soldati sparano raffiche di mitraglia, entrano nelle case sfondando le porte, catturano gli uomini e li fucilano, poi danno fuoco ai corpi dopo averli cosparsi di benzina. Nella vicina frazione di Moscaio massacrano otto giovani.

Intanto nel territorio di Vallucciole, frazione di Stia (AR), unità della “Hermann Göring” provenienti da Bologna, al comando del maggiore von Loeben, compiono una vasta operazione punitiva, che provoca 109 morti, compresi donne e bambini in tenera età, considerati “Bandenhelfer”, fiancheggiatori delle bande.

Rimane la testimonanza di don Melani, abate di San Godenzo: “Tutti, letteralmente tutti gli abitanti, comprese le donne, i bambini ed i malati furono trascinati fuori seminudi, alcuni nudi, dalle loro case, in mezzo agli spari ed agli incendi, derubati di anelli, orologi e di tutto quanto avevano indosso, e richiusi in due stanze. Poi le case furono spogliate di tutto, tutte fino alle capanne. Quello che rimase fu distrutto. Poi molte case furono fatte saltare con la dinamite, contro altre furono sparate cannonate, una ventina furono bruciate”.

I documenti contenuti nel cosiddetto “armadio della vergogna” dimostreranno che la terribile strage non è una rappresaglia per l'uccisione di spie tedesche, ma un'azione premeditata e pianificata da una divisione fortemente ideologizzata, che si è già distinta in passato per i suoi brutali interventi.

Ovunque sul Falterona le brigate partigiane, caratterizzate da insufficiente armamento e scarsa organizzazione, sono scompaginate e messe in fuga. Secondo un rapporto del comandante Tabarri si tratta di "un vero disastro", accompagnato da atti di viltà, tradimenti e delazioni.

Combattimenti sanguinosi si succedono tra il 6 e il 7 aprile alle pendici del Monte Fumaiolo. A Fragheto i tedeschi uccidono 33 abitanti. Vengono trucidati anche i partigiani ricoverati nell'infermeria di Capanne.

Tra i pochi episodi di resistenza con le armi in pugno vi è quello del 12 aprile vicino a Biserno, nel comune di Santa Sofia, dove un gruppo comandato da Terzo Lori e Amos Calderoni sostiene il combattimento con centinaia di nazifascisti e viene annientato: dodici partigiani trovano una eroica morte.

Una numerosa formazione, guidata dal commissario Guglielmo Marconi, sfugge lo stesso giorno all'accerchiamento rifugiandosi nel convento di Camaldoli.

Due giovani di Bertinoro (FO), Virgilio Fantini e Renato Capacci, probabilmente catturati nel corso del grande rastrellamento, sono fucilati il 6 aprile a Bologna al Poligono di Tiro.

Il 19 aprile diciassette partigiani romagnoli, catturati dai nazifascisti nella Valle dell'Oia (Falterona), sono passati per le armi ai piedi del muro del cimitero di Stia.

Secondo fonti tedesche, che probabilmente sottostimano il numero reale, al termine del grande rastrellamento 289 persone risultano uccise, per la maggior parte donne, vecchi e bambini. Oltre un centinaio di uomini catturati vengono deportati nei lager tedeschi. Molti di essi non faranno ritorno.

Dei resistenti dislocati sul Falterona ha fatto parte anche un gruppo di imolesi reduci da un precedente rastrellamento a Cortecchio. Guidati da Giovanni Nardi (Caio) e Luigi Tinti (Bob) riescono a sfuggire alla caccia dei nazifascisti e si dirigono verso il monte Carzolano, nell'alto Appennino imolese.

A metà aprile, dall'incontro dei reduci del Falterona con altri giovani rifugiati provenienti da Imola, Faenza e Bologna, nascerà il primo nucleo della 4a (poi 36a) Brigata Garibaldi.

La formazione partigiana operante nel forlivese si ricostituirà nel mese di maggio su nuove basi, con il nome di 8a Brigata Garibaldi “Romagna”, al comando di Ilario Tabarri (Pietro Mauri), commissario Pietro Reali (Bernardo).

Sarà provveduta dell'assistenza tecnica dell'istruttore militare Italo Morandi (Bruno Vailati), esperto di armi ed esplosivi e agente di collegamento dei servizi segreti americani, che sarà paracadutato il 1° giugno in Appennino, nei pressi di S. Sofia (FO).

Riccardo Fedel, il Comandante Libero, promotore della Libera Repubblica del Corniolo, verrà ucciso in giugno da partigiani in circostanze mai completamente chiarite.

Altri gruppi di partigiani superstiti dal rastrellamento del Falterona daranno vita nel ravennate alla 28a Brigata "Gordini", comandata da Arrigo Boldrini (Bulow) e alla 29a GAP "Gastone Sozzi".

Fonti della notizia:

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Approfondimenti:

La 36a Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini, a cura di Marco Orazi, Imola, Bacchilega, 2017, p. 11


Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di liberazione, L'Emilia Romagna nella guerra di liberazione, vol. 1: Luciano Bergonzini, La lotta armata, Bari, De Donato, 1975, pp. 71, 104-105


Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili, 1943-44, Roma, Donzelli, 1997, pp. 84-88


Giancarlo Mazzuca, Luciano Foglietta, Sangue romagnolo. I compagni del Duce: Arpinati, Bombacci, Nanni, Bologna, Minerva, 2011, p. 220


Adler Raffaelli, Guerra e liberazione: Romagna 1943-1945, Bologna, Editcomp, 1995, vol. 1: Storiografia, pp. 74-76, 81-85, 91-98, 107, 173


Werther Romani, Mauro Maggiorani, Guerra e Resistenza a San Lazzaro di Savena, San Giovanni in Persiceto, Aspasia, 2000, p. 24


Gabriele Ronchetti, La Linea Gotica. I luoghi dell'ultimo fronte di guerra in Italia, Fidenza (PR), Mattioli, 2009, pp. 76-78


Touring club italiano, Emilia Romagna. Itinerari nei luoghi della memoria, 1943-1945, Milano, TCI, Bologna, Regione Emilia-Romagna, 2005, pp. 73-74