Cronologia di Bologna dal 1796 a oggi

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1943

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Dimissioni del direttore dell'Archiginnasio Albano Sorbelli

Albano Sorbelli (1875-1944) lascia la direzione della biblioteca dell'Archiginnasio, tenuta dal 1904 al 1943. E' stato anche il fondatore della Biblioteca comunale popolare di Bologna nel 1909 e, dal 1921, direttore della Biblioteca e Museo Carducci.
Dal 1925 è docente di bibliografia e biblioteconomia alla Scuola per archivisti e bibliotecari dell'Università di Bologna.
Durante la sua direzione dell'Archiginnasio la consistenza delle raccolte è aumentata prodigiosamente, soprattutto grazie alla frequenza delle donazioni di fondi e collezioni, a volte di grande pregio.
Uomo di grande cultura, con notevole esperienza di studi internazionali, esperto di storia e biblioteconomia, ha promosso la formazione e l'aggiornamento del personale, proposto interessanti mostre bibliografiche e redatto strumenti bibliografici di livello, quali il Bollettino dell'Archiginnasio e il catalogo dei manoscritti della biblioteca.

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La scienza del vendere di Arturo Gazzoni

L'imprenditore Arturo Gazzoni (1868-1951), già autore nel 1928 di un breviario sulla “scienza del vendere” , pubblica presso Zanichelli un saggio dal titolo Lezioni di pubblicità , in cui cerca di sistemare e porre su un piano scientifico le sue esperienze pionieristiche in questo campo.
Gazzoni è stato tra i primi, all'inizio del secolo, ad utilizzare i migliori pittori cartellonisti e poeti come Zangarini, D'Annunzio e Trilussa, per rendere più convincente e attraente la presentazione dei propri prodotti. Si è inoltre servito di nomi illustri come testimonial .
L'Antinevrotico De Giovanni ha avuto, ad esempio, i pareri positivi di tre luminari della scienza medica del tempo, come Cesare Lombroso, Guido Baccelli e Paolo Mantegazza.
La Pasticca del Re Sole si è avvalsa dell'opinione entusiata di grandi attori e cantanti come Ermete Zacconi, Emma Grammatica e Beniamino Gigli.
Gazzoni è consapevole della grande importanza della propaganda per l'imprenditore moderno. E' solito dire che "è inutile fabbricare dei prodotti sia pure eccellenti, se non si sanno vendere" .

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Iniziative di lotta alla Calzoni

Nei primi mesi del 1943 alla Calzoni, antica e qualificata industria bolognese, che occupa oltre 2.000 operai, si attuano diverse iniziative di lotta sindacale e politica.
Una delegazione di donne si reca in direzione e sostiene con tenacia rivendicazioni di carattere generale. Diciotto operai del forno ghisa sospendono il lavoro e vanno in direzione a protestare per le condizioni di lavoro.
L'agitazione provoca l'intervento dei fiduciari di fabbrica, che attuano varie forme di intimidazione.
Il tentativo di partecipare allo sciopero generale di marzo sarà contrastato dalle squadre fasciste, che arriveranno all'arresto di alcuni cittadini solidali con gli operai.

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Rimozione della statua del Nettuno

La fontana del Nettuno è ricoperta con una struttura di protezione in legno. Sulla parete è raffigurata una mappa dei rifugi antiaerei
La statua del dio del mare viene ricoverata in un deposito davanti alla lavanderia comunale di Pescarola (ora via Francesco Zanardi, 228).
Tornerà in città dopo l'istituzione della "Sperrzone", alla fine del 1944 e sarà sistemata in un ricovero antiaereo in Palazzo comunale sotto la torre dell'Orologio, a cura dell'impresa Parolini.
Il Gigante sarà ricollocato al suo posto nel maggio 1946, dopo un'accurata ripulitura. Durante la guerra si spargerà questa profezia popolare: "Quando il Gigante rivedrà la luce, non ci saran più né Hitler né il Duce" .

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Scioperi nelle campagne e nelle fabbriche

In marzo e aprile si scatenano grandi scioperi nelle fabbriche del Nord Italia. A Bologna la lotta si sviluppa nelle campagne e in alcuni complessi industriali, come l’ACMA, il polverificio di Marano, il Pirotecnico, dove si hanno manifestazioni di protesta con temporanee sospensioni del lavoro.
Nella Bassa entrano in agitazione le mondine di Medicina, Baricella e Bentivoglio, ma anche le operaie della ditta Comi, una fabbrica di maglie, manopole e passamontagna per l’esercito, dove è prospettata una diminuzione del cottimo. A Baricella il locale dirigente fascista è schiaffeggiato dalle operaie in sciopero.
La portata delle agitazioni è ancora limitata. Le radici del movimento di protesta non sono ancora molto estese. E' appena avviata la congiunzione tra lotte per migliori condizioni di lavoro e "consapevolezza antifascista" (Preti).

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Il Compianto di Niccolò dell’Arca trasferito a Minerbio

Come misura di protezione da eventuali danni bellici il Compianto di Niccolò dell'Arca, capolavoro del Rinascimento, viene rimosso dalla chiesa di Santa Maria della Vita.
Le preziose sculture sono imballate e trasferite nel castello di Minerbio. Nel dopoguerra il complesso plastico sarà restaurato e a lungo esposto nella Pinacoteca Nazionale.

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Il rifugio antiaereo della Montagnola

Sotto la minaccia di probabili attacchi aerei sulla città è approvato dal Comune il progetto per un grande rifugio sotto la Montagnola. Come primo provvedimento viene sgomberato in fretta il magazzino comunale del Pincio, dove è depositata una grande quantità di legna e altro materiale.
Si tratta dei resti di una ghiacciaia dell'antico “castello del papa”, più volte edificato, tra il XIV e il XVI secolo, nei pressi di Porta Galliera e più volte distrutto dai bolognesi.
Il ricovero antibomba è appaltato alla ditta Del Fante, che innanzitutto edifica una serie di bagni, con scarico nel vicino torrente Aposa, e un rifugio antigas dotato di porte stagne, che durante la guerra sarà utilizzato come infermeria.
L'allestimento del primo lotto del rifugio procederà speditamente e la consegna avverrà il 12 giugno, con un mese di anticipo rispetto al previsto.
Il colosso blindato comincerà ad essere utilizzato, e spesso abitato in pianta stabile, dopo le prime incursioni aeree, in particolare dopo quella disastrosa del 24 luglio, che colpirà in più punti il centro cittadino.
Il primo lotto sarà in seguito prolungato con un enorme tubo in muratura, che porterà la capienza complessiva a 2.500 persone. Nel 1944 saranno aggiunte altre gallerie, con ingressi dal giardino della Montagnola, da via Indipendenza e da via del Pallone.
Intitolato, dopo la sua uccisione, all'ex segretario del PNF Ettore Muti (1902-1943), il grande rifugio della Montagnola sarà l'ultimo ad essere completamente sgomberato: ospiterà alcune famiglie sfollate fino al 1947, ben oltre il termine del conflitto.

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Il VI Reggimento Bersaglieri in Russia

Il VI Reggimento Bersaglieri, di stanza a Bologna, partecipa fino agli ultimi combattimenti alla spedizione dell'ARMIR in Russia, inquadrato nella 3ª Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d'Aosta”.
Nell'agosto-settembre 1942, “con eroici contrattacchi e con tenacissima resistenza” , arresta gli assalti russi sul Don “rendendo vani ripetuti sfondamenti fatti dal nemico con mezzi e forze assolutamente preponderanti” (dalla motivazione della Medaglia d'Oro alla bandiera).
Nel gennaio 1943 il Reggimento deve respingere l'esercito sovietico, che minaccia lo schieramento italiano. La battaglia dura dieci giorni. Il 20 febbraio i bersaglieri capitolano: i caduti sono 1.734, circa il 70% degli effettivi.
La bandiera del Reggimento (decorata il 27 aprile 1943) fa ritorno in patria scortata solo dal colonnello comandante Carloni e da due sottufficiali. I superstiti del VI lasciano le armi in un campo di disinfezione e ritornano alla spicciolata alle loro case.
Della III compagnia, comandata dal Capitano Aurelio Barnabè (1909-1994 - Medaglia d'Argento al V.M.), rimangono in 20 su 300. Lo stesso Barnabè potrà tornare in patria grazie al sacrificio del portaordini Quinto Ascione (Medaglia d'Oro V.M. alla memoria).
I resti di molti soldati periti durante la rovinosa ritirata saranno accolti solennemente a Bologna nel 1993.

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Don Gavinelli assegnato al confino

Don Antonio Gavinelli (1885-1968), parroco del santuario del Sacro Cuore e creatore dell'Opera salesiana, è arrestato per avere stampato e diffuso un volantino contro la guerra. Sarà assegnato per tre anni al confino, da scontarsi nel convento di San Francesco a Castelvecchio Subequo (AQ).
Tempo prima è stato ammonito per aver fatto stampare, in uno dei suoi foglietti domenicali, questa frase: “Né il fascismo né il comunismo salveranno l'Italia, ma piuttosto la Fede” . Lo scritto era stato portato nella sede del gruppo rionale “Nannini”, posto proprio di fronte alla sua chiesa.
Pur liberato il 30 luglio, dopo la caduta del fascismo, il sacerdote rimarrà lontano da Bologna durante i mesi dell'occupazione nazifascista, e rientrerà definitivamente nel maggio 1945.
Nel dopoguerra riparerà per la seconda volta (dopo il crollo del 1929) la cupola del santuario e ricostruirà la parte dell'Istituto Salesiano danneggiata dai bombardamenti.
Nel 1948 realizzerà l'orfanotrofio di Castel de' Britti e negli anni Sessanta farà erigere dall'arch. Vaccaro la chiesa di San Giovanni Bosco nella periferia orientale della città.
Il 14 maggio 2017, davanti al Sacro Cuore sarà inaugurata una statua in bronzo in suo onore - il primo monumento di strada della città - opera del prof. Luigi Enzo Mattei.
Il 29 maggio 1943 anche Don Giuseppe Fornasini, parroco di Marzabotto, è assegnato al confino per “disfattismo politico” .

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Arresto di Giorgio Morandi e di alcuni intellettuali vicini al Partito d'Azione

Tra maggio e giugno vengono arrestati alcuni esponenti del Partito d'Azione clandestino.
Si tratta soprattutto di giovani studiosi, raccolti a Bologna attorno al critico d'arte toscano Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987), tra i fondatori di questa formazione antifascista. Tra essi Giancarlo Cavalli, Cesare Gnudi, Francesco Arcangeli, Mario Finzi, Antonio Rinaldi.
Il 23 maggio anche il pittore Giorgio Morandi, frequentatore degli arrestati, viene rinchiuso in San Giovanni in Monte. La sua abitazione in via Fondazza viene accuratamente perquisita. L'artista sarà scarcerato dopo una settimana per intercessione di Roberto Longhi e Mino Maccari.

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Bombardieri solitari: la Cicogna e Pippo

Il 14 giugno, poco dopo le 13, un aereo da ricognizione Mosquito della Royal Air Force (R.A.F.) inglese appare per la prima volta sul cielo di Bologna.
Chiamato “Cicogna” per il suo carrello dalle ruote sporgenti, vola basso e fotografa gli obiettivi strategici della città: aeroporto, stazione ferroviaria, depositi di carburante, centrali elettriche, ponti e strade.
Altri aerei solitari (A-20 Havoc o Baltimore) diventeranno familiari ai bolognesi con il nomignolo di “Pippo” . Voleranno normalmente ad altissima quota sopra la contraerea e saranno utilizzati per bombardare gli incroci stradali e le vie di comunicazione, oppure per disturbare le comunicazioni radio, con il lancio di migliaia di lamine argentate.
Durante la notte faranno largo uso di razzi bengala, in grado di illuminare a giorno l'obiettivo. Porteranno poche bombe, ma saranno efficacissimi soprattutto per la cosiddetta "guerra psicologica" .
L'11 settembre 1944 “Pippo” lancerà una bomba nei pressi di Galliera, su una casa che ospita una ventina di famiglie, alcune delle quali attivamente impegnate nella Resistenza. L'esplosione provocherà cinque morti.

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Le grotte bolognesi diventano rifugi

Durante la guerra le grotte bolognesi ospitano un gran numero di persone. Dopo i primi bombardamenti, nel luglio 1943, vi si rifugiano contadini delle località vicine, sfollati, renitenti alla leva, lavoratori pendolari di San Ruffillo, Ponticella e Rastignano.
A volte le grotte naturali sono il rifugio di partigiani, ma anche di soldati tedeschi o americani impegnati nella zona del fronte: ad esempio il Farneto, il Sasso della Maltesca, la Buca del Diavolo, la Risorgente Acquaferedda.
Per rendere la permanenza più comoda vengono stesi pagliericci e in alcuni casi è portata, con vari accorgimenti, la luce elettrica.
La Grotta del Farneto sarà utilizzata dall'ottobre del ‘44 come rifugio per un centinaio di civili. Abbandonata dopo una epidemia di difterite, servirà come base di transito per i partigiani, poi come ultima difesa dei soldati tedeschi, alcuni dei quali saranno qui catturati il giorno della Liberazione.
La Grotta Coralupo sarà attrezzata come rifugio dall'ing. Grandi, proprietario della Buini & Grandi, con l'aiuto di Luigi Fantini. Vi verranno portate una stufa e una cucina economica. Anche qui decine di occupanti saranno costretti alla fuga da un'epidemia di difterite.
Nella Risorgente dell'Acquafredda saranno ospitati renitenti e sarà costituito un deposito di armi.
Una sorte particolare toccherà al cosiddetto "Buco delle gomme" , dove Luigi Fantini nasconderà, nel maggio 1944, per conto dell'ing. Grandi, una ottantina di grossi pneumatici di autocarro, che saranno così sottratti alle razzie dell'esercito tedesco.

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Primo bombardamento sulla città

Il primo bombardamento su Bologna avviene nelle prime ore del 16 luglio. Una formazione di quadrimotori Lancaster, decollati dalle basi del Lincolnshire in Inghilterra, ha il compito di bombardare infrastrutture industriali e viarie lungo la via Emilia.
Il bersaglio principale per Bologna è la stazione di trasformazione e smistamento dell'energia elettrica di Santa Viola. Le bombe cadono in via Agucchi, nella zona periferica di Borgo Panigale, su alcune case di operai e birocciai, che lavorano la ghiaia e la sabbia del Reno.
Si contano nove morti e una ventina di feriti. Il nuovo federale del fascio, Angelo Lodini, chiede con particolare veemenza al prefetto Guido Letta e al podestà Enzo Farnè l'applicazione delle norme per la difesa e la militarizzazione della città.

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Disastroso bombardamento sul centro cittadino

Due formazioni di fortezze volanti americane (51 aerei appartenenti al 97. e al 99. Bomb Group del 5. Wing), partite dalle loro basi in Algeria, scaricano 150 tonnellate di bombe sullo scalo ferroviario di Bologna, considerato “the most important railway centre in Italy” .
Numerosi ordigni cadono anche sul centro della città. Si registrano 163 morti e circa 300 feriti.
L'Ospedale Maggiore è sorpreso nel pieno del suo funzionamento. Viene distrutto soprattutto il corpo di fabbrica su via Riva Reno e parecchie sono le vittime, tra cui il direttore della farmacia e alcuni infermieri.
E' colpito anche il vicino ospedale militare dell'Abbadia. I malati gravi del Maggiore vengono trasferiti al Policlinico Sant'Orsola e in altri ospedali di emergenza.
Il prefetto dei Camilliani si reca immediatamente in Maternità per aiutare a trasportare i bambini nei rifugi.
La chiesa gotica di San Francesco è gravemente danneggiata nella facciata e nelle navate laterali. Rovina anche una parte della chiesa di San Salvatore e l'annessa caserma Vicini.
Viene colpito in via Ugo Bassi l'hotel Brun, ex palazzo Ghisilieri, già restaurato dal Rubbiani nel 1911 (nel dopoguerra sarà parzialmente ricostruito da Giorgio Ramponi e dotato all'interno di una galleria commerciale).
Il sepolcro di Rolandino dé Passeggeri in piazza San Domenico è centrato da una bomba e polverizzato. Un colpo distrugge l'angolo sud-ovest del Palazzo comunale.
E' danneggiato anche Palazzo Montpensier (ex Caprara), sede della Prefettura, compreso lo stesso alloggio del Prefetto, che sarà ospitato per qualche tempo dal cardinale Nasalli Rocca.
Molti hanno scambiato l'incursione per l'esercitazione aerea quotidiana delle 10.
Il bombardamento del 24 luglio provoca lo sfollamento di tante famiglie nelle campagne e nei paesi dell'Appennino. Nelle case e nei granai dei contadini la popolazione si moltiplica.
Le più piccole delle orfanelle di San Luca sono accolte da mons. Sermasi presso l'Abbazia di Monteveglio.

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Si diffonde la notizia della destituzione di Mussolini

La destituzione di Mussolini e la caduta del fascismo, annunciate dalla radio alle 22,45 del 25 luglio, sono accolte a Bologna con “il più vivo entusiasmo patriottico” .
Nonostante l'oscuramento, gruppi di cittadini sfilano per le strade con bandiere tricolori e ritratti del re. Anche nei comuni della provincia si tengono comizi improvvisati e festeggiamenti.
Vengono distrutte statue, immagini del Duce, stemmi e simboli del fascismo, ma in generale non vi sono rappresaglie nei confronti degli esponenti del regime decaduto.

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Manifestazioni dopo la caduta del fascismo

A seguito della notizia della caduta del fascismo, il 26 luglio si svolgono manifestazioni in diversi luoghi di Bologna, convocate dal Comitato d'azione dei partiti antifascisti. E' rivendicato l'armistizio immediato e la cacciata dei tedeschi dall'Italia.
Tra gli oratori dei comizi improvvisati vi sono il commediografo Federico Zardi, il giornalista e scrittore Antonio Meluschi, la Medaglia d'Oro al V.M. Luigi Missoni e il giornalista Ezio Cesarini, il dirigente comunista Mario Peloni, il maggiore Manservisi.
Gli antifascisti Filippo D'Ajutolo e Ettore Trombetti penetrano nella torre dell'Arengo ed azionano il grande battaglio del campanone, annunciando alla città la fine del regime.
Un gruppo di manifestanti invade il Littoriale e abbatte in parte il monumento di Mussolini a cavallo (il bronzo rimasto servirà allo scultore Luciano Minguzzi per la fusione delle statue del Partigiano e della Partigiana di porta Lame), mentre un farsesco funerale del Duce è inscenato in piazza Umberto I (poi piazza dei Martiri).
Nei quartieri sono abbattuti gli stemmi del fascio, cancellate le scritte murali e tutto ciò che ricorda la dittatura. Le autorità promettono di disperdere "col fuoco senza preavviso" qualunque assembramento. Davanti alle officine Minganti intervengono i bersaglieri. Il prefetto Letta telegrafa al governo che il movimento popolare ha assunto "un carattere nettamente comunista" .
Il quotidiano cattolico L' "Avvenire d'Italia", diretto da Raimondo Manzini, esce in edizione straordinaria con il titolo: Bologna accoglie con vibrante patriottismo la suprema decisione del Sovrano e pubblica il comunicato sulle dimissioni di Mussolini, emesso alle 22,45 del 25 luglio.

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Pieni poteri all'esercito e coprifuoco

Una grande folla si raduna in piazza Malpighi davanti alla sede dei sindacati fascisti, per chiedere la ricostituzione dei sindacati democratici. L'iniziativa politica è assunta dal Comitato Regionale Antifascista “Pace e Libertà”, che riunisce i partiti avversi al regime.
Il Comitato spinge la popolazione a manifestare per la liberazione dei prigionieri politici, l'armistizio e la pace. La risposta delle autorità badogliane è dura.
Mentre a Roma il generale Roatta ordina la cruenta repressione di ogni movimento, il generale Terzani, comandante della difesa territoriale, dichiara in un proclama alla cittadinanza che l'esercito assume pieni poteri per la tutela dell'ordine pubblico.
Sono vietate tutte le manifestazioni, gli assembramenti e anche gli spettacoli cinematografici e teatrali. I militari hanno l'ordine di sparare contro chi viola il coprifuoco, in vigore dalle 21 alle 5 del mattino.
In diversi punti della città gli operai subiscono le cariche dei bersaglieri e dei carabinieri con le autoblindo. Circa 300 manifestanti vengono arrestati.

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Massarenti rimane in manicomio

I dirigenti socialisti Fernando Baroncini e Paolo Fabbri vanno a Roma per chiedere al capo della polizia la scarcerazione di tutti i prigionieri politici detenuti a San Giovanni in Monte.
Nel corso di questa missione, si recano nella casa di cura per malati mentali di S. Maria della Pietà, dove i fascisti hanno da tempo internato Giuseppe Massarenti (1867-1950).
Il vecchio leader del socialismo emiliano rifiuta di uscire senza aver ottenuto una dichiarazione esplicita di sanità mentale da parte del direttore del manicomio e prolunga volontariamente la sua detenzione.

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Liberazione di prigionieri politici. Il ritorno di Francesco Zanardi

Vengono liberati dal carcere alcuni prigionieri politici: tra essi Cesare Gnudi, Paolo Fabbri, Edoardo Volterra, Carlo Ludovico Ragghianti, Massenzio Masia, Giancarlo Cavalli, Mario Finzi.
Torna libero anche il socialista Giulio Vespignani, ex garibaldino di Spagna. Consegnato dalla polizia tedesca a quella italiana, era in attesa di andare al confino.
Il 20 agosto rientra dal confino di Ventotene il dirigente comunista Arturo Colombi, che sarà poco dopo nominato segretario della federazione provinciale del PCdI.
Nei giorni successivi è la volta di altri attivisti comunisti: Vittorio e Celso Chini, Antonio Cicalini, Umberto Macchia, Gaetano Chiarini.
Il 31 agosto, dal confino di Volta Mantovana, torna a Bologna l'ex sindaco socialista Francesco Zanardi, al quale durante la dittatura è stato impedito di risiedere in città.

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Commissione interna alla Ducati

I lavoratori della Ducati, la più grande fabbrica della provincia di Bologna con 7.000 addetti, partecipano compatti alle manifestazioni che si svolgono dal 26 al 28 luglio, dopo la caduta del Fascismo. Si astengono quindi dal lavoro fino alla fine del mese.
Il 2 agosto, alla ripresa dell'attività lavorativa, proclamano due scioperi consecutivi per il riconoscimento della Commissione interna di fabbrica - la rappresentanza sindacale dei lavoratori soppressa durante il Ventennio - e per l'aumento dei salari. La lotta ottiene pieno successo.

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Bologna dichiarata "città soggetta a sfollamento"

Il 4 agosto Bologna è dichiarata “soggetta a sfollamento” . Dal 10 agosto sarà obbligatorio segnalare gli appartamenti rimasti vuoti, mentre dal 22 novembre essi saranno destinati ai sinistrati.
Nel frattempo sono costruiti alloggi temporanei per i senzatetto sotto alcuni portici della periferia (San Luca, Ricovero) e in baracche di legno edificate a San Lazzaro, Castenaso, Casalecchio e Trebbo.
Dopo numerosi sopralluoghi e interventi di potenziamento, il 20 ottobre sarà pubblicato un elenco di 81 ricoveri pubblici dei quali è garantita l'affidabilità in caso di bombardamento.
Dal settembre del 1943, a seguito dei devastanti bombardamenti alleati e dell'occupazione dell'esercito tedesco, l'esodo dal centro cittadino sarà massiccio.
Il vicino paese di San Lazzaro di Savena, per il quale è previsto un aumento del 30 percento degli abitanti, nel dicembre 1943 avrà invece 13.392 abitanti, cioè l'80 percento in più.
Un gran numero di sfollati si riverserà anche su altri centri dell'area metropolitana, quali Castel San Pietro e San Giovanni in Persiceto.

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Verso l'unificazione dei socialisti

Dopo alcuni incontri preparatori, il 6 agosto si tiene nello studio dell'avv. Roberto Vighi a Palazzo Bolognini, in via Santo Stefano 18, l'assemblea generale dei socialisti delle città emiliane, alla presenza di Pietro Nenni.
I partecipanti sono oltre cento. Tra essi vi sono i maggiori dirigenti bolognesi del P.S.I. e del M.U.P. Vengono approvati i tre punti principali in discussione: il rifiuto dell'attesismo e la lotta ai tedeschi occupanti, la proclamazione della repubblica, l'unificazione socialista.
Gianguido Borghese, Giuseppe Bentivogli, Paolo Fabbri, Fernando Baroncini, Verenine Grazia, Alberto Trebbi, Carmine Mancinelli sono eletti delegati al Convegno nazionale di Roma, che il 25 agosto sancirà l'unificazione e la costituzione del Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP).

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Il convegno dei vertici militari italiani e tedeschi a Casalecchio

Gli stati maggiori di Italia e Germania si incontrano in gran segreto nella villa dell'ex ministro Federzoni alla Croce di Casalecchio, protetta da un grosso cordone di SS, per definire “un accordo sul nuovo schieramento difensivo comune” .
Sono presenti i generali Rommel, Jodl e von Rintelen per la Wehrmacht e i generali Roatta, Rossi, Zanussi e Di Raimondo per lo Stato Maggiore italiano.
L'incontro è burrascoso. Jodl giustifica la penetrazione tedesca in atto nella penisola come conseguenza della caduta di Mussolini. Informa inoltre della nomina di Rommel a comandante generale, suscitando le proteste del generale Roatta.
Gli italiani chiedono di ritirare le loro divisioni dalla Francia e dai Balcani, incontrando la diffidenza dei tedeschi, che domandano ironicamente se vogliono impiegarle al sud contro gli americani o al Brennero contro di loro.
Secondo Luciano Bergonzini l'incontro segna non solo la fine dell'alleanza militare, ma anche “l'implicita rinuncia alla sovranità nazionale” da parte dell'Italia.

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Esce il giornale clandestino "Rinascita"

Il 18 e il 28 agosto viene pubblicato il giornale clandestino “Rinascita”, organo del Comitato regionale per la Pace e la Libertà (chiamato anche “Quadripartito”).
Il Comitato è sorto in giugno dall'intesa fra il Partito d'Azione, il Partito Socialista, il Partito Comunista e alcune personalità del mondo cattolico antifascista. In settembre si trasformerà nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

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Riunione del Partito Comunista bolognese dopo la caduta del fascismo

Si tiene, in un appartamento di via Fondazza, la prima riunione del Comitato federale del PCI. Partecipano alcuni dirigenti appena rientrati dal carcere e dal confino: tra essi Arturo Colombi, Gaetano Chiarini, Celso e Vittorio Ghini, Umberto Macchia, Antonio Cicalini, Nella Baroncini.
La Federazione comunista bolognese conta circa 1.500 iscritti, finora costretti alla clandestinità. La struttura organizzativa di base è la cellula. Ne esiste una in tutte le fabbriche importanti della città.
Viene costituito un Comitato militare del partito, con giurisdizione su Bologna, Modena e Ferrara. Ne fanno parte Vittorio Ghini (responsabile), Luigi Gaiani e Mario Pelloni.
Il PCI, i cui dirigenti hanno maturato notevoli esperienze di lotta in Spagna e in Francia, diventa l'animatore principale della ricomposizione del fronte antifascista, superando vecchie chiusure settarie nei confronti degli altri partiti democratici.

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Ebrei bolognesi rifugiati a Cotignola

Tra l'autunno del 1943 e la primavera del 1945 la cittadina romagnola di Cotignola, sulle rive del Senio, diventa rifugio di sfollati, militari sbandati e perseguitati politici. Vi giungono anche decine di ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali.
Tutti si salveranno grazie a una rete di protezione - pressoché unica in Italia - che coinvolge varie famiglie del luogo, i parroci, il CLN e una parte dell'amministrazione pubblica, guidata dal Commissario Prefettizio Vittorio Zanzi (1896-1985), macellaio di fede repubblicana.
Le persone in cerca di protezione sono dapprima ospitate in casa di Zanzi o in quella del pittore Luigi Varoli (1889-1958), figura carismatica dell'ambiente artistico e culturale romagnolo del '900.
In seguito il Commissario le fa ricoverare presso famiglie e canoniche della zona. Infine le provvede di documenti falsi, ma regolari, compilati da impiegati del comune.
Tra gli ebrei che trovano soccorso a Cotignola diversi vengono da Bologna. Nel settembre 1943 vi giunge, con la moglie e la figlia, Marco Oppenheim, professore di medicina interna al Sant'Orsola, radiato nel 1938 in seguito alle leggi razziali.
Fino alla Liberazione i tre rimarranno nascosti nella canonica di don Antonio Costa nella frazione di Budrio. Marco svolgerà gratuitamente una preziosa opera di assistenza per i malati e i feriti del luogo.
Dalla Colunga di San Lazzaro di Savena arriva, assieme ai figli, il prof. Ubaldo Lopes Pegna, docente di filosofia e pedagogia alle Magistrali. E' stato espulso dalla scuola e la sua casa di Bologna sequestrata. Alloggiato in una stanza del centro di Cotignola, riceve aiuti e documenti falsi.
Nell'inverno del 1943 la casa di Varoli accoglie il prof. Renato Pirani, noto ginecologo, assieme alla moglie e alla figlia, mentre Clara e Peppino Zuckermann sono ospitati, con le figlie, presso Michele Montanari a Barbiano.
A Cotignola giunge anche la famiglia del prof. Attalo Muggia, proprietario della clinica Villa Bianca, prelevato dalle SS e scomparso nei lager. Il cognato è rifugiato presso i Medri, mentre il figlio Giorgio, nascosto con la famiglia a Massa Lombarda, viene spesso in paese con la bicicletta per curare gli ammalati di polmoni.
Nel 2002 Vittorio e Serafina Zanzi, Luigi e Anna Varoli saranno insigniti della medaglia di “Giusti tra le Nazioni” dallo stato di Israele e i loro nomi accolti nel memoriale del Yad Vashem a Gerusalemme.

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Terzo pesante bombardamento sulla città

Bologna subisce il terzo bombardamento dal cielo. Le bombe, lanciate da 74 fortezze volanti americane (del 97. e 99. Bomb Group), colpiscono in modo disastroso la stazione e le zone limitrofe e gli scali ferroviari.
Via Lame, piazza VIII Agosto, via del Borgo subiscono pesanti distruzioni. Tra i monumenti colpiti le chiese dei Santi Filippo e Giacomo e di Santa Maria del Buon Pastore in via delle Lame.
La Porta del Poggiale in via Nazario Sauro, uno dei superstiti torresotti della cerchia del Mille, è sbriciolata da una bomba e non sarà mai più ricostruita.
Le sirene di allarme suonano dieci minuti prima dell'arrivo degli aerei. Si contano una trentina di morti e altrettanti feriti. Molte sono le bombe inesplose.
Una di esse perfora diversi piani dell'edificio che ospita la ditta Atti in via Drapperie e si conficca in un mucchio di sacchi di farina riposti nel magazzino del panificio.

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Il generale Terziani rifiuta le armi ai "borghesi". Sporadici tentativi di resistenza nelle caserme

Nella serata dell'8 settembre, dopo il proclama di Badoglio, una delegazione del Comitato antifascista bolognese, formata dal socialista Carmine Mancinelli e dall'azionista Ettore Trombetti, si incontra con il comandante della difesa territoriale gen. Alberto Terziani, presso il Comando del Corpo d'Armata in via del Cestello, per concordare un'azione comune tra esercito e popolazione contro i nazifascisti.
Il generale oppone un netto rifiuto alla consegna di armi ai “borghesi”, considerandola una proposta poco seria. Dopo avere atteso invano ordini da Roma, finirà per arrendersi al tenente Theo Kenda, comandante tedesco.
Come in altre città d'Italia, alla notizia dell'armistizio, gli ufficiali superiori si mettono in borghese e fuggono, i soldati e gli ufficiali di grado inferiore rimangono consegnati nelle caserme in attesa di ordini.
Un'iniziale azione di resistenza ai tedeschi si ha nella caserma di via Santa Margherita, dove la mattina del 9 settembre vengono distribuite le armi ai soldati. Dopo la dispersione della truppa, esse saranno nascoste nella vicina chiesa di San Salvatore.
Altri tentativi di opposizione avvengono nelle caserme del 6° Bersaglieri in via Magarotti, della cavalleria, del 3° Reggimento artiglieria e del 35° fanteria in via Urbana, oltre che in quella dei carabinieri di piazza dei Tribunali.
Sfruttando l'elemento sorpresa, militanti comunisti riescono a sottrarre armi al controllo tedesco, ad esempio dalla polveriera posta sul colle della Guardia, mentre alcuni ufficiali e soldati si danno alla macchia e andranno ad ingrossare le prime formazioni partigiane.
Intanto nella stazione devastata dai bombardamenti cominciano a transitare treni carichi di soldati italiani destinati alla deportazione in Germania.

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Reazioni popolari all'annuncio dell'armistizio

Alle 19,42 il maresciallo Pietro Badoglio rende noto alla radio l'armistizio tra l'Italia e gli Alleati firmato a Cassibile nei giorni precedenti .
Alla sera, dopo un improvvisato corteo proveniente da piazza Vittorio Emanuele II, accompagnato da canti patriottici, alcune centinaia di cittadini si radunano in via Indipendenza sotto il monumento di Garibaldi.
In centro cominciano a sciamare dalle caserme gruppi di militari disarmati. Il comunista Amerigo Clocchiatti tiene comizi a più riprese in via Indipendenza, invitando i cittadini ad opporsi ai tedeschi.
Alle 22 circa, compaiono tra la folla alcune camionette cariche di soldati della Wehrmacht armati. La gente li accoglie con l'invito a ritornare a casa, gridando: “La guerra è finita” .
In tarda serata la notizia dell'armistizio giunge anche nelle campagne e si hanno le prime manifestazioni di giubilo, subito frenate dalla constatazione che i tedeschi stanno occupando tutte le posizioni strategiche.

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Riunione del Fronte Pace e Libertà, poi CLN regionale

La sera tra l'8 e il 9 settembre, in via San Felice, si incontrano i rappresentanti di alcuni partiti antifascisti. Sono presenti Carmine Mancinelli, Fernando Baroncini, Verenin Grazia e Alberto Trebbi per il PSUP (nato in agosto dalla fusione delle formazioni socialiste PSI e MUP), Mario Jacchia per il Partito d'Azione, Leonildo Tarozzi, Mario Peloni e Verdelli per il PCI.
Le prime direttive che vengono impartite ai cittadini sono: intensificare il recupero di armi; soccorrere i soldati italiani e gli ex prigionieri alleati; organizzare bande armate; impedire che il grano degli ammassi finisca ai tedeschi.
I comunisti pensano di ricreare una sorta di Guardia civica, pronta a combattere gli occupanti stranieri.
Il 16 settembre, in una riunione clandestina tenuta nella sartoria della moglie di Armando Quadri, in via Oberdan, il Fronte Pace e Libertà (o “Quadripartito”) diventerà la sezione regionale del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), promosso a Roma dal Comitato delle Opposizioni.
L'11 settembre esso ha lanciato un appello al Paese per distruggere "il nazismo e il fascismo flagelli egualmente perniciosi alla civiltà e alla libertà del mondo" .

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I tedeschi occupano la città

Dalla sera dell'8 settembre un contingente tedesco acquartierato a Villa Boschi, in località Due Madonne, comincia a mettere sotto controllo le caserme, a disarmare i militari italiani e sequestrare loro le armi.
Nella notte tra l'8 e il 9 “poco più di settanta soldati germanici”, al comando del tenente carrista Theo Kenda, un viennese,  “fanatico mussoliniano” , che “parla speditamente l'italiano con accento veneto” (Coppola), prendono possesso della città.
A mezzogiorno del 9 settembre la città è tutta nelle mani dei militari tedeschi. I reparti militari, rimasti senza ordini, in genere si arrendono senza combattere, tranne “alcuni elementi carristi” . Un breve scontro si ha nei pressi della stazione, con qualche morto.
Tra la costernazione della popolazione viene sospesa la corrispondenza privata, impedito l'uso del telefono, impartite diverse “misure disciplinari” .
Nei giorni successivi vengono requisiti vari edifici per i comandi e i servizi logistici. La sede di rappresentanza è fissata all'hotel Baglioni. I comandi militari della Militarkommandantur MK 1012 e della Stadtkommandantur si insediano presso la Facoltà di Ingegneria in via Risorgimento.
Il comandante di piazza è inizialmente il col. Helmuth Dannehl, sostituito in seguito il 1° aprile 1944 dal gen. Paul Steinbach.
Il comando del col. Saalfrank, preposto al funzionamento degli uffici civili e amministrativi, è collocato in via delle Rose 12-14. Il settore lavoro addetto alle deportazioni, guidato dal col. Friedman, si stabilisce alle Caserme rosse, una vasta area recintata a nord della Bolognina.
In via S.Chiara n. 6/2, accanto ai giardini Margherita, è posta la sede delle SS (comandanti il magg. Muller e il ten. Weismann), strettamente vigilata da reparti armati. Qui, nella famigerata "stanza n. 1", si praticherà la tortura.
La Gestapo invece è in viale Aldini 132. La Feldgendarmerie si sistema in piazza di porta Saragozza n. 4 e le SS italiane in via Saragozza 81. La polizia di sicurezza germanica (SD) si installa in via Albergati n. 6.
Altri comandi e uffici militari occupano stabili e caserme situati nella parte meridionale della città, soprattutto nella zona collinare meno esposta ai bombardamenti alleati.

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Aiuto ai militari sbandati

Dopo la firma dell'armistizio, l'esercito italiano, privo di ordini superiori, si sbanda.
L'aiuto ai soldati italiani che, lasciate le caserme, tentano di ritornare ai paesi di residenza, è un atto di solidarietà spontanea della popolazione bolognese, ma anche il banco di prova delle prime organizzazioni resistenziali antifasciste.
Si cerca di ospitare, rifocillare, dotare di abiti civili i militari in fuga, li si aiuta ad attraversare di nascosto la città, eludendo la sorveglianza dei soldati tedeschi, che subito dopo l'8 settembre hanno velocemente occupato il paese.
Vengono inoltre aperti i campi di prigionia situati nei dintorni della città: soldati americani e inglesi nascosti tra le piante del vivaio Ansaloni in via Malvezza sono aiutati a fuggire.
Alcuni antifascisti tentano di ottenere dai soldati armi in cambio abiti civili. Questo avviene ad esempio alla stazione di San Ruffillo, dove i ferrovieri si adoperano per bloccare i convogli di soldati diretti in Germania.
Già prima del 25 luglio militanti comunisti, sotto la direzione di Mario Pelloni, hanno preso contatti con militari di varie caserme. Questi contatti servono, nei giorni dell'armistizio, “ad aiutare i soldati a sottrarsi all'arresto dei tedeschi e a venire in possesso di parecchie armi da fuoco” .

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Migliaia di militari bolognesi nei lager del Reich

Dei 769.000 soldati dell'esercito italiano presi prigionieri dai tedeschi dopo l'8 settembre, oltre 9.000 provengono dalla provincia di Bologna.
La maggior parte dei soldati appartengono a classi comprese tra il 1920 e il 1924 e sono quindi giovani reclute poco più che ventenni. Il 70% sono soldati semplici di fanteria, dislocati soprattutto in Albania, Grecia e Dalmazia.
A Bologna i comandanti militari della piazza si sono arresi agli occupanti già nella notte tra l'8 e il 9 settembre. Più della metà dei soldati vengono fatti prigionieri nelle ore immediatamente successive all'armistizio.
Soldati e ufficiali vengono radunati nei cortili di alcune caserme e nel piazzale della stazione, custoditi da poche decine di militari tedeschi. La quasi totalità si troveranno entro la fine del mese nelle mani del nemico.
Dapprima trattenuti in campi di transito e di smistamento senza acqua e cibo, vengono poi stipati in carri bestiame e spediti in Germania e in Polonia.
Alcuni riescono a fuggire durante il viaggio. A Galliera, ad esempio, poiché i treni sono costretti a rallentare nei pressi del ponte ferroviario, i prigionieri si lanciano nella scarpata e cercano rifugio in paese.
Qui, come in molti altri centri, trovano aiuto nella popolazione, che li fornisce di cibo e vestiti civili e offre loro un riparo temporaneo.
I militari italiani che arrivano a destinazione sono sottoposti fin dall'inizio a un trattamento durissimo, disumano, che contribuirà a determinare il loro rifiuto a collaborare con i nazisti e la RSI, a costo di rimanere internati.
Gli IMI (Internati Militari Italiani) verranno rinchiusi in campi di prigionia (gli Oflag per gli ufficiali e gli Stalag per i sottufficiali e i soldati), posti sotto l'autorità del Comando supremo della Wehrmacht.
I bolognesi saranno destinati soprattutto alle aree industriali del Reich nelle zone di Berlino e Munster. La fame, il freddo insopportabile, le violenze dei carcerieri nazisti e il lavoro durissimo saranno le costanti dei campi di prigionia.
465 internati bolognesi non faranno ritorno alle loro case, deceduti per malattia, sotto i bombardamenti, dispersi sulle navi affondate durante i trasferimenti.

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Scioperi e assalti ai magazzini alimentari

All'alba del 9 settembre, dopo l'annuncio dell'armistizio e l'inizio dell'occupazione tedesca, il direttivo del Partito Comunista decide di dichiarare lo sciopero generale nelle fabbriche e nei servizi pubblici.
Dà quindi la direttiva di mobilitare la popolazione per aiutare i soldati in fuga e per impadronirsi delle armi abbandonate nelle caserme. Indica inoltre di far aprire i magazzini dell'ammasso e distribuire il grano ai cittadini, sottraendolo ai tedeschi.
In città lo sciopero ha successo negli impianti ferroviari e nelle principali fabbriche, come la Ducati, la Calzoni, la Minganti, la Barbieri e dura fino al 10 settembre a Imola e a Castel Maggiore, mentre nei centri rurali si moltiplicano le astensioni dal lavoro e le manifestazioni di protesta.
Numerosi sono gli assalti ai magazzini e ai silos per sottrarre grano e generi alimentari: a Bologna viene svuotato un treno fermo nello scalo del mercato ortofrutticolo.
Allo scalo San Donato la folla saccheggia due vagoni d'olio d'oliva destinati alla Germania. Con pentole e tegami donne e operai raccolgono il liquido che fuoriesce dai buchi praticati nelle cisterne. Le sentinelle tedesche reagiscono sparando. Un ragazzo di vent'anni viene ucciso e altre persone risultano ferite .
Alla stazione di San Ruffillo la popolazione assalta i carri merci: uomini e donne escono dai vagoni carichi di cassette, vestiti, gomme d'auto, copertoni per biciclette sottratti ai nazisti.
Nei centri rurali attorno a Bologna si svolgono manifestazioni popolari, che vedono protagonisti i braccianti, impegnati in questo periodo nella gramolatura della canapa, e altri lavoratori.
Il 9 a San Pietro in Casale i carabinieri intervengono a sciogliere un assembramento e vengono respinti dai manifestanti. A Ponte Ronca un colpo alla polveriera frutta una scorta di munizioni e bombe a mano.
A Corticella e a Calderara i comitati popolari organizzano lo svuotamento di magazzini e mulini. Ad Anzola Emilia viene assalito un deposito di grano. Le guardie tedesche sparano e uccidono due donne, Emilia Bosi e Amelia Merighi.
In altri comuni della provincia - a Castel San Pietro, a Mordano - sono assaltati i silos del Consorzio Agrario.
Il grano sottratto all'ammasso viene distribuito alla popolazione o conservato in magazzini provvisori e in parte sarà utilizzato dalle formazioni partigiane.
I Podestà, il Prefetto della Provincia e i tedeschi si affrettano, nei giorni seguenti, ad emanare bandi, che minacciano pene severe per chi non restituisce “il grano illecitamente trattenuto” .

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La "trafila romagnola" dei generali inglesi

Il 10 settembre giunge al convento di Camaldoli un gruppo di circa trenta soldati inglesi provenienti dai campi di prigionia di Arezzo e Firenze. Tra essi una decina sono generali. Sapendo che i tedeschi sono stati informati da un colonnello italiano della loro fuga, il priore li convince a trovare rifugio nel villaggio di Seghettina, in comune di Bagno di Romagna.
La notizia della presenza di altri ufficiali alleati sull'Appennino romagnolo giunge negli ambienti dell'antifascismo forlivese. Tra coloro che vanno ad incontrare gli ex prigionieri vi sono Torquato Nanni di Santa Sofia, Tonino Spazzoli, l'istruttore militare Bruno Vailati e l'ex gerarca fascista Leandro Arpinati, originario di Civitella di Romagna, che, secondo lo storico don Bedeschi, informa i generali sui piani tedeschi di allagamento della pianura padana e sulle “armi segrete” in mano a Hitler, confidenze ricevute da Mussolini alla Rocca delle Caminate .
Per alcuni degli ufficiali più alti in grado, i generali Philip Neame e Richard O'Connor e il Maresciallo dell'Aria Owen Tudor Boyd, è organizzata una fuga rocambolesca, che prevede il loro prelevamento sulla costa adriatica e l'attraversamento del fronte via mare.
Il cammino è tortuoso e pieno di pericoli: inizia una vera e propria "trafila romagnola" , analoga a quella che portò alla salvezza Garibaldi nel 1849. Il 19 dicembre, dopo faticosi trasferimenti tra Cesena, Forlì, Cervia, Riccione e vari tentativi di imbarco andati a vuoto, da Cattolica partirà il peschereccio della salvezza. Il giorno successivo i generali saranno salutati a Bari dai comandanti alleati Eisenhower e Alexander.
Nel marzo 1944 Giorgio Bazzocchi e Arturo Spazzoli provvederanno a trasferire al sud, attraverso impervi sentieri in Toscana e nelle Marche, gli altri ex prigionieri rimasti in Appennino. Ventotto uomini su due barche giungeranno il 20 maggio sani e salvi ad Ortona, già occupata dagli inglesi.

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Tornano i fascisti

Bologna è tra le prime città in cui i fascisti ricompaiono dopo l'armistizio. Tra il 13 e il 14 settebre Enrico Cacciari e Franz Pagliani riaprono la federazione.
Arrestato dopo il 25 luglio per detenzione di armi, Pagliani viene liberato personalmente dal carcere di San Giovanni in Monte dal tenente Kenda della Wehrmacht con il compito di “rappresentare i fascisti di Bologna” e riorganizzare il partito.
Dopo l'appello di Mussolini del 15 settembre per “il ripristino di tutte le istituzioni del partito” anche la caserma della Milizia si ripopola. I posti di comando sono assegnati a militari o giovani fascisti non compromessi con la vecchia gestione del PNF.
Il 18 settembre è designato come reggente del locale Partito Fascista Repubblicano (PFR) l'ufficiale di aviazione Armando Sarti.
Il 15 ottobre riprendono le pubblicazioni de "L'Assalto", quindicinale della Federazione repubblicana fascista “Decima Legio”. I primi numeri sono diretti da Goffredo Coppola (1898-1945) e si caratterizzano per una ossessiva propaganda antisemita.
Il capo della Provincia Montani denuncerà poco dopo, in una relazione a Mussolini, i "metodi da rivoluzione provinciale" del neofascismo bolognese, descritto come "un povero malato di epilessia" .
Tra le due anime del PFR locale, quella oltranzista di Pagliani e quella più moderata di Giorgio Pini, sarà la prima a riscuotere maggiore fiducia da parte dei Tedeschi e di Mussolini.

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Si costituisce il CLN bolognese

Si costituisce la sezione bolognese del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln). Ne fanno parte Paolo Betti per il Partito Comunista, Francesco Colombo per i repubblicani, il socialista Verenin Grazia e Armando Quadri per il Partito d'Azione.
Non partecipano ancora esponenti liberali e democristiani. La prima riunione si svolge in via Oberdan 2, nell'atelier della moglie di Quadri. In seguito la maggior parte degli incontri si terranno nella casa di Grazia in via Saragozza 158.
Negli ultimi giorni di guerra la sede abituale sarà l'Istituto dei Ciechi in via Castiglione, il cui direttore è il socialista Paolo Bentivoglio.

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Ordine di ammasso del grano

Il prefetto Trinchero ordina l'ammasso immediato del grano detenuto senza giustificazione, minacciando gravi sanzioni “a norma di legge di guerra germanica” .
Nei giorni successivi all'armistizio, in molti comuni della provincia vi sono stati assalti - spontanei o guidati dalla Resistenza - degli ammassi granari.
Il 10 settembre ad Anzola Emilia alcuni soldati tedeschi di presidio al locale magazzino del grano sulla via Emilia hanno ucciso due donne.

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Nascita del PFR bolognese e ricostituzione della Milizia

Il “Resto del Carlino”, per la prima volta firmato da Giorgio Pini (1899-1987), pubblica il bando di convocazione della 67a Legione della Milizia di stanza a Bologna. Vengono formati alcuni reparti: i Volontari della morte e i Cacciatori del Reno. Il comando è affidato ad Augusto Ferrazzi, presto sostituito da Gaetano Spallone.
Sullo stesso numero vi è l'annuncio della nascita in città del Partito Fascista Repubblicano (PFR), costituito da Franz Pagliani (1904-1986), assieme a Goffredo Coppola (1898-1945), a Walter Boninsegni (1902-1991) - campione di tiro con la pistola, più volte olimpionico - e all'oltranzista modenese Enrico Cacciari.
Pagliani, già Vice-Federale del PNF bolognese e Direttore dell'Istituto di Patologia chirurgica dell'Università, è appena uscito, grazie all'intervento del tenente Kenda della Wehrmacht, dal carcere di San Giovanni in Monte, dove scontava una condanna a tre anni.
Sarà in seguito nominato da Pavolini Ispettore Regionale per l'Emilia e diventerà comandante della Brigata Nera Mobile "Attilio Pappalardo".
Come reggente della federazione bolognese viene nominato Aristide Sarti, laureando in economia e commercio e ufficiale di aviazione, che appare come un volto nuovo, “l'immagine pulita di un giovane combattente in grado di rappresentare una discontinuità col passato” (Bergonzini).
Il suo nome è emerso da una riunione di fascisti oltranzisti di vecchia data: oltre a Pagliani, Coppola, Boninsegni, Cacciari, erano presenti anche Guglielmo Montani, ex prefetto a Reggio Emilia e Piacenza, e Pietro Torri, già comandante delle squadre d'azione.
Alla prima assemblea del PFR Sarti chiede la pena di morte per il re, per i membri del Gran Consiglio che hanno votato contro Mussolini e per i generali “complici dell'infame tradimento” .  Presto, però, sarà in rotta con gli oltranzisti e verrà rimosso su richiesta di Pagliani per il suo atteggiamento ostile.
Torri sarà a sua volta reggente e poi segretario del Fascio. Dal 10 aprile 1944 al 28 gennaio 1945 sarà commissario federale e comandante della brigata nera, quando sarà cacciato dalla città, assieme all'  “anima nera” Pagliani, dal generale von Senger.

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Costituzione del Comitato straordinario di assistenza

Pochi giorni dopo la sua elezione, il Commissario prefettizio Agnoli istituisce un Comitato straordinario di assistenza, anche a seguito dei primi bombardamenti sulla città.
Il Comitato è formato da rappresentanti del Genio civile, dei Vigili del fuoco, dei servizi tecnici e sanitari del Comune, delle aziende municipalizzate.
Deve approntare tutte le strutture di assistenza e difesa della popolazione civile: rifugi, posti di soccorso, ospedali, centri di assistenza e ricovero per gli sfollati.

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Il Comitato di Liberazione Emilia-Romagna (CLNER) e il triumvirato insurrezionale comunista

Dal Comitato “Pace e Libertà”, che riunisce forze politiche ostili al regime -  PCI, PSIUP e Partito d'Azione - il 19 settembre prende vita il Comitato regionale di Liberazione Emilia-Romagna (CLNER). Presto sarà costituito anche il Comando unico militare (CUMER), diretto da Ilio Barontini (Dario, 1890-1951).
Tra le componenti attive del CLNER, i comunisti sono i più contrari al cosiddetto “attendismo”, atteggiamento di rinuncia alla lotta armata teso ad evitare profondi contrasti con i tedeschi occupanti e le eventuali ritorsione sulla popolazione civile.
A stimolare l'iniziativa politica e militare antifascista si adopera, nei giorni successivi all'armistizio, il responsabile della direzione del Partito comunista Arturo Colombi (1900-1983), al quale succede dal 19 settembre Giuseppe Alberganti (Cristallo, 1898-1980), pronto a denunciare “la mentalità attesista e opportunista” , che ha prevalso anche nel suo partito.
Ex sindacalista e dirigente degli Arditi del Popolo, emigrato in Francia, commissario politico delle brigate Garibaldi nella guerra civile spagnola, confinato dal regime a Ventotene, Alberganti sarà uno dei leader più autorevoli della Resistenza in Emilia.
Farà parte, assieme a Barontini e a Giuseppe Dozza (1901-1974), del triumvirato insurrezionale comunista, l'organo di coordinamento delle brigate Garibaldi e della 7a Gap.
Composti di soli comunisti, i triumvirati insurrezionali sono presenti nelle principali città del nord. Hanno il compito di coordinare “l'azione politica e di massa del partito con l'azione militare delle formazioni partigiane” (Longo), ma soprattutto di “preparare quotidianamente l'insurrezione” e attuarla anche nel caso di non funzionamento degli organismi unitari.

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Deportazione di soggetti "politicamente pericolosi"

I primi bolognesi a raggiungere i lager nazisti sono alcuni soldati rinchiusi nel carcere militare di Peschiera, arrestati per reati commessi durante il servizio militare (diserzione, autolesionismo, ecc.).
Subito dopo l'8 settembre, 19 di essi rifiutano di collaborare con l'esercito tedesco e sono inviati a Dachau, dove giungeranno il 22 settembre. Qui saranno classificati come Schutzhaftlinge (deportati per misure di sicurezza) o schiavi per il lavoro. Molti non sopravviveranno al lager.
Il 19 settembre vengono arrestati a Bologna alcuni antifascisti e, per la prima volta, sono deportati nei lager tedeschi, anziché avviati al confino. Si tratta di Adelmo Capelli, Renato Gaiani, Adelmo Lolli, Celso Morini, Gaetano Trigari.
Appartenenti ai partiti socialista e comunista, schedati dal Casellario centrale come "politicamente pericolosi" , hanno già scontato vari anni a Ponza e Ventotene.
Le catture di oppositori politici si susseguiranno nei mesi successivi estendendosi alla provincia. Il 7 novembre, ad esempio, a Mezzolara di Budrio i fascisti locali faranno arrestare alcuni "noti sovversivi" , che finiranno nel lager di Dachau.

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Le opere d'arte della basilica di San Domenico ritornano a Bologna

Il padre provinciale Domenico Acerbi e il soprintendente ai monumenti Alfredo Barbacci organizzano il ritorno a Bologna del tesoro di San Domenico.
L'operazione, rischiosa per via dei frequenti bombardamenti, è dettata dall'avvicinamento del fronte al rifugio in cui le opere d'arte erano protette dal 1943: i sotterranei della villa Aria di Marzabotto.
Dopo un fortunoso trasloco a cura della ditta Gondrand, le preziose reliquie e opere d'arte sono sottratte ai militari tedeschi. Durante la notte i frati provvedono a nasconderle alla base del campanile della basilica domenicana, murando poi la porta di accesso.
Alcune settimane prima la cassa con le reliquie del santo fondatore è stata messa al sicuro in una cella-rifugio ricavata a cinque metri di profondità sotto l'aula capitolare del convento, protetta da una doppia blindatura di cemento armato.

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Un bombardamento devastante

Tra le 11 e mezzogiorno la città subisce l'incursione aerea più disastrosa di tutta la guerra, soprattutto dal punto di vista delle vittime civili. 120 aerei del 97° e 99° Gruppo bomberdieri del V Stormo USAF sganciano in centro e in periferia un enorme carico di bombe: 840 ordigni da 500 libbre, per un totale di 210 tonnellate di esplosivo.
Il sistema di allarme antiaereo si dimostra inefficiente: le sirene suonano quando gli aerei incursori sono già sulla città. E' sabato e molta gente affolla il tradizionale mercato della Piazzola, anch'esso colpito.
Si accertano 936 morti tra i civili e più di mille feriti, ma molte altre persone, letteralmente polverizzate dalle esplosioni, risultano disperse. Un calcolo esatto dei morti di questo bombardamento non sarà mai fatto. Si parla di oltre 2.000 vittime reali.
Oltre 500 edifici sono distrutti, tra i quali il teatro Verdi, l'Arena del Sole, il teatro Apollo, il cinema Italia, lo Sferisterio, il Seminario regionale, la nuova sede del "Resto del Carlino" in via Dogali, dove muoiono sette operai.
Tra i monumenti colpiti ci sono le chiese del Sacro Cuore, San Martino, Santa Maria Maggiore e nuovamente San Francesco. La chiesa di San Carlo in via del Porto è gravemente danneggiata, con il crollo della volta e gravi lesioni all'interno.
Un ordigno distrugge l'antica farmacia delle Lame, seppellendo il dott. Gattamorta e sua figlia. Nel locale colpito del Monte dei Pegni rimangono sepolti nove dipendenti.
Centinaia di persone trovano la morte in un rifugio di fortuna ricavato in un tratto sotterraneo del canale Cavaticcio, tra le odierne vie Marconi e Leopardi, centrato in pieno da alcuni ordigni.
Il bombardamento del 25 settembre provoca un grande esodo di popolazione civile da Bologna: la città appare infatti indifesa e vulnerabile. Migliaia di profughi transitano in file interminabili: a piedi, in bicicletta, i più fortunati su carri e carretti.
Scappano sulle colline o in campagna, trovando provvisori rifugi presso parenti e amici. I giornali annunciano che alcune decine di sinistrati bolognesi sono ospitati nella casa del Duce a Riccione.

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Il Palazzo della Mercanzia semidistrutto

Un sottufficiale tedesco fa brillare una bomba di aereo inesplosa, caduta nei pressi del portico del Palazzo della Mercanzia. Il lato orientale del palazzo viene distrutto quasi completamente.
I lavori di ripristino dello storico edificio saranno avviati nel maggio 1944, in piena guerra, dal soprintendente Barbacci e adeguatamente celebrati dal regime con francobolli celebrativi.

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Ordine di trasferimento in Germania degli stabilimenti Ducati

Messi sotto controllo commissariale durante la guerra e destinati alla produzione bellica, gli stabilimenti Ducati, che arrivano ad occupare circa 7.000 operai nel 1943, ricevono l'ordine di trasferimento ( Befehl ) a Rosenheim in Germania.
E' minacciata la deportazione delle maestranze dallo stabilimento di Borgo Panigale (1.000 dipendenti residui) e dalle fabbriche decentrate di Bazzano (1.400 addetti per costruzioni radiotecniche) e Crespellano (1.500 addetti per impianti fluidotecnici) e la dispersione di attrezzature uniche al mondo.
La sezione micromeccanica e tecnica di Borgo Panigale (circa 600 lavoratori e 200 macchine) è collocata per ordine del comando tedesco a Crevalcore, dentro lo stabile dell'Istituto professionale “Marcello Malpighi” e nell'ammasso canapa. Vi si progettano “dispositivi per la produzione in serie di pezzi per macchine da guerra segrete”.
Il trasferimento di altre sezioni è in parte scongiurato da decentramenti parziali in località della provincia e in paesi del Nord Italia (Cavalese, Longare, Albizzate, Parona di Valpolicella, Saronno, Pianezza), mentre una parte delle macchine e delle materie prime sono trasportate in diversi nascondigli a Bologna.
Intanto la gamma dei prodotti Ducati si estende: dagli apparecchi trasmittenti agli strumenti ottici per la Marina, dalle spolette per bombe ai binocoli prismatici, dai telecomandi e alle pompe dei motori per aerei alle stazioni telegrafiche.
I fratelli Ducati in parte collaborano con gli occupanti tedeschi - Bruno rischierà per questo la fucilazione nel primo dopoguerra - in parte lavorano per assicurarsi nuovi progetti e prodotti per il tempo di pace.
Ad esempio, nella colonia comunale di Cavalese (TN) il gruppo ottico, che produce per i Tedeschi il binocolo “Bimar”, costruisce anche il piccolo proiettore “Gioia” per uso scolastico.
Nell'autunno 1944, alcuni dirigenti Ducati si recheranno a Firenze per assicurarsi la collaborazione dei migliori tecnici della Galileo e della San Giorgio. Qui sarà studiata una microcamera fotografica di alta classe, chiamata “Sogno”.
A Bologna sarà fondata la REOM, diretta dall'antifascista Frati, per la ricerca in campo radioelettrico. Verranno inoltre attivati una settantina di laboratori speciali segreti, chiamati Post.
Da qui usciranno i prodotti radio-elettro-ottico-meccanici che la Ducati sarà in grado di lanciare sul mercato già dalla Fiera di Milano del 1946, come il “Cucciolo”, piccolo motore a scoppio da 48 cc, studiato a Milano, in locali di fortuna, dagli ingegneri Rosi e Di Stefani.

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Sostituzione del comando tedesco

Il comando della piazza di Bologna ( Platzkommandantur ) è affidato al colonnello Helmuth Dannehl. E' trasferito ad altra sede il precedente comandante, il tenente colonnello Kenda, austriaco e fanatico seguace di Mussolini. Con lui lascia la città il consigliere Fritz Lessing fiduciario del gruppo nazional-socialista locale.
Il 10 ottobre sarà annunciata la costituzione del comando militare tedesco per la provincia di Bologna (Militarkommandatur).
La sostituzione di ufficiali filo-fascisti con altri totalmente hitleriani ha il significato di una presa di distanza dalle strategie di potere dei fascisti della RSI. I tedeschi preferiranno sempre l'appoggio dei "vecchi" gerarchi.
Con l'arrivo del generale von Senger und Etterlin, comandante del XIV Corpo d'Armata, inviato da Kesselring a Bologna come responsabile della Zona d'operazioni, sarà aperto e drammatico il contrasto tra i tedeschi e la GNR, le Brigate Nere e la polizia locale.

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I rifugi e la protezione antiaerea

Dopo i primi bombardamenti alleati sulla città, l'Amministrazione comunale si adopera ad accrescere il numero dei rifugi antiaerei, investendo quasi tutto il denaro disponibile nella costruzione di ricoveri in galleria.
Già il 2 luglio il podestà Ferné aveva inviato una lettera all'Ufficio Tecnico, affinchè i lavori di sistemazionie procedessero a ritmo intenso anche nei giorni festivi, con la consapevolezza che l'ultimazione di un ricovero anti bomba poteva significare "la salvezza di migliaia di vite umane" .
Ai rifugi anticrollo ricavati in cantine, sottopassaggi e gallerie ferroviarie, capaci, al 1° ottobre 1943, di proteggere solo 26.000 persone (l'8 per cento dei bolognesi presenti in città), si aggiungeranno le gallerie pedemontane, aumentando la capienza complessiva a 100.000 persone.
Saranno 25 i rifugi in galleria alla fine della guerra (di cui 13 comunali), la maggior parte scavati sotto le colline, altri sotto i principali rilievi centrali, come la Montagnola, il monumento a Carducci, il Guasto dei Bentivoglio.
I rifugi anticrollo in galleria diventeranno spesso alloggi permanenti per anziani e sinistrati: "Brandine, pagliericci, piccoli mobili salvati dalle macerie, suppellettili consunte dall'uso, immagini di santi contrassegnano i miseri acquartieramenti di intere famiglie" (Vianelli).
I segnali di allarme o di limitato pericolo sono lanciati con le sirene da un'unica centrale situata in un primo tempo nel palazzo del Comando dell'esercito in via Galliera, in seguito sotto la torre coronata in via S. Alò.
Un servizio di avvistamento e segnalazione delle zone colpite è organizzato sulla cima della torre Asinelli dall'ingegnere Luigi Marmocchi, con l'aiuto di alcuni volonterosi tecnici comunali.
Il soccorso alla popolazione dopo le incursioni è affidato all'U.N.P.A. - Unione Nazionale Protezione Antiaerea, costituita nel maggio 1936 - e ai Vigili del Fuoco, mentre lo sgombero delle macerie è compito del Genio Civile.
L'U.N.P.A., che condivide con il PFR un edificio in via Gandino 3, disloca numerose squadre di protezione in scuole periferiche, quali la "Mattiuzzi Casali" in via Azzurra e la "Tambroni" in via Toscana.
I dispositivi di salvaguardia dei singoli palazzi sono sotto il controllo di un capo fabbricato, fiduciario nominato dal Partito Nazionale Fascista e dall’U.N.P.A., che si cura della chiusura delle porte dalle 23 alle 6 del mattino, salvo socchiuderle in caso di allarme aereo.
Sono di sua competenza anche le condizioni igieniche e di sicurezza dei rifugi. Cura inoltre che tutti gli abitanti del caseggiato siano al riparo durante i bombardamenti.

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La missione di Radio Bologna Libertà

Alcuni giorni dopo l'armistizio parte da Bologna una missione, che dispone di una radio clandestina: Bologna Libertà. Ne fanno parte il medico Pino Beltrame, lo scrittore Antonio Meluschi, l'ing. Pasquini, costruttore dell'apparecchio trasmittente, Giuseppe Landi di Medicina, Augusto Bianchi e il prof. Amilcare Mattioli (Michi) di Casola Valsenio.
La prima trasmissione è effettuata dalla villa di Beltrame vicino a Ferrara, poi da molte altre zone della Romagna. Per non essere individuato, infatti, il gruppo si sposta continuamente con un camioncino, che porta l'iscrizione "Pelli, conigli, uova, galline" .
L'apparecchio è nascosto sotto un cumulo maleodorante di pelli di coniglio. I messaggi della radio invitano i contadini a non farsi razziare il bestiame e il raccolto dai tedeschi e incitano alla resistenza.

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Le Fortezze Volanti attaccano Bologna

124 fortezze volanti, appartenenti a varie formazioni del 5. Stormo dell'aviazione USA, attaccano Bologna tra le 11 e le 13, lasciando cadere circa 1.500 bombe da 500 libbre (365 tonnellate di esplosivo).
Vengono colpiti quartieri rimasti indenni durante le incursioni precedenti, come la Cirenaica, e zone in prossimità delle linee ferroviarie fuori porta San Felice e porta Lame.
Gravissimi sono i danni patiti dalla chiesa del Corpus Domini in via Tagliapietre, quasi del tutto distrutta. Sfondata la volta, rimangono in piedi solo i muri perimetrali. Va perduto il soffitto decorato dal Franceschini con l'apoteosi di S. Caterina de' Vigri.
Molto danneggiati sono la sede del “Resto del Carlino” in via Dogali, il mercato ortofrutticolo e lo zuccherificio, gli alberghi Bologna e Astoria.
E' gravemente lesionata la chiesa del Sacro Cuore dei padri Salesiani, la chiesa di San Giorgio in via Nazario Sauro e quella di San Martino.
La stazione centrale è bombardata a tappeto: oltre mille viaggiatori trovano riparo nei sottopassaggi. Da questo momento lo scalo bolognese rimarrà inutilizzabile fino alla Liberazione.
Nonostante l'impressionante violenza del bombardamento, il numero delle vittime civili non è così elevato come nell'incursione del 25 settembre: “solo” una ottantina di morti e altrettanti feriti.
Molti sinistrati sono accolti dalla Curia a Villa Revedin, ma i più preferiscono fuggire dalla città. La casa di vacanze di Mussolini a Riccione ospiterà 80 bolognesi sfollati.
Il 10 ottobre 300 parrocchiani del Pontevecchio, assieme al parroco don Mezzetti, sottoscriveranno un voto, promettendo l'erezione di un tempio in onore di Santa Teresa e chiederanno di essere preservati "da gravi distruzioni per incursioni aeree, e dagli orrori e devastazioni dei combattimenti" .
La chiesa votiva sarà realizzata nel dopoguerra su progetto dell'arch. Renato Sabbi e consacrata nel 1988.

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Tentativo di coinvolgere Leandro Arpinati nella Repubblica Sociale

In un incontro alla Rocca delle Caminate, promosso dal commissario federale del partito fascista repubblicano Aristide Sarti, dal direttore del “Carlino” Giorgio Pini e dal prorettore Goffredo Coppola, Benito Mussolini offre a Leandro Arpinati, vecchio ras di Bologna, da tempo emarginato, l'incarico di ministro degli Interni nella neonata Repubblica Sociale Italiana, con la promessa di eleggerlo Presidente del Consiglio al termine della guerra.
Arpinati, ormai lontano dal fascismo e in contatto con ambienti politici liberali moderati, declina l'invito. Durante il colloquio il Duce gli confessa di voler strappare a Hitler il consenso per l'armistizio con gli anglo-americani, ma egli si mantiene freddo e distante, accusandolo di essere ormai prigioniero dei tedeschi.
L'esito negativo del colloquio sconvolge i piani “dell'ala più autorevole del fascismo bolognese” (Bergonzini) e porterà al repentino declino della carriera politica del giovane Sarti.

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Apertura del lager delle Caserme Rosse

Entra in funzione il campo di transito e smistamento delle Caserme Rosse di via Corticella. Si tratta di un complesso di edifici in aperta campagna costruiti prima della guerra e destinati ad ospitare una scuola per ufficiali della Sanità.
Tra i primi ad essere ospitati in questo lager sono i carabinieri di stanza a Roma che il 25 luglio 1943 hanno arrestato Mussolini per ordine del re e successivamente si sono rifiutati di partecipare al rastrellamento del ghetto ebraico della capitale. Il 7 ottobre sono stati disarmati per ordine del maresciallo Graziani e avviati alla deportazione in Germania.
Le Caserme Rosse ospitano i prigionieri razziati durante i rastrellamenti dell'esercito tedesco, soprattutto nelle città e sull'Appennino toscano ed emiliano. Nel solo periodo tra giugno e ottobre 1944 vi transitano circa 35.000 prigionieri.
Nel campo, sorvegliato da soldati tedeschi e repubblichini, è effettuata una visita medica decisiva ai fini dell'assegnazione al lavoro nel Reich - spesso nei lager da cui pochi ritorneranno - o al lavoro sul fronte italiano al servizio dell'Organizzazione Todt e della Wehrmacht.
Solo una piccola parte di prigionieri, per età o per malattia, possono essere dichiarati inabili. Mentre l'equipe medica del dottor Antonio De Biase (Delfini, n. 1909) tenta di evitare ai prigionieri le destinazioni più dure, diverse organizzazioni caritative si impegnano per alleviare le sofferenze dei rastrellati e rifugiare coloro che riescono a scappare durante i trasferimenti o nella confusione dei bombardamenti: dalla Pro.Ra. di don Giulio Salmi, alla Croce Rossa.
Molti fuggiaschi si nasconderanno presso le famiglie contadine o presso gli ospedali e i conventi di Bologna. Anche il podestà fascista, l'ing. Mario Agnoli, si impegnerà nella protezione e nell'accoglienza dei rastrellati presso le strutture assistenziali cittadine.
Le Caserme Rosse saranno anche luogo di fucilazioni e soppressioni di prigionieri. Dopo la guerra nell'area saranno rinvenute tracce di 16 fosse comuni.

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Arresto dell'ex Podestà Angelo Manaresi

L'ex podestà di Bologna ed ex deputato Angelo Manaresi (1890-1965) viene arrestato dalla Milizia su denuncia di Enrico Cacciari e rinchiuso nel carcere di San Giovanni in Monte.
Pluridecorato della grande guerra ed ex presidente dell'Opera nazionale combattenti, al momento della caduta del regime era ispettore nazionale del PNF.
Dopo il 25 luglio, in qualità di comandante del X reggimento Alpini e di presidente dell'Associazione Nazionale Alpini (ANA), ha inviato un telegramma di appoggio al Re e a Badoglio.
E' quindi considerato un traditore dagli oltranzisti della RSI. Verrà liberato alcuni mesi dopo, per un intervento di Mussolini.

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Il tenente pilota Ugo Bassi muore in Jugoslavia

Il tenente pilota Ugo Bassi muore durante una missione in Jugoslavia. Dopo aver partecipato a un mitragliamento nei pressi di Podgorica, dove è stato colpito il capitano Ottaviano, sulla via del ritorno è intercettato da due caccia tedeschi, che lo attaccano da quota superiore. Il suo aereo si schianta al suolo, senza che egli possa salvarsi.
Il giorno prima il 5° Stormo della Regia Aeronautica, divenuta dopo l'armistizio dell'8 settembre forza armata cobelligerante, era stato passato in rassegna dal Re all'aeroporto di Manduria, nei pressi di Taranto.
Il tenente Bassi pilotava un caccia bombardiere Reggiane Re.2002 “Ariete”, uno degli aerei reduci dai combattimenti dell'estate contro gli sbarchi alleati.
Il nome di Ugo Bassi è anche in un elenco di sette ufficiali italiani, catturati dai tedeschi il 23 ottobre 1943 a Pogradec, durante un rastrellamento della divisione “Brandeburgo”, e fucilati il 24 ottobre 1943 (M. Parigi).
 

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Prima adunata del Fascio repubblicano a Bologna

Nel maneggio di via Gandino si tiene la prima adunata del Fascio Repubblicano di Bologna, ricostituito il 19 settembre.
E' approvato un ordine del giorno del prof. Goffredo Coppola (1898-1945) in cui si chiede la condanna a morte del re e di molti capi politici del periodo badogliano.
Si reclama inoltre il sequestro dei beni e la confisca delle proprietà agricole del gerarca traditore Dino Grandi.

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I bunker di Mesola

A Mesola, località a nord di Ravenna sul margine meridionale del delta del Po, tra l'inverno del 1943 e la primavera del 1944, i tedeschi realizzano, tramite la Todt, il più imponente sbarramento difensivo sul suolo italiano.
Dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Hitler teme un secondo sbarco in Adriatico oltre gli Appennini. Viene quindi decisa una linea difensiva tra Bologna e Comacchio, appoggiata sui canali e le valli allagate del Delta. Chiamata in un primo tempo “Reno Stellung”, diventerà poi “Dschingis Khan Stellung” (linea Gengis Khan).
Quella di Mesola non è una linea antisbarchi di fronte al mare, ma una zona di difesa profonda quattro chilometri nell'entroterra lungo la via Romea.
A nord di Bosco Mesola la strada, protetta a sinistra dalle acque della palude “La Vallona”, all'improvviso gira a destra e realizza una sorta di imbuto attorno al Gorgo del fondo: questo diviene il punto strategico per bloccare un eventuale attacco alleato verso Venezia.
Nell'area di Mesola vengono costruiti trenta bunker, alcuni dei quali in paese e la maggior parte nella pineta delle Motte e del Fondo.
Essi non verranno, in realtà, mai armati: dopo lo sbarco alleato ad Anzio, la difesa tedesca si attesterà sulla Linea Gotica in Appennino e nella primavera del 1945 la zona del Po sarà oltrepassata dagli Alleati, con i tedeschi in rapida ritirata.
Nel dopoguerra i bunker di Mesola, chiamati in gergo “i furtin”, saranno abitati dai civili, in alcuni casi fino agli anni Sessanta.

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Primo bando di arruolamento della RSI

Nel novembre viene emesso il primo bando di arruolamento per le forze armate della RSI. Riguarda le classi 1924-1925.
Per molti giovani è il momento di scegliere se entrare nelle unità militari fasciste, se nascondersi, oppure se raggiungere le formazioni della Resistenza, che già nel settembre 1943 contano 638 combattenti.

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Prime esperienze partigiane in Appennino

Sui monti dell'alto Reno i primi gruppi partigiani sono formate da militari disertori, sfollati, ex prigionieri, giovani in fuga dalle chiamate alle armi della RSI.
Nel mese di ottobre un gruppo di antifascisti bolognesi, guidati da Libero Lossanti (1919-1944), sale nella zona di Vidiciatico con il proposito di stabilirvi una basa partigiana.
Ai primi di novembre si forma in località La Cà, nei pressi di Lizzano in Belvedere, il primo nucleo di quella che diventerà la 63a Brigata Garibaldi.
Esso comprende, oltre a Lossanti, Adriano Brunelli, Monaldo Calari, Rino Gruppioni (Spartaco), Nerio Nannetti, Giancarlo Romagnoli.
Avrà vita molto breve: i "cittadini" hanno scarsa conoscenza del territorio, mancano i rifornimenti e i collegamenti con le altre bande di "ribelli" presenti in zona. Il 27 novembre la base di Cà Berna sarà identificata e tre partigiani verranno catturati.
Tradotti a Bologna nelle carceri di San Giovanni in Monte, Giancarlo Romagnoli, Adriano Brunelli e Lino Formilli verranno fucilati al Poligono di tiro il 3 gennaio 1944. Una buona parte dei reduci di questo primo gruppo di bolognesi andrà a combattere in Veneto.
Vita ancor più effimera ha il distaccamento partigiano "Carlo Pisacane", formatosi a metà novembre a Guiglia sull'Appennino modenese. A fine mese esso subirà un imponente rastrellamento tedesco, che costringerà i partigiani a ripiegare a Mongardino, prima di sciogliersi per varie destinazioni, tra il forlivese e il Veneto.
Un terzo gruppo si radunerà sui monti a sud del bacino del Brasimone, ma il tentativo fallirà per le enormi difficoltà ambientali e di rifornimento.
I partigiani di Castiglione dei Pepoli saranno inviati in Romagna, in località Albergo di Cortecchio sul monte Faggiola, dove tra il 10 e il 20 novembre si riunirà, in accordo con il CNL di Riolo Terme, il primo nucleo della futura 36a Brigata Garibaldi, formata soprattutto da combattenti imolesi.
Sull'Appennino rimarranno piccoli gruppi destinati a consolidarsi la primavera successiva: la brigata pistoiese di Gino Bozzi a Poggiolforato, la banda di Alfredo Mattioli (Toscanino) a Monte Cavallo, la banda irregolare di Urio Nanni, quella di Renato Castelli (Toti) e di Ennio Farneti (Slit).
Questi gruppi effettueranno azioni di sabotaggio e di intimidazione dei fascisti locali, operando spesso fuori dal controllo del CLN.

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Attentato gappista al ristorante "Il Fagiano"

La sera del 4 novembre, presso il ristorante Il Fagiano in via Calcavinazzi, tre giovani partigiani - Vittorio Gombi (Libero), Libero Romagnoli (Gino) e Libero Baldi - compiono un attentato contro le truppe tedesche, ferendo tre militari con il lancio di una bomba a mano.
Si tratta della prima azione cruenta in città della 7a GAP (Gruppi azione patriottica), un'azione improvvisata e decisa autonomamente dai tre ragazzi, a testimonianza di un'organizzazione della guerriglia ancora insufficiente.
Per ritorsione il comando tedesco anticipa il coprifuoco alle 21, annuncia il fermo di dieci antifascisti come ostaggi e promette 50.000 lire a chi aiuta a catturare i colpevoli.
Accusa inoltre di inefficienza la questura bolognese e pochi giorni dopo lo stesso questore sarà allontanato. La scarsa collaborazione della polizia bolognese con i tedeschi è riconosciuta anche da Arturo Colombi.
Secondo il responsabile dell'attività militare del Partito comunista, dopo essere stata "una delle più malvagie contro gli antifascisti" nel Ventennio, dall'8 settembre essa si è comportata "con onestà e senso patriottico" , addirittura avvertendo i partigiani nell'imminenza dei rastrellamenti.

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Sfilata silenziosa davanti al Bollettino della Vittoria

Numerosi cittadini, in maggioranza donne, seguendo l'appello contenuto in un volantino del CLN, sfilano in silenzio davanti alla lapide con il Bollettino della Vittoria in piazza Nettuno.
Alcuni, come Candia Onofri, depongono fiori sotto gli occhi degli agenti della polizia in borghese, a significare la volontà di insorgere contro i tedeschi e i fascisti.

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Retata di ebrei da parte delle SS

Il 16 ottobre i nazisti hanno rastrellato il ghetto di Roma e iniziato la deportazione di 2.091 cittadini di origine ebraica. Quasi tutti spariranno ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio tedeschi.
Il 7 novembre ha inizio la prima retata di ebrei bolognesi da parte delle SS. L' Einsatzkommando Italien , costituito in ottobre con una decina di uomini, al comando del capitano Theodor Dannecker, ha il compito di catturare tutti gli ebrei nelle principali città italiane con azioni lampo e di spedirli subito in Germania.
La caccia a Bologna va in parte a vuoto, nonostante i nazisti abbiano a disposizione un accurato elenco fornito dalla polizia italiana. Non riescono invece a procurarsi la lista della Comunità Israelitica, chiesta invano a Mario Finzi, il Delegato Assistenza Emigranti, che adduce come scusa il bombardamento della sinagoga.
L'8 novembre i tedeschi prelevano dalla sala operatoria della sua clinica, Villa Bianca, il noto tisiologo Attalo Muggia, che sarà internato a Fossoli e poi deportato in Germania, dove scomparirà nel lager. La famiglia riesce invece a lasciare Bologna e a rifugiarsi da amici a Massa Lombarda e Cotignola.
Una ventina di ebrei catturati - tra essi le famiglie Goldstaub, Bonacar, Pinto - vengono condotti nella sede delle SS, quindi alle Caserme Rosse (o forse alla caserma di artiglieria di Viale Panzacchi), dove vengono concentrati anche alcuni ebrei razziati a Siena.
Il 9 novembre sono caricati insieme su un treno di prigionieri proveniente da Firenze, che il 14 giungerà ad Auschwitz.

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Arresto del leader socialista Alberto Trebbi

L'esponente antifascista Alberto Trebbi (1892–1975) viene arrestato e imprigionato nel carcere di San Giovanni in Monte. Ha aderito fin da ragazzo agli ideali socialisti e, nel settembre 1920, ha diretto la Fiom bolognese durante l’occupazione delle fabbriche.
I fascisti lo hanno perseguitato per tutto il ventennio: bastonato più volte, assieme alla moglie Ellena Tannini, è stato arrestato nel 1925 e condannato al confino a Lipari per cinque anni.
Per tutti gli anni Trenta ha continuato, nonostante la stretta sorveglianza della polizia, ad essere un punto di riferimento per l'organizzazione clandestina antifascista. Il suo negozio di calce e gesso in vicolo Broglio è uno dei centri più importanti della Resistenza in città.
Dopo una lunga detenzione nel carcere bolognese e a Castelfranco Emilia, il 21 gennaio 1944 Trebbi sarà deportato nel lager tedesco di Dachau, da dove riuscirà a ritornare, ormai ridotto a 43 chili di peso, nel maggio 1945.
Nel dopoguerra sarà presidente del Consorzio provinciale delle cooperative di produzione, lavoro e trasporti di Bologna (ex Consorzio fra birocciai, carrettieri e affini) e della Cooperativa Fornaciai.
Ricoprirà anche la carica di presidente provinciale dell'ANED (Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti).

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Il capo della Provincia chiede aiuti

Il capo della Provincia Montani illustra, in una lettera a Mussolini, la situazione di Bologna dopo i tremendi bombardamenti dell'estate sulla città.
Circa 6.000 famiglie risultano sinistrate. I rifugi casalinghi si sono rivelati inadeguati e vulnerabili. I rifugi pubblici possono ospitare meno di 30.000 persone.
Lamentandosi della mancanza di aiuti dal governo, Montani chiede finanziamenti per la costruzione di rifugi pedecollinari in galleria in grado di ospitare "almeno 50.000 persone" e per l'edificazione di villaggi di baracche in periferia per i sinistrati e gli sfollati.

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Eccidio del Castello Estense di Ferrara

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre viene ucciso il Federale di Ferrara Igino Ghisellini (1895-1943). Il suo corpo è ritrovato a Castello d'Argile, in provincia di Bologna.
La notizia dell'attentato è portata a Verona, dove sono riuniti per il Congresso del Partito Fascista Repubblicano, assieme alle delegazioni delle altre città, anche i rappresentanti ferraresi.
Questi ultimi rientrano rapidamente a Ferrara, inviati dal segretario Alessandro Pavolini (1903-1945), assieme a squadristi di Padova e Verona, per vendicare l'assassinio con una “spedizione punitiva” esemplare.
Tre camion carichi di squadristi di Ferrara, Cento e Pieve di Cento invadono Castello d'Argile muniti di lanciafiamme e taniche di benzina, decisi a incendiare tutto il paese. La rappresaglia è sventata per l'intervento di Eolo Fagioli, autorevole fascista ferrarese residente a Castello e genero del Podestà locale.
Nella notte del 14 novembre a Ferrara vengono arrestate 75 persone e ha inizio la rappresaglia. All'alba del giorno seguente undici cadaveri di antifascisti innocenti sono rinvenuti nei pressi del fossato del Castello e in altri luoghi della città. Quattro di essi sono ebrei.
Il tragico evento ispirerà un racconto della raccolta Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, da cui il regista Florestano Vancini trarrà, nel 1960, il film La lunga notte del '43 .
La morte di Ghisellini rimarrà un mistero: sarà addossata ad alcuni a partigiani comunisti provenienti da Bologna, mentre altre ricerche ipotizzeranno una faida interna al partito fascista.

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Prima azione della brigata "Stella Rossa"

I partigiani della Brigata Stella Rossa, formazione autonoma che opera nella val di Setta attorno alla ferrovia Direttissima, compiono la loro prima azione.
Nei pressi di Grizzana fanno saltare un treno, distruggendo sei cisterne di benzina e quattro vagoni di automezzi.
La Stella Rossa è la prima unità partigiana sorta dopo l'8 settembre in Emilia-Romagna. Tra l'ottobre e il novembre 1943 una ventina di uomini, tutti residenti nei comuni di Monzuno e Marzabotto, si riuniscono fra i boschi di San Nicolò e nella sacrestia della chiesa di Vado.
Un importante ruolo di organizzazione e poi di collegamento con i primi combattenti alla macchia è svolto da Umberto Crisalidi (Il Vecchio), antifascista di vecchia data, assieme a Giorgio Ugolini e Guido Musolesi.
Nel novembre 1943 Mario Musolesi (Lupo, 1914-1944), ex militare carrista, è scelto come comandante della formazione, che conta solidamente sull'appoggio delle famiglie residenti nella zona.
La Stella Rossa sarà una spina nel fianco degli occupanti tedeschi, con sistematici attacchi ai convogli e sabotaggi delle linee ferroviarie.
La brigata subirà un primo grande rastrellamento nel maggio 1944 e sarà poi sgominata durante il grande eccidio di Monte Sole, nel settembre 1944.

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Il prof. Coppola è il nuovo Rettore dell'Alma Mater

Dopo le brevissime reggenze, tra il 31 agosto e il 23 novembre, di Enrico Redenti, Umberto Borsi e Umberto Puppini, diventa Rettore dell'Università Goffredo Coppola (1898-1945), professore di letteratura greca e latina all'Alma Mater dal 1932 e “uomo di trincea” del fascismo repubblicano.
All'inizio egli sembra ottenere la fiducia delle autorità tedesche occupanti, anche per le sue posizioni ideologiche razziste e filo-naziste.
Da anni pubblica sul "Resto del Carlino", "Il Popolo d'Italia" e "Il Corriere della Sera" articoli ferocemente antisemiti, che nel 1944 raccoglierà nel volume Trenta denari .
Il suo primo provvedimento, approvato dal Senato accademico, nega agli studenti abili alle armi l'accesso alle lezioni, con l'asserzione che "la cultura si difende al fronte" .
Le lezioni devono essere regolari solo per i mutilati, "per le studentesse e gli ecclesiastici" . La conseguenza è un crollo delle iscrizioni, da 14.000 a 5000.
Nella seduta del Senato Accademico del 4 dicembre imporrà la denuncia per tradimento e la sospensione degli stipendi ai professori assenti da Bologna.
Il suo intento di isolare l'Università e tenerla al riparo dal conflitto in atto si rivelerà ben presto una illusione.

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Bombardamenti nella Valle del Reno. Colpita la cartiera della Lama

Il 27 novembre verso le 12,40 una formazione di bombardieri americani (15 fortezze volanti decollate a Pisa) sgancia alcune decine di bombe sull'abitato di Vergato.
Non vengono colpiti i probabili obiettivi di questa missione, dichiarata “Pin Point Precision” (di massima precisione), cioè i ponti stradali e ferroviari sul Reno e il Vergatello, ma diverse abitazioni private.
Si contano 46 morti e più di 200 feriti, soprattutto in un mulino in località America. I funerali delle vittime si terranno tre giorni dopo in forma solenne, alla presenza delle autorità comunali e di un rappresentante del Comune di Bologna.
Lo stesso 27 novembre nella valle del Reno si hanno pesanti incursioni aeree anche a Pian di Setta, sul ponte e sulla canapiera di Pioppe di Salvaro, a Sasso.
Lama di Reno è “devastata dal getto micidiale” : nella cartiera I.R.I.S. e nel paese accanto rimangono uccise 40 persone. Don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano (poi martire a Monte Sole) è tra i primi a soccorrere i feriti e a cercare le vittime tra le macerie.

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I Gruppi di difesa della donna (GDD)

Cinque donne appartenenti all'antifascismo - Ada Gobetti, Giovanna Barcellona, Lina Fibbi, Lina Merlin, Rina Piccolato - promuovono, con un documento programmatico, i Gruppi di difesa della donna (GDD), aperti alle donne disposte a sostenere ed assistere i partigiani, gli antifascisti, i rastrellati.
Fogli dattiloscritti come "Noi donne" e "La voce delle donne" contengono incitamenti alla lotta sociale e politica e proposte di rivendicazioni, quali gli alloggi per i sinistrati, il riscaldamento nelle scuole, migliori razioni alimentari.
Nel giugno 1944 il CLNAI riconoscerà i GDD come "organizzazione aderente al Comitato di liberazione nazionale" . In ottobre sarà riconosciuto anche il Comitato bolognese, operativo fino dal febbraio precedente e diretto da Vittoria Guadagnini (Dina), di cui fanno parte Liliana Alvisi (1915-2005), Novella Corazza (Vera), Diana Franceschi e Vittorina Tarozzi (Gianna).
La Alvisi, giovane medico proveniente da una famiglia tenacemente antifascista, si incaricherà di raccogliere materiale sanitario per il movimento partigiano e svolgerà brevi corsi pratici di pronto soccorso per le staffette destinate alle brigate della montagna.
Il suo ambulatorio al Pontevecchio sarà luogo di incontro per i medici e i sanitari vicini alla Resistenza. Dopo la Liberazione, i Gruppi di difesa della donna confluiranno nell'UDI (Unione Donne Italiane).

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Riconversione delle industrie alla produzione bellica

Alla fine del 1943 le industrie meccaniche bolognesi hanno convertito la maggior parte della loro produzioni per usi bellici. Sono controllate dal Commissariato generale fabbricazioni di guerra (Cogefag o “fabbriguerra”) e divise in quattro grandi rami produttivi: auto e moto, macchine operatrici, settori radiotecnico e elettromeccanico.
La Calzoni fa apparecchi idrodinamici per i comandi della marina e dell'aeronautica e carri armati per l'esercito. La Sabiem fa serie complete di parti per obici, la Sasib affusti di cannone, piastre d'acciaio del cannone anticarro 47-32, meccanismi di puntamento e bossoli. Inoltre fa revisione di motori d'aereo nella sezione Avio, distaccata a Meldola (FO).
L'ACMA fa parti di siluri, di motori per aviazione e di armi. La B.B. fabbrica candele, l'ALMA le rigenera. La Weber produrrà al 90% carburatori per l'esercito tedesco.
A Casaralta si costruiscono veicoli ferroviari di ogni tipo, alla G.D parti della mitragliera Breda, alla Cevolani parti di armi e di motori aerei.
Oltre che stazioni e apparecchi radio per l'esercito, la Ducati produrrà per i tedeschi pompe per motori, condensatori, apparecchi ottici, parti di armi e motori di aerei.
L'azienda ha già provveduto tra il 1942 e il 1943 a dislocare una buona parte della produzione a Crespellano e a Bazzano. Nella sede distaccata di Crespellano saranno costruiti pezzi di ricambio per i micidiali caccia tedeschi Stukas.
La ditta Baschieri e Pellagri di Marano, nota come “ la polveriera di Castenaso ”, è specializzata nel caricamento dei proiettili, attività di riuso dei residuati bellici. Ha circa 600 addetti alla fine del 1943, quando viene sfollata a Farneto.
Altre officine impegnate nella produzione bellica sono la Buini & Grandi, che fa impianti per aeroporti, la Filotecnica (orizzonti artificiali), Babini (cerniere metalliche), Cevolani (ricambi), FIM (radiatori), SIAP (strumenti di assistenza al volo). La Minganti produce fresatrici per carter motori, mentre Morini fa bilancieri per valvole.
Nelle fabbriche impegnate nella produzione militare l'occupazione si espanderà soprattutto durante i primi anni del conflitto.
Ad esempio la Curtisa raggiungerà i 400 dipendenti, la Minganti da 600 persone nel 1938 passerà a 1.550 nel 1941, la Calzoni impiegherà fino a 1.600 operai in turni continui.
A seguito dei bombardamenti aerei dell'autunno 1943 molti stabilimenti trasferiscono i macchinari in casolari di campagna, ma anche in palazzi storici del centro.
L'ACMA, ad esempio, trova sede a San Lazzaro, in un edificio di proprietà del suo amministratore unico Gaetano Barbieri. La Società Poligrafica "Il Resto del Carlino" si sposta a Lavino di Mezzo, l'OMSA tenta senza successo di andare a Pianoro.
Alcuni opifici subiscono gravi danni già dopo le prime incursioni, come la FIM di via Mascarella, distrutta durante il tragico bombardamento del 25 settembre 1943 o la Sabiem & Parenti, colpita il 5 ottobre.
Nel dicembre del 1943 l'occupazione nelle fabbriche bolognesi risulta in calo, per i ripetuti bombardamenti, per la presenza dell'occupante tedesco e per la grave crisi alimentare in atto.

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Agitazioni operaie e azioni di resistenza alle Officine Rizzoli

Gli operai delle Officine Rizzoli entrano in agitazione per sventare la minacciata abolizione dell’indennità giornaliera di 10 lire da parte dell’azienda. E’ avanzata una piattaforma rivendicativa, che sarà poi ripresa dagli operai di altre fabbriche bolognesi.
Essa prevede tra l’altro: un aumento del salario, una razione giornaliera di 500 gr di pane, la consegna di legna e carbone per il riscaldamento, mezzo litro di latte per i figli dei dipendenti, la cessazione dei licenziamenti arbitrari.
Dopo l'8 settembre, in una palazzina delle Officine, si è installato il comando delle Brigate Nere. I materiali e i macchinari destinati alla fabbricazione delle protesi ortopediche cominciano presto a interessare anche i tedeschi.
Per evitare requisizioni la direzione dispone di nasconderli in camere chiuse dell'Ospedale Sant'Orsola e dentro la cappella dell'Istituto di Rieducazione del Pratello. I materiali di valore, ad esempio il bronzo, sono nascosti nei sotterranei della chiesa di San Michele in Bosco.
Nelle Officine opera un gruppo in rappresentanza del CLN - Aniceto Servisi, Umberto Fontana, Dante Lorenzini - che si adopera nella raccolta di fondi per il movimento partigiano.
I licenziamenti degli operai saranno scongiurati fino alla fine della guerra. Negli ultimi mesi dell'occupazione i dipendenti saranno utilizzati nei più vari impieghi: dallo sgombero delle macerie di edifici bombardati al taglio degli alberi della via Panoramica.

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Ordine di rastrellamento degli ebrei e sequesto dei loro beni

In applicazione alle disposizioni della Carta di Verona della RSI, dove si enuncia che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e appartengono a nazionalità nemica” , e in base all'ordinanza di polizia n. 5, emessa il 30 novembre dal Ministro degli Interni Buffarini Guidi, il Capo della provincia Montani ordina di rastrellare tutti gli ebrei e avviarli “ in appositi campi di concentramento ”, disponendo inoltre il sequestro dei loro beni mobili e immobili.
Un articolo del "Resto del Carlino", pubblicato il 2 dicembre con il titolo Fino in fondo , dichiara che i gli ebrei sono elementi pericolosi sia nel campo economico, che in quello politico, culturale e morale, sono colpevoli di tutte le crisi, le guerre e le sciagure del mondo, sono "istintivamante nemici" del paese che li ospita.
Disposizioni successive prevederanno la sistemazione provvisoria degli arrestati in caserme e scuole, in attesa dell'allestimento del campo di Fossoli, in provincia di Modena.
Alcune deroghe alle misure di internamento resteranno in vigore fino al febbraio 1944: dopo di allora gli ebrei saranno arrestati e deportati senza alcuna distinzione, compresi i vecchi, gli ammalati. I "misti" saranno ancora per qualche mese trattenuti a Fossoli e deportati in agosto, alla chiusura del campo.
La cattura degli ebrei, da parte della polizia italiana e nazista, verrà ostacolata dalle iniziative di protezione messe in atto da organizzazioni antifasciste, come quella guidata da Mario Jacchia, Armando Quadri e Gino Onofri.
Esse riusciranno in molti casi a dotare i ricercati di documenti di identità falsi, intestati a persone residenti nelle zone liberate. Intere famiglie troveranno rifugio in località isolate dell'Appennino, come Riola di Vergato o in alcuni paesi della Romagna, come Cotignola e Massa Lombarda, a volte sotto la protezione di amici "ariani".
Degli oltre 800 ebrei residenti in città, 114 troveranno la morte nei campi di sterminio tedeschi. Tra essi il Rabbino Leone Alberto Orvieto, per 44 anni alla guida della comunità israelitica bolognese, che sarà deportato assieme alla moglie Margherita Cantoni.
La maggior parte degli oltre 70 ebrei arrestati a Bologna saranno vittime dell'apparato repressivo fascista: solo quattro, infatti, saranno catturati direttamente dai tedeschi. Alcuni giovani ebrei parteciperanno attivamente alla Resistenza: tra essi Franco Cesana, il più giovane partigiano d'Italia.

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La diffusione dei giornali radio è obbligatoria

Il capo della provincia rende obbligatorio il funzionamento della radio nei pubblici esercizi per l'ascolto dei notiziari. Per i gestori che trasgrediscono è previsto il ritiro della licenza.

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Violazioni alle disposizioni annonarie e frodi alimentari

Alcuni ristoranti del centro cittadino vengono chiusi provvisoriamente per violazione delle disposizioni annonarie. Non è che la superficie di una vasta realtà di speculazione organizzata, con giganteschi accaparramenti e frodi alimentari incontrollate, che provocano smisurati arricchimenti.
Nel gennaio 1941 un gruppo numeroso di accaparratori di caffè e zucchero sono scoperti e arrestati. Sette droghieri vengono denunciati per frodi annonarie.
Si spaccia lana fatta con residui del latte, mentre quella buona, raccolta nelle scuole per i soldati al fronte, finisce in magazzini particolari.
Le contraffazioni sono decine: dalla cioccolata fatta con farina di castagne, ai copertoni di gomma autarchica, che si sfaldano pochi giorni dopo l'uso. Si confeziona il “pane del Negus” , di colore nero, perché ricavato dai semi degli acini d'uva.
Ci sono intrugli vegetali dai nomi fantasiosi: Vegetina, Exovol, Conditutto. Intanto in ristoranti simili a quelli multati ospiti “speciali” possono banchettare dopo il coprifuoco con cibi introvabili e bere quello che è comunemente chiamato un “caffè caffè” .

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"Siamo in viaggio per terre lontane"

La famiglia Dalla Volta viene bloccata in casa da cittadini “zelanti” durante il rastrellamento degli ebrei effettuato a Bologna dalla polizia italiana nei primi giorni di dicembre.
Alfredo Dalla Volta, impiegato delle poste e membro della Comunità israelitica, i figli Paolo e Anna, la moglie Marta Finzi vengono facilmente catturati.
Il 7 dicembre, nel corso del viaggio che li porta al lager riescono ad inviare ad un amico una cartolina postale:

“Carissimi, siamo in viaggio per terre lontane pieni di fiducia e con l'animo a voi rivolto. Speriamo che Dio ci assista e di riabbracciarci un giorno”.

Nessuno di loro tornerà mai più.

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La "Santa Cecilia" di Raffaello sull'isola Borromeo

Il quadro raffigurante L'estasi di Santa Cecilia di Raffaello, capolavoro della Pinacoteca Nazionale, è trasferito durante la notte dell'11 dicembre verso la Lombardia.
Francesco Arcangeli, giovane assistente di Roberto Longhi, lo accompagna lungo la via Emilia fino al traghetto del Po, nei pressi di Piacenza.
Qui il quadro è accolto da Gian Alberto Dell'Acqua, che lo ricovera sull'Isola Borromeo al lago Maggiore, al riparo degli eventi bellici.

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I GAP in azione. Bombe contro locali frequentati dai Tedeschi

Alle ore 17,45 del 15 dicembre esplode una bomba nella sede di un reparto cartografico tedesco a Villa Spada, in via Saragozza. Poco dopo un altro ordigno distrugge un bordello per ufficiali in via San Marcellino.
Le azioni sono opera di due gruppi di gappisti, guidati dal comandante “Dario” (Ilio Barontini), il quale, giunto a Bologna in ottobre, ha impiantato una officina clandestina per la confezione di esplosivi.
I Gruppi d'Azione partigiana (GAP), promossi dall'organizzazione comunista, sono  “gli arditi della guerra di liberazione, i soldati senza divisa, i più audaci, i più rapidi e pronti” (De Micheli).
Per il momento sono solo una decina di uomini, votati a combattere in mezzo al nemico, pronti a colpirlo all'improvviso.
Il 18 dicembre il Comandante del Servizio di Sicurezza tedesco anticipa il coprifuoco alle 18, multa la città di 500.000 lire e promette 100.000 lire di premio a chiunque aiuti a individuare gli autori degli attentati.

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Arresto di Dino Zanetti

Il 15 dicembre viene arrestato Dino Zanetti. Nel 1919 fu promotore della formazione paramilitare nazionalista dei “Sempre pronti per la Patria e per il Re”. In seguito aderì al Fascio, divenendo uno degli squadristi più attivi.
Il 26 luglio 1943 ha fatto esporre il tricolore con lo scudo sabaudo davanti a una banca di Cento (FE), della quale è direttore.
Il 13 febbraio 1944 sarà condannato a cinque anni di reclusione dal Tribunale straordinario provinciale di Ferrara. Verrà scarcerato solo al termine della seconda guerra mondiale.

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A Imola bombe contro la caserma della milizia

La sera del 16 dicembre i Gap di Imola fanno esplodere due bombe su un davanzale della caserma della milizia, in Palazzo Della Volpe. Il questore di Bologna istituisce un premio di 100.000 lire per chi fornisca indicazioni utili alla cattura dei colpevoli.
Il 4 novembre precedente i partigiani Adelmo Bartolini e Livio Poletti hanno giustiziato il seniore della 68a Legione Germano Fernando Barani.
Per l'attentato del 16 verranno arrestati 23 cittadini. I fratelli Alfredo e Romeo Bartolini saranno torturati per più giorni e infine uccisi il 27 gennaio 1944 al Poligono di Tiro di Bologna.
 

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Don Giulio Salmi cappellano dei rastrellati

Don Giulio Salmi (1920-2006) viene ordinato sacerdote dal cardinale Nasalli Rocca. Pochi giorni dopo diviene il cappellano della Pro. Ra. (Pro Rastrellati), addetto al conforto religioso di quanti, in attesa di essere deportati nei campi nazisti o costretti a lavorare per la Todt sul fronte italiano, sono rinchiusi nel campo di smistamento delle Caserme Rosse alla Bolognina.
Si tratta di migliaia di uomini catturati dai tedeschi in ritirata con razzie nelle Marche, in Umbria, in Emilia e soprattutto in Toscana.
Operando costantemente per la salvezza dei prigionieri, a rischio della vita, il giovane prete riesce a sottrarne parecchi al lager, indirizzandoli verso centri di raccolta preparati nel collegio di San Bartolomeo, nel seminario ONARMO di via Valverde, nel ricreatorio “Salus”, nel convento del SS. Salvatore.
Impedito, pena la morte, a svolgere servizi religiosi all'interno del campo - i tedeschi si sono accorti che le sue omelie contengono messaggi per i rastrellati e indicazioni per l'evasione - viene infine cacciato fuori a calci dalle SS nell'ottobre '44,.
Più tardi otterrà nuovamente il permesso di portare conforto ai prigionieri concentrati nella caserma di artiglieria a Porta D'Azeglio.
Nel dopoguerra don Salmi verrà riconosciuto partigiano nella 6a Brigata "Giacomo" e insignito della medaglia d'oro dei comuni e delle provincie di Bologna e Lucca.
Come responsabile dell'ONARMO, sarà in seguito animatore di case per ferie e strutture di accoglienza per lavoratori.

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Partigiani bolognesi nel Veneto

Il CLN regionale stabilisce nell'autunno di ridurre drasticamente il numero delle bande partigiane in Appennino, ritenendo che la zona non si presti per la guerriglia.
I sopralluoghi fatti a Vado, Monterenzio, Lizzano per stabilire nuove basi sono stati infruttuosi. Secondo un rapporto, datato dicembre 1943, del segretario comunista Giuseppe Alberganti (Cristallo), le “condizioni ambientali e geografiche” sono sfavorevoli: le montagne bolognesi non hanno un retroterra profondo, sono sprovviste di boschi e la buona viabilità permette efficaci rappresaglie.
Inoltre in Appennino l'antifascismo è più debole e la popolazione, ancora succube del fascismo, dimostra di temere i Tedeschi e non ha manifestato alcuna reazione dopo l'8 settembre.
Così, dopo accordi intervenuti con l'organizzazione comunista padovana, più di cento giovani partigiani bolognesi vengono trasferiti a piccoli gruppi nelle prealpi bellunesi, a partire dalla seconda decade di dicembre, con una “lunga marcia” piena di pericoli e difficoltà.
Andranno a costituire il primo nucleo della divisione partigiana dedicata all'eroe di Spagna Nino Nannetti, che rimarrà in linea fino alla Liberazione, combattendo nelle valli del Mis e di Mesazzo e poi nel Vajont e sull'Altipiano del Cansiglio.
Alcuni di essi torneranno dopo poche settimane a Bologna per combattere nei primi nuclei della 7a GAP. Saranno 17 i partigiani bolognesi caduti in Veneto, tra cui il Tino Fergnani, primo ucciso in montagna nel gennaio 1944, e il comandante della Brigata Garibaldi “Mazzini” Francesco Sabatucci (1921-1944), nome di battaglia Cirillo, Medaglia d'oro al V.M.
Mentre i resistenti bolognesi vengono inviati in Veneto, gli antifascisti imolesi scelgono di rimanere sui monti della Romagna, assieme ai faentini e ai ravennati, sconfinando a volte sul monte Falterona.

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Attentato gappista al ristorante Diana

Una bomba è collocata dai partigiani presso il ristorante Diana, in via Indipendenza, sotto un tavolo solitamente riservato ai militari tedeschi (o forse all'esterno vicino a una serranda abbassata). Lo scoppio provoca invece per errore la morte di due civili innocenti e il ferimento di altri cinque.
Il tragico esito dell'azione partigiana mette in crisi questo tipo di tecnica terroristica tra le file dei gappisti. Uno di essi decide di abbandonare la guerriglia urbana e di andare a combattere sulle montagne.
Intanto la polizia pone una taglia di 100.000 lire sugli esecutori dell'attentato.

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Prima fucilazione di partigiani al Poligono di Tiro

Il 30 dicembre avviene la prima fucilazione di “ribelli” al Poligono di Tiro. Si tratta di due giovani faentini poco più che ventenni, Marx Emiliani (Max) e Amerigo Donatini (Baratieri).
Facevano parte della formazione partigiana “La Scansi”, guidata da Nino Cimatti e Gino Monti e operante nelle valli del Lamone e del Montone.
Assieme ad altri ragazzi, tra i quali Silvio Corbari, avevano formato un gruppo gappista motorizzato, noto come la banda del “camion fantasma” , che, indossando divise naziste e viaggiando su un automezzo sottratto ai tedeschi, aveva seminato scompiglio in tutta la Romagna, disarmando caserme, posti di blocco e pattuglie fasciste e tedesche a Solarolo, Russi, Castel Bolognese, Cotignola.
I due sono stati catturati dopo uno scontro a fuoco, avvenuto il 4 novembre a Villa Fontana, nei pressi di Medicina, in cui sono rimaste uccise quattro persone, tra le quali il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Roberto Roggero e la guardia municipale Armando Bosi, triumviro del Fascio repubblicano di Medicina.
Il 29 dicembre il Tribunale Speciale di Bologna li ha condannati entrambi alla pena capitale. A loro – e ad altri tre antifascisti fucilati alcuni giorni dopo - è dedicato il primo bando bilingue affisso dal Comando militare tedesco, a scopo intimidatorio, sui muri di Bologna.

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