Cronologia di Bologna dal 1796 a oggi

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1820

L'Etruria Unita

Un gruppo di amici, “di una irreprensibile condotta e di eccellente giudizio”, accomunati da idee liberali e dal desiderio di ottenere le riforme dal governo papale con il solo mezzo della persuasione, si riuniscono tra l'ottobre 1920 e i primi mesi del 1821 sotto il nome di Etruria Unita.

Vi sono, tra gli altri, il professore di Fisica Francesco Orioli (1783-1856), il professore di Matematica Giovanni Battista Lapi, l'avvocato Giuseppe Patuzzi, il giudice di pace Giovanni Pilla, il direttore delle Poste Marchesini - considerato piuttosto fanatico - e Alfonso Hercolani, figlio del principe Astorre.

Di quest'ultimo è ben noto il "genio per l'Italiana indipendenza". Animati "dalle stesse vedute innocenti", questi uomini disapprovano le "pazze idee" di Luigi Zuboli, capo delle “vendite” bolognesi, che vuole estendere la Carboneria "perfino alla classe del basso popolo".

Ritengono che non si possa giungere al "politico miglioramento", da tutti desiderato, "per via della violenza" o di "popolare tumulto".

Pur rifiutando di presentarsi come una società segreta, rinunciando a segni, gradi e giuramenti, l'Etruria pretende di esercitare la propria influenza sulle altre società cospirative, per "infrenarle" e per "meglio dirigerle".

Le riunioni si tengono in casa di Giuseppe Maria Cadolino, antico massone, ma anche informatore della polizia. Sono indette dal professor Orioli, soprattutto nei giorni in cui arrivano a Bologna, tramite posta, le gazzette francesi.

I pubblici divertimenti del Carnevale 1821, "distraendo or l'uno or l'altro", faranno cessare questi incontri.

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Approfondimenti:

  • Silvia Benati, Un affresco politico-sociale: la Società del Casino (1809-1823), in: Negli anni della Restaurazione, a cura di Mirtide Gavelli e Fiorenza Tarozzi, Bologna, Museo del Risorgimento, 2000, pp. 46-47
  • Augusto Pierantoni, Carbonari dello Stato Pontificio ricercati dalle inquisizioni austriache nel Regno Lombardo-Veneto (1817-1825), Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1910, vol. 1., pp. 247-252