Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900

VincenzoValorani

Vincenzo Valorani

1786-1852

 

Nasce nel 1786 a Cantiano, in Montefeltro. Dopo l'infanzia a Offida, presso Ascoli Piceno, si stabilisce con la famiglia a Jesi, dove frequenta fino ai diciotto anni il locale Collegio Seminario.

Nel 1808 è mandato a Bologna a studiare medicina e, dopo una iniziale difficoltà, entra nelle grazie di Antonio Giuseppe Testa, professore di clinica medica, che ne apprezza la capacità di descrivere, con bello stile, i casi scientifici e le sue lezioni, solitamente improvvisate in latino.

Nell'Università di Bologna è infatti ben vivo il legame, di matrice illuministica, tra cultura scientifica e letteraria, in particolare tra i medici, che sono per la maggior parte di estrazione borghese.

Nel 1824, dopo la bolla papale Quod Divina Sapientia, entra a far parte del Collegio Medico-Chirurgico dell'Università. Nel 1829, alla partenza da Bologna dell'illustre Giacomo Tommasini, è nominato professore supplente e due anni dopo può sedersi sulla cattedra di clinica medica.

Divenuto docente, deve rinunciare ad esercitare la professione medica. La sua salute è infatti compromessa fin dall'infanzia:

Natura arcana a me fu sì madrigna,
che quel che giova altrui, nuoce a me sempre,
e mi diè corpo di sì strane tempre
che il ben non mai, ma solo il mal v'alligna

In un altro scritto riconosce che la salute malferma condiziona il suo estro poetico: "Potrebbe dirsi, non senza apparenza di verità, essere state mie Muse le malattie, mio Febo il dolore".

Oltre che valente medico e scrittore scientifico, Valorani è infatti anche un apprezzato poeta. Nei suoi versi "si afferma un'istanza principalmente lirica, di confessione diretta", secondo i modi espressivi della scuola classica romagnola, i cui esponenti a Bologna si raccolgono nell'Accademia dei Felsinei, istituita nel 1819 all'interno della Società del Casino.

Di questo sodalizio egli è dall'inizio nominato segretario perpetuo e in questa veste è lui ad invitare e introdurre Giacomo Leopardi, il lunedì di Pasqua del 1826, nella serata dell'Epistola al Pepoli. La sua prolusione, secondo la testimonianza di Francesco Rangone, è troppo lunga e annoia l'uditorio.

Le riunioni dell'Accademia sono sospese dall'autorità pontificia dopo i moti insurrezionali del 1831, ai quali diversi suoi membri, quali Giovanni Marchetti, Paolo Costa, Carlo Pepoli, partecipano in prima persona. In seguito, "per la morte e per l'esilio di tanti", essa non risorgerà più.

Poco impegnato in politica, Valorani ripiega nella poesia. E' abile anche come traduttore di poesia latina umanistica, dal Petrarca all'Ariosto. Leopardi apprezza le sue opere e nel 1832 lo raccomanda a Vieusseux come "brava persona".

Nel 1851 pubblica, presso lo stampatore Sassi, il volume dei suoi Versi e commette al Brugnoli la cura e l'edizione della sua Raccolta di dissertazioni mediche, che apparirà nel 1855.

Alla morte, nel 1852, lascia al Comune di Bologna una preziosa collezione di 23 paesaggi, già esposti nell'anticamera della propria abitazione, sorta di studiolo per la riflessione filosofica e la meditazione. Il testamento prevede che la collezione, espressione del suo gusto estetico, rimanga allestita in permanenza a proprio nome all'Archiginnasio.

Bibliografia

  • Saverio Ferrari, Un medico in Parnaso. Appunti sulla vita di Vincenzo Valorani, in: Collezionisti a Bologna nell'Ottocento: Vincenzo Valorani e Luigi Pizzardi, a cura di Claudio Poppi, Casalecchio di Reno, Grafis, 1994, pp. 23-28
  • Saverio Ferrari, Vincenzo Valorani, in: Giacomo Leopardi e Bologna: libri, immagini e documenti, a cura di Cristina Bersani e Valeria Roncuzzi Roversi-Monaco, Bologna, Pàtron, 2001, pp. 253-256
  • Leopardi e Bologna, atti del Convegno di studi per il secondo centenario leopardiano, Bologna, 18-19 maggio 1998, a cura di Marco A. Bazzocchi, Firenze, L. S. Olschki, 1999, p. 119

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