Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900

PietroGiordani

Pietro Giordani

1774-1848

E se le arti vanno in traccia del piacere, non vorrò già io disviarle: ma propongano agli uomini degno e grande piacere; ma non siano maestre al genere umano di perpetuo pargoleggiare ... Questo in somma è il mio voto che il dolce dall'utile non si scompagni.

Pietro Giordani nasce a Piacenza nel 1774. L'infanzia è travagliata da problemi di salute. Cresce solitario e taciturno, rifugiandosi nella lettura. I suoi studi non sono regolari. Più avanti confesserà: "Avendo io malamente visto di parecchie cose, non ne so di nessuna".

A Parma frequenta corsi di filosofia, poi si iscrive a giurisprudenza seguendo il volere del padre e si laurea nel 1795. Mentre continua da solo a coltivare la storia e le lingue classiche, esercita contro voglia la pratica legale. Nel 1797 intraprende la carriera religiosa, ma presto realizza che la vita monastica non gli si addice. Nel 1800 sveste l'abito talare e, ormai anticlericale convinto, va a Milano in cerca di lavoro.

Si impiega, con piccoli incarichi, nell'amministrazione napoleonica. In questo periodo conosce Pietro Brighenti, funzionario pubblico con la passione della letteratura, e con lui avvia una duratura e proficua amicizia. Arriva a Bologna nel 1804 come supplente alla cattedra di Eloquenza latina e italiana dell'Università e coadiutore della biblioteca. Entra così in contatto con l'ambiente intellettuale bolognese, conosce Paolo Costa, Filippo Schiassi, il Mezzofanti.

Dopo pochi mesi la supplenza universitaria è annullata ed egli si impiega come copista presso l'Istituto Nazionale, dovendo lasciare il ruolo di bibliotecario per ordine di un suo superiore.
Nel 1806 si rifugia a Cesena, ospite del Brighenti, che gli procura un incarico come segretario in un piccolo comune. Qui nel 1807 compone il Panegirico a Napoleone, che esalta l'opera civilizzatrice del Bonaparte e sarà pubblicato in varie edizioni.

Assieme a Vincenzo Monti, Giordani è il principale promotore della scuola classica romagnola. E' lui "ad orientare i Romagnoli, attraverso quell'incomparabile strumento di militanza culturale e di vita di relazione che fu per lui la corrispondenza epistolare".


Io liberamente confesso che io amo la conservazione degli edifizi, e maggiormente de' più vetusti; i quali contemplo come il migliore argomento di quello quanto che sia di forze ond'è capace la natura umana; che è pur sì fragile, e sì breve nel mondo; e però sempre una tristezza mi prende qualora io vegga uno antico edificio cadere.

Pro-segretario dell'Accademia

Nel marzo 1808 ottiene un posto come pro-segretario dell'Accademia di Belle Arti di Bologna. I suoi discorsi, come il Panegirico ad Antonio Canova del 28 giugno 1810, ottengono sempre maggiori consensi. Vi sostiene che l'arte deve scegliere il bello e rifuggire il brutto, se non per "stringente necessità".

In questo periodo polemizza con Paolo Costa e prende a proteggere il giovane nobile Giovanni Marchetti. Frequenta assiduamente il salotto di Cornelia Martinetti e come altri illustri ospiti se ne invaghisce. Soffre tremendamente la concorrenza amorosa del Foscolo, che è anche detrattore delle sue opere.

Considera la lingua come primo elemento dell'identità nazionale, denuncia la mancanza in Italia di buoni scrittori. Ama Dante e i trecentisti, ma solo come creatori della lingua per il popolo italiano.

Stendhal, che lo incontra nei salotti bolognesi, giudica la sua lingua apprezzabile, ma quasi del tutto incomprensibile. Le sue prose, come quelle del Perticari, gli sembrano "des océans de paroles et des deserts d'ideés".  In realtà molte sue idee sono sparse nell'epistolario. Una proverbiale pigrizia gli impedisce trattazioni sistematiche. Le capacità oratorie e encomiastiche gli procurano invece numerosi inviti da accademie e istituzioni per la celebrazione di eventi e di glorie locali.

Con la Restaurazione, non essendo suddito pontificio, deve lasciare il posto all'Accademia. Parte quindi da Bologna e, dopo un breve soggiorno a Piacenza, nel 1815 si porta a Milano, dove "con assai istanze" lo richiedono "molti veneratori del suo valore e della sua fama di elegantissimo prosatore". Qui gli propongono di partecipare alla redazione della "Biblioteca italiana". Su questo prestigioso periodico letterario pubblica articoli, saggi, recensioni. Già nel primo numero del 1° gennaio 1816, c'è la sua traduzione di un articolo di Madame de Stael, destinato a scatenare una lunga polemica tra classici e romantici.

Dopo appena un anno lascia la rivista, per un dissidio con l'Acerbi, e entra il relazione con l'editore Silvestri, di cui diviene consulente. Nella collana Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne vengono raccolti i suoi scritti migliori.
Nel 1818 si ritira a Piacenza, accontentandosi per vivere del modesto patrimonio ereditato dal padre. Ormai "dedito più a leggere che a scrivere", partecipa ad alcune battaglie culturali, come quella per l'istruzione e quella per l'autonomia dalla religione e dall'influenza del clero. Consacra gran parte delle sue energie alla Società di Lettura di Piacenza.

Nel 1824 è colpito da provvedimento di esilio per uno scritto giudicato irriverente verso la duchessa Maria Luisa. Si stabilisce allora a Firenze, dove la sua fama si consolida e si diffonde dal circolo Vieusseux. In un ambiente più libero, vive un periodo felice, stimato dai letterati e dagli uomini di cultura.

Nel 1830 però, complice l'Austria, anche il Gran Ducato di Toscana lo espelle. Torna a Parma, dove presto riprendono le censure e le conseguenti polemiche: "... i duchi possono essere sducati, io me ne rido ... io sono di quelli che neppur la morte fa tacere". Dopo quasi tre mesi trascorsi in carcere nel 1834, riprende gli studi e i viaggi. In politica spera, senza troppo esaltarsi, nell'ascesa del Piemonte sabaudo, definisce il Primato di Gioberti un "miserabile imbroglio", vede con grande favore l'ascesa di Pio IX, da lui considerato un "vero miracolo di papa". Un mito durato poco. Poco prima della morte, che lo raggiunge nel 1848, è nominato presidente onorario dell'Università di Parma.


 

Per Leopardi

Il nome di Pietro Giordani è legato alla venuta a Bologna di Giacomo Leopardi, con il quale ha scambi epistolari a partire dal febbraio 1817. Ricevuta - assieme a Monti e a mons. Mai - una sua versione del II libro dell'Eneide, la commenta con grande favore. Inizia con il giovane un rapporto di grande stima e amicizia. Egli rappresenta per lui il modello del "perfetto scrittore italiano". Registra il successo delle sue poesie presso i concittadini di Piacenza:

Le vostre canzoni girano per questa città come fuoco elettrico: tutti le vogliono, tutti ne sono invasati. Non ho mai (mai, mai) veduto né poesia, né prosa, né cosa alcuna d'ingegno tanto ammirata ed esaltata. Si esclama di voi, come di un miracolo.

E' convinto che Bologna sia il luogo ideale per l'inizio della carriera pubblica del giovane poeta. Nel 1820 denuncia a Brighenti la reclusione in cui egli si trova a Recanati e lo prega di darsi da fare per "cavarlo da quel carcere dov'egli sì miseramente si dispera ... e farlo venire a respirare a Bologna".

Tra il 1821 e il 1824 Brighenti pubblica l'edizione delle Opere di Giordani in quattordici volumetti, stampati tra Bologna, Firenze e Lucca. A Ginevra dà alle stampe quelli censurati in Toscana, tra cui il Panegirico a Napoleone. Tra i sottoscrittori di questa edizione ci sono lo stesso Leopardi e Teresa Carniani Malvezzi.

Bibliografia

  • Marco A. Bazzocchi, Pietro Giordani, in: Giacomo Leopardi e Bologna: libri, immagini e documenti, a cura di Cristina Bersani e Valeria Roncuzzi Roversi-Monaco, Bologna, Pàtron, 2001, pp. 261-263
  • Comune di Bologna, Assessorato alla programmazione, casa e assetto urbano, Sezione ambiente e beni culturali, Un centro dello spettacolo: il recupero dell'Arena del Sole. Risanamento conservativo del centro storico di Bologna, Bologna, Graficoop, 1980, p. 36
  • Andrea Emiliani, Pietro Giordani e le origini dell'Accademia di belle arti a Bologna. Appunti per una storia dell'impegno civile ed artistico di Pietro Giordani (1808-1815), Bologna, Bononia Unversity Press, 2015
  • Andrea Emiliani, La polis culturale bolognese, in: I laboratori storici e i musei dell'Università di Bologna, vol. 1., La città del sapere, Milano, Silvana, 1987, pp.31-32
  • Pietro Giordani, Scritti per le arti, antologia a cura di Andrea Emiliani, con la collaborazione di Maria Luigia Pagliani, Bologna, Bononia University Press, 2017, pp. 5-12
  • Leopardi e Bologna, atti del Convegno di studi per il secondo centenario leopardiano, Bologna, 18-19 maggio 1998, a cura di Marco A. Bazzocchi, Firenze, L. S. Olschki, 1999, pp. 116-117


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