Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900

GiosueCarducci

Giosue Carducci

1835-1907

Ognuno conosce la sua vita; essa è scritta con una schiettezza a cui non si può né togliere né aggiungere nei venti volumi delle sue Opere; poiché Carducci non è di quelli in cui bisogna distinguere la vita dagli scritti, lo scrittore dall'uomo.
(R. Serra)

Giosuè Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, in Versilia, provincia di Lucca. Trascorre la giovinezza in Maremma, tra Bolgheri e Castagneto, dove il padre esercita la professione di medico condotto. Cresce, ribelle e selvatico, a contatto con una natura ancora primordiale, che ricorderà nelle sua poesie come un Eden perduto.

Sotto la guida del padre studia i classici latini, ma anche Manzoni e Pellico. Compone le prime poesie. Nel 1849 la famiglia si trasferisce a Firenze. Giosue frequenta l'Istituto degli Scolopi e conosce la futura moglie Elvira Menicucci. Nel 1853 è ammesso alla Scuola Normale di Pisa, dove nel 1856 si laurea in Filosofia e Filologia. Nello stesso anno inizia a insegnare al ginnasio di San Miniato al Tedesco. Con alcuni amici fiorentini dà vita al gruppo degli Amici pedanti, di opposizione al romanticismo e strenua difesa del classicismo.

Nel 1857, presso la tipografia Ristori di San Miniato, esce il primo volume delle Rime, che avrà scarso successo. A Firenze inizia una collaborazione con l'editore Barbera come curatore di opere letterarie. A novembre muore, suicida, l'amato fratello Dante. L'anno dopo il padre.
Giosue deve farsi carico della famiglia, trasferita a Firenze in Borgo Ognissanti.

Nel 1859 sposa Elvira, dalla quale avrà cinque figli, e accetta la nomina di professore di greco al Liceo Forteguerri di Pistoia.


 

Professore a Bologna

Il 18 agosto 1860 Carducci è incaricato dal ministro dell'istruzione Terenzio Mamiani a tenere la cattedra di Eloquenza italiana - che diverrà in seguito di Letteratura italiana - presso l'Università di Bologna.

La sera del 10 novembre 1860 scende dalla diligenza di Firenze alla posta di via dei Vetturini, stanco del viaggio attraverso l'Appennino coperto di neve. Appare come un giovane "dall'aspetto irsuto e quasi selvatico". Nei primi giorni alloggia alla Locanda dell'Aquila Nera.

Bologna gli fa l'impressione di una "bella città, e seria, senza lusso", gli piace "per l'aria di antica magnificenza che è nel fabbricato e per la maschia impronta che è nelle facce de' suoi abitanti".

Il 22 novembre pronunzia la sua Prolusione alle lezioni nella Università di Bologna, un excursus nella storia letteraria italiana. In un articolo sulla "Nazione", apparso poco dopo, lamenta lo scarso numero di studenti iscritti: solo trecento in tutta l'Alma Mater, dei quali neanche uno nella facoltà filologica.

Riguardo al suo insegnamento annuncia agli amici di non volersi allontanare per molti anni dallo studio della triade portante della letteratura italiana, Dante, Petrarca, Boccaccio e solo in seguito passare "alle parti del tempio", cioè ai secoli successivi.

Fa lezione all'Università nei pomeriggi dei giorni dispari, per due ore consecutive, dalle tre alle cinque: la prima di letteratura italiana, la seconda di letterature neolatine. Prepara con cura le sue lezioni, studiando e scrivendo per parecchie ore ogni giorno e non ripete mai i suoi corsi.

Riunita la famiglia, dal maggio 1861 prende casa in via Broccaindosso, dove rimarrà fino al 1876: un soggiorno sereno, tra lo studio e la cura dell'orto e della vigna, fino alla scomparsa, nel 1870, della madre e del figlio Dante.

Nel 1862 è iniziato alla loggia massonica "Concordia Umanitaria", di Rito Scozzese, alla quale sono affiliati numerosi esponenti della classe dirigente bolognese, dal sindaco Carlo Pepoli a Quirico Filopanti ad Augusto Aglebert.

Nel 1865 pubblica a Pistoia, con lo pseudonimo di Enotrio Romano e in un'edizione fuori commercio di pochi esemplari, l'Inno a Satana, componimento violentemente anticlericale, scritto di getto in una notte del 1863 e ispirato alle idee di Proudhon e Michelet.


 

L'impegno civile e politico

L'atteggiamento moderato del governo italiano sulla questione romana, l'Aspromonte e l'arresto di Garibaldi, la morte di Enrico Cairoli, la tragica battaglia di Mentana, lo spingono su posizioni giacobine e repubblicane. Stringe amicizia con vari attivisti.

Dopo il lavoro all'Università frequenta il Caffè dei Cacciatori e percorre i portici di Bologna, discutendo animatamente di politica. Anche la sua attività poetica è in questo periodo caratterizzata da tematiche sociali.

Sull' "L'Amico del popolo", foglio di tendenza repubblicana, definito dal cronista Bottrigari "schifoso e anarchico", pubblica i suoi primi Giambi ed epodi.

Nel 1866 è tra i fondatori della Loggia bolognese "Felsinea", di indirizzo democratico. Le posizioni di sinistra, filo-garibaldine, portano all'esclusione del sodalizio dalla Comunione nazionale. Alcuni fratelli, tra i quali Carducci e Ceneri, considerati "membra atrofizzate e inutili", vengono espulsi.

In questo periodo il suo spirito mazziniano si manifesta in modo violento. E' solo grazie all'intercessione dell'editore Barbera, e dietro alla promessa di non occuparsi più di politica, che riesce ad evitare il trasferimento alla cattedra di latino dell'Università di Napoli.

Nel 1868 è accusato di aver tenuto discorsi sovversivi durante un banchetto per l'anniversario della Repubblica Romana e di aver firmato un indirizzo di saluto a Mazzini e Garibaldi. La Prefettura teme "una cospirazione mazziniana tesa a rovesciare la forma attuale di governo". Assieme ai colleghi e amici Giuseppe Ceneri e Pietro Piazza, è sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio per alcuni mesi.

Nello stesso anno pubblica la raccolta Levia gravia di Enotrio Romano, dove, accanto a componimenti impegnati, compaiono poesie di ispirazione più leggera. Ne vengono stampati pochi esemplari, regalati ad amici e intenditori. L'opera non ha successo.

Nel 1869 è eletto consigliere comunale nella lista degli Azzurri di Camillo Casarini, assieme ad altri eminenti esponenti di parte democratica, quali Augusto Murri, Pietro Loreta, Enrico Panzacchi. Poco dopo è eletto presidente della Lega per l'istruzione del popolo, diretta da Raffaele Belluzzi.

Il 1870 è l'anno funesto della morte della madre e del figlioletto Dante, dolori che lo colpiscono duramente, lasciandolo a lungo torvo e svuotato. In una lettera confessa: "Non voglio far più nulla. Voglio inabissarmi, annichilirmi". Solo con il duro impegno nello studio e nel lavoro riesce pian piano a riprendersi. A Dante dedicherà nel 1871 la celebre poesia Pianto antico.

Nel 1873 esce, presso Galeati di Imola, la raccolta Nuove poesie, che è apprezzata soprattutto all'estero. Anche Ivan Turgenev ne chiede una copia. La prima edizione è subito esaurita.

Nel 1876 si trasferisce con la famiglia al n. 37 di via Mazzini (poi Strada Maggiore), in un nobile palazzo di proprietà del chirurgo Francesco Rizzoli. La casa di via Broccaindosso è ormai piena di tristi ricordi e insufficiente a contenere la sua grande biblioteca, in continuo incremento.


 

Un cenacolo sotto al Pavaglione

Dopo la pubblicazione, nel 1877, delle sue Odi barbare, prende a frequentare spesso la libreria Zanichelli, sotto il portico del Pavaglione. Qui non è raro trovarlo, nel tardo pomeriggio, "chino su un libro aperto" o intento a discutere con qualche conoscente. Il "cenacolo carducciano" di Zanichelli diventerà, nel tempo, il punto d'incontro di una parte cospicua della cultura italiana.

Le Odi barbare inaugurano, in concomitanza con la raccolta Postuma di Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini), la collezione elzeviriana di Zanichelli e in un primo tempo il successo arriderà piuttosto alle chiare, semplici e licenziose poesie di quest'ultimo, che fino al 1880 conosceranno sette edizioni. Più avanti il valore delle Barbare sarà maggiormente riconosciuto.

Nel 1878 la sua ode Alla Regina d'Italia, composta dopo avere conosciuto Margherita di Savoia, "spiccante mite in bianco, bionda e gemmata", durante una visita dei sovrani a Bologna, fa scandalo nel campo democratico: Arcangelo Ghisleri si chiede ironicamente sulle pagine della "Rivista Repubblicana" se il cantore di Satana "non si sia per caso fatto frate". Il poeta risponderà alle accuse pubblicando nel 1882 sulla "Cronaca bizantina" un lungo articolo dal titolo Eterno feminino regale, in cui identificherà in Margherita l'ideale femminile.

Prosegue in questi anni con successo l'insegnamento universitario. Alla sua scuola si forma una nuova generazione di studiosi e letterati, quali Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Adolfo Albertazzi, Renato Serra, Ugo Brilli, Alfredo Panzini, Manara Valgimigli, e di futuri protagonisti della scena politica, quali Andrea Costa, Filippo Turati, Enrico Ferri, Leonida Bissolati, Luigi Federzoni.

La sera del 3 giugno 1882 al teatro Brunetti, pieno all'inverosimile, commemora Giuseppe Garibaldi, morto il giorno precedente. Durante l'orazione è costretto più volte a frenare gli applausi della folla.

Il giovane Pascoli ricorderà poi quel momento emozionante: "Lo sentì tra cento bandiere, avanti tutto un popolo, cui egli impose di non applaudire e che non poté ubbidirgli sino all'ultimo, parlare di Garibaldi morto in un modo... con una voce... con una eloquenza... che mai Garibaldi fu più vivo nelle anime nostre".

Pochi mesi dopo, alla notizia dell'esecuzione a Trieste del giovane irredentista Guglielmo Oberdan, la sua indignazione si scaglia contro l'imperatore Francesco Giuseppe e "i vigliacchi di dentro" che hanno taciuto.


 

Per il Centenario dell'Università

Dopo l'istituzione, nel luglio 1887, di una cattedra dantesca presso l'Università di Roma, molti lo spingono a ricoprirla. Egli però sente il bisogno di rimanere a Bologna, dove ha trovato l'ambiente più adatto per vivere. I bolognesi ricambieranno l'affetto del poeta alle elezioni comunali del 1889, premiandolo con 7.965 preferenze su 10.128.

Nel 1888 è protagonista delle celebrazioni per l'VIII centenario dell'Università di Bologna. Il 12 giugno, nel cortile dell'Archiginnasio pavesato a festa, davanti a re Umberto I e alla regina Margherita, pronuncia l'orazione dal titolo Lo Studio di Bologna. Vero e proprio manifesto politico del mito dell'Alma Mater, il discorso è spesso interrotto da acclamazioni entusiastiche.

Nel maggio 1890 abbandona l'appartamento di Strada Maggiore, non più in grado di contenere la sua biblioteca di circa 40.000 volumi, e si trasferisce nell'ultima dimora bolognese, una palazzina addossata alle mura tra Porta Maggiore e Porta Santo Stefano, ricavata dall'antico oratorio sconsacrato di Santa Maria del Piombo. Nello stesso anno è nominato Senatore. A Roma sostiene la politica di Crispi e il suo governo conservatore.

Nel febbraio 1891 è violentemente contestato all'Università da oltre duecento studenti di tendenza democratica e mazziniana, per aver accettato di essere padrino della bandiera del Circolo monarchico universitario. E' salvato dalla calca per l'intervento di alcuni professori, tra i quali Olindo Guerrini. Le sue lezioni vengono sospese per due settimane.


 

Cittadino onorario e Premio Nobel

Il 9 febbraio 1896 è festeggiato dal Municipio e dall'Università per il 35° anniversario del suo insegnamento. Gli viene offerto un albo con i nomi dei suoi numerosi discepoli. Memorabili le parole dette in questa circostanza:

Della parte della mia vita spesa con voi certo non ho da pentirmi, non ho da farmi rimprovero, se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me non troppe cose certo avrete imparate, ma io ho voluto ispirare me e innalzare voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita l'essere al parere, il dovere al piacere.

In una cerimonia solenne all'Archiginnasio riceve la cittadinanza onoraria e l'omaggio delle personalità più significative della città, tra cui il sindaco Dallolio, che sarà promotore della raccolta completa delle sue poesie.

Nel 1899, in un discorso tenuto al Senato, denuncia le carenze delle strutture dell'Università di Bologna. Già nel 1888, dai banchi del Consiglio comunale, aveva avvertito del pericolo di una "fuga di cervelli" dalla città.

Nel 1901 presso la sede del "Resto del Carlino" in piazza Calderini è organizzato un suo incontro a tavola con Gabriele D'Annunzio. Tra i due massimi poeti italiani non corre buon sangue. A placare le ire del più anziano maestro vale forse una buona bottiglia di vino. Nel 1902 la regina Margherita acquista la sua biblioteca privata e gliela lascia in uso.

Nel 1905 Il "Resto del Carlino" gli dedica la prima pagina di capodanno. A questo "plebiscitario omaggio" partecipano i personaggi più eminenti della cultura italiana, da De Amicis a Croce, da Fogazzaro a D'Annunzio. L'albo con i messaggi originali pervenuti al giornale è portato a casa Carducci dal direttore Zamorani e da Luigi Federzoni. Il vecchio poeta rimane piacevolmente sorpreso nel sapere che il promotore dell'iniziativa del "Carlino" è l'irsuto romagnolo Alfredo Oriani, con il quale in passato ha avuto dissidi.

Il 24 dicembre di quest'anno muore a Collegigliato, in provincia di Pistoia, stroncato dalla malattia mentale, il poeta e filologo Severino Ferrari, suo allievo prediletto e destinato a succedergli sulla cattedra di Letteratura italiana dell'Alma Mater. Il 29 dicembre Carducci detta: "Severino Ferrari. Sovra tutti diletto. Con verità pianto".

Nel 1906 gli è assegnato il Nobel per la Letteratura, primo italiano a vincerlo. Il premio è consegnato a domicilio dall'ambasciatore svedese in Italia. Il consiglio comunale, convocato d'urgenza, invia un messaggio di congratulazioni:

"Come la madre affettuosa si gloria dell'omaggio al suo figlio insigne, Bologna che è vostra madre adottiva è superba di Voi".

Nello stesso anno l'ex allievo Giovanni Pascoli gli succede sulla cattedra di Letteratura italiana. Il 27 novembre commemora il Maestro leggendo la sua ode Cadore e ricordando il suo impegno per l'istruzione del popolo.

Carducci muore il 16 febbraio 1907 nella sua casa presso le mura di porta Mazzini, assistito dai famigliari. Alla notizia la Camera del Regno sospende la seduta. L'Italia intera veste il lutto per la scomparsa del cantore del Risorgimento. Al funerale partecipa, commossa, tutta la città. Tra gli astanti il giovane Manara Valgimigli ricorda:

Vedevo ogni tanto quella bara come ondeggiare. Ogni tanto, dalle finestre, gettavano fiori; anche da finestre umili, di umili e povere case. Per le strade, le fiammelle a reticella del gas, accese, ravvolte di veli neri, e appena visibili nello splendore del sole, davano guizzi come brividi. A un tratto, arrivata la bara nella piazza di San Petronio, distinti e staccati, udii nell'aria due tocchi. Su tutta la gran piazza, su tutta quella gran folla, silenzio enorme: solo quei tocchi. Mi pareva che avremmo dovuto inginocchiarci tutti ...

Pochi giorni dopo la casa e la ricca biblioteca del poeta vengono donate dalla regina Margherita al Comune di Bologna.


Bibliografia

Adolfo Albertazzi, Il Carducci in professione d'uomo. Ricordi e aneddoti, a cura di Stefano Scioli, Lanciano, Carabba, 2008


Albo carducciano. Iconografia della vita e delle opere di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, 1980


Bologna Caput Mundi. I grandi e la città da Dante ai giorni nostri, testi di Fabio Morellato, foto di Paolo Zaniboni, Gianni Castellani, ricerca storica e bibliografica di Isabella Stancari, Bologna, L'inchiostroblu, 2011, pp. 168-177


Carducci e Bologna, a cura di Gina Fasoli, Mario Saccenti, Bologna, Cassa di Risparmio in Bologna, 1985


Luigi Federzoni, Bologna carducciana, Bologna, L. Cappelli, 1961


Giosue Carducci e i carducciani nella Certosa di Bologna, Bologna, Comune, 2007


Severino Ferrari e il sogno della poesia, mostra documentaria, Biblioteca comunale S. Ferrari, 28 febbraio-28 marzo 1999, a cura di Simonetta Santucci e Carlotta Sgubbi, Molinella, BIME Tipo-Litografia, 1999, p. 33


Manara Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo, Firenze, Sansoni, 1965, pp. 25, 27-28


Marco Veglia, La vita vera. Carducci a Bologna, Bologna, Bononia University Press, 2007


Athos Vianelli, Profili di bolognesi illustri, Bologna, Tamari, 1967, pp. 119-123, 127-128


 

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