Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900

GiacomoLeopardi

Giacomo Leopardi

1798-1837

 

A Bologna

All'inizio dell'estate del 1825 Giacomo Leopardi prende una serie di contatti con gli editori Stella a Milano e Brighenti a Bologna per la pubblicazione di sue opere. Decide quindi di stabilirsi per un periodo a Milano.

Diretto verso il capoluogo lombado, si trattiene a Bologna dal 17 al 27 luglio 1925, ospite nel convento di S. Francesco, assieme al suo compagno di viaggio padre Luigi Poni.

Benché non programmato, è un soggiorno particolarmente piacevole. Già famoso per alcuni suoi saggi e componimenti, variamente apprezzati e criticati - lui stesso si è premurato di inviarli a noti esponenti della locale scuola classica - è accolto con favore nei salotti letterari cittadini.

Nelle sue lettere descrive Bologna come una città "quietissima, allegrissima, ospitale", "piena di letterati nazionali, e tutti di buon cuore, e prevenuti per me molto favorevolmente". E al fratello Carlo confessa: "Sono stato accolto con carezze ed onori ch'io era tanto lontano d'aspettarmi, quanto sono dal meritare".

Prima del suo arrivo gli era stata fatta intravvedere la possibilità di un impiego in città, sulla cattedra di Eloquenza all'Università o come segretario dell'Accademia di Belle Arti, incarico ricoperto in passato dall'amico e mentore Pietro Giordani, ipotesi che poi purtroppo sfumerà, lasciandogli l'amaro in bocca.

Dopo aver visitato Giordani a Parma, Leopardi prosegue per Milano, ma continua, nelle sue lettere, a rimpiangere il capoluogo felsineo:

Io sospiro però per Bologna, dove sono stato quasi festeggiato, dove ho contratto più amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi, dove non si pensa ad altro che a vivere allegramente senza diplomazie, dove i forestieri non trovano riposo per le gran carezze che ricevono, dove gli uomini d'ingegno sono invitati a pranzo nove giorni ogni settimana.

Leopardi è di ritorno a Bologna il 29 settembre 1925 e vi soggiorna fino al 3 novembre 1826. Prende alloggio a pensione presso la famiglia Aliprandi, "due Ex-Cantanti, già famosi, che al loro tempo hanno girato mezza Europa", in una casa contigua al teatro del Corso.

L'impressione sulla città è condizionata questa volta dalle frequenti notizie di omicidi:

Qui si fa continuamente un ammazzare che consola: l'altra sera furono ammazzate quattro persone in diversi punti della città. Il governo non se ne dà per inteso. Io finalmente sono entrato in un tantin di paura.

Con l'arrivo dell'inverno anche il "bestialissimo" freddo bolognese lo fa soffrire e lo costringe "vicino a un caminaccio sporco, fatto per scaldarmi appena le calcagna". E' contento che il padre a Recanati non debba soffrire l' "infernale" inverno bolognese:

Qui non abbiamo gran neve - gli confessa - ma freddi intensissimi, che mi tormentano in modo straordinario ... sicché dalla mattina alla sera non trovo riposo, e non fo altro che tremare e spasimare dal freddo, che qualche volta mi dà da piangere come un bambino.

Pur non essendo particolarmente interessato ai teatri e al melodramma, alla famiglia conferma di trovarsi in quello che Stendhal ha definito "il quartier generale della musica in Italia":

Io mi trovo veramente tra la musica, perché qui in Bologna, cominciando dagli orbi, tutti vogliono cantare o sonare, e c'è musica da per tutto.

Controvoglia è coinvolto dagli spettacoli:

Ho detto francamente a tutti che il Teatro non fa al caso mio. La bella è che il muro della mia camera è contiguo al teatro del Corso, talmente che mi tocca sentir la commedia distintamente, senza muovermi di casa.

Nel suo stesso portone c'è il gabinetto di lettura della ditta Cipriani e C., dotato di periodici stranieri e a pochi passi, in palazzo Vizzani-Lambertini, abita il suo editore e "amicissimo" Pietro Brighenti. Qui era anche, fino a poco tempo prima, la sede della Società del Casino, ritrovo dei letterati bolognesi.

Sfumato l'impiego all'Accademia, si guadagna da vivere dando lezioni di latino e greco. Con uno degli allievi, Antonio Papadopoli, che lo inviterà più volte a trasferirsi a Venezia, stringe un'intensa amicizia.

In città frequenta poche altre persone: oltre a Brighenti e alla figlia Marianna, il medico Giacomo Tommasini, sua moglie Antonietta "cultrice di geniali studi pedagogici" e la figlia Adelaide. Ritrova Angelina Jobbi, ex governante di casa Leopardi a Recanati, e fa da padrino al figlio neonato.

Ha comunque modo di entrare in contatto con i "Cigni di Felsina", i letterati classicisti:

Questa benedetta Bologna dove pare che letterato e poeta, o piuttosto versificatore, siano parole sinonime.

Tra essi Massimiliano Angelelli, Paolo Costa, Vincenzo Valorani, Dionigi Strocchi, Filippo Schiassi, Giovanni Marchetti. Nota però la pochezza di Bologna negli studi filologici:

La filologia è nome affatto ignoto in queste parti, ed appena, con grandissima difficoltà, si possono trovar classici greci in vecchie ed imperfettissime edizioni. In tutta Bologna, città di 70 mila anime, si contano tre persone che sanno il greco, e Dio sa come.

Nelle sue Ricordanze Biografiche Carlo Pepoli descrive l'accoglienza del giovane nei salotti bolognesi, spesso condotti da donne colte ed emancipate:

Appena dunque che a Giacomo Leopardi fu dato il porsi a visitare il fior fiore delle persone Letterate, e quelle case dove sovente aveano ritrovo quanti mai stanziavano in Bologna spiriti di gentilezza ornati ... festeggiavano a gara il dottissimo gentile ospite novello.

Il Brighenti, avvocato, stampatore e anche spia per gli Austriaci, pubblica i suoi Versi nella Stamperia delle Muse.

Il 27 marzo 1926, lunedì di Pasqua, Leopardi legge pubblicamente nella sede dell'Accademia dei Felsinei l' Epistola al conte Carlo Pepoli, dedicata al vice-presidente di questo sodalizio e suo caro amico. In una lettera al fratello Carlo descrive la serata in termini positivi:

La sera del Lunedì di Pasqua recitai al Casino dell'Accademia dei Felsinei, in presenza del Legato e del fiore della nobiltà bolognese, maschi e femmine; invitato prima, giacché non sono accademico, dal Segretario in persona, a nome dell'Accademia; cosa non solita. Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere.

In realtà la sua voce fioca e la distrazione dell'uditorio non fanno apprezzare pienamente il contenuto della sua lettera. Secondo la testimonianza di Francesco Rangone:

Il Co. Leopardi uscì con una Epistola all'Amico Pepoli sulle umane vicende. Questo dotto Letterato, di tetro umore, in difficili circostanze con l'anima oltre modo sensibile, e mancante di certi necessari doni naturali atti a chiamare la generale attenzione, dette avrà certamente delle bellissime cose ma niuno le comprese.

Nel corso della stessa Accademia parlano anche il Presidente Angelelli con "brevi parole, ma piene di sapere e di Grazia", il Segretario Vincenzo Valorani, con un "ben scritto", ma arido e troppo lungo "ragionamento" e altri soci quali il Tanari, il Giusti, lo stesso Pepoli, con un "gentile pensiero" e, Giovanni Marchetti, il più apprezzato, con un "veramente divino componimento". Dello stesso Marchetti è un altro giudizio negativo sulla lettura di Leopardi:  "né giustificò, coll'udito componimento, la fama già alta".

L'incontro con Teresa Carniani, moglie di Francesco Malvezzi, donna coltissima e animatrice di uno dei più importanti salotti letterari della città, regala a Giacomo inedite emozioni: "Ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno, anzi una morte completa, durata per tanti anni", scrive il 30 maggio 1826 al fratello Carlo.

Una conoscenza che segna un nuovo periodo della sua vita: "Mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili".

Il rapporto con Teresa, dapprima improntato a una tenera amicizia, "un abbandono che è come un amore senza inquietudine", con pianti sinceri e lodi che "restano tutte nell'anima", si muta in seguito in una freddezza inattesa, che provocherà proteste e biasimi da parte del giovane poeta, espressi in modo insolitamente rozzo all'amico Papadopoli:

Come mai ti può capire in mente che io continui ad andare da quella p... della Malvezzi? Voglio che mi caschi il naso, se da quando ho saputo le ciarle che ella ha fatto di me, ci sono tornato o sono per tornarci mai; e se non dico di lei tutto il male che posso. L'altro giorno incontrandola, voltai la faccia al muro per non vederla.

Leopardi è ancora a Bologna dal 26 aprile al 21 giugno 1827, ospite nella locanda della Pace in via Santo Stefano. E' in un momento felice, non ha malanni e sta per raccogliere i frutti della sua attività letteraria: presso l'editore Stella sono in stampa le Operette morali e ha quasi finito la Crestomanzia.

Al padre comunica che a Bologna "si vive quieti e sicuri", dopo il ritorno del Legato Albani e "il supplizio di qualche assassino".

Durante questo soggiorno frequenta maggiormente il teatro. Al Comunale e al Contavalli assiste ad alcune opere di Rossini. Il 13 maggio è forse alla prima della Semiramide, cantata da Luigia Boccabadati.

Nel 1831 il Pubblico consiglio di Recanati lo nomina deputato all'Assemblea nazionale con sede a Bologna, ma l'ingresso degli Austriaci nella città renderà vana la sua designazione e impedirà il suo ritorno nel capoluogo emiliano.


 

La vita in breve:

Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia nobile decaduta. Affidato dal padre Monaldo a precettori ecclesiastici, rivela doti eccezionali: a soli dieci anni sa tradurre all'impronta i testi classici e compone in latino.

Il rapporto coi genitori è molto difficile. Giacomo sta spesso da solo, studia nella grande biblioteca paterna, in dialogo muto con gli autori antichi. Tra il 1809 e il 1816 passa "sette anni di studio matto e disperatissimo", durante i quali impara alla perfezione varie lingue, traduce i classici, compone opere erudite, studia poesia e filosofia. Questa vita solitaria e reclusa lo mina nel fisico e nello spirito.

Il 1816 è l'anno della "conversione letteraria", passa dall'erudizione al bello e alla poesia. Invia le sue prime prove a Pietro Giordani, che lo incoraggia. Nel 1817 comincia a scrivere il suo diario infinito, lo Zibaldone (1817-1832) e scrive le prime canzoni civili.

Nel 1819 tenta di fuggire da casa, ma il padre lo ferma: Recanati è ora una prigione e il giovane cade in depressione. La produzione poetica però non ha sosta: compone gli Idilli (L'Infinito, Alla luna ...) e le grandi canzoni civili. Nel 1822 finalmente va a Roma dagli zii materni, ma il viaggio è deludente. Tornato a Recanati, nel 1823 scrive le Operette morali.

Nel 1825 è a Milano, dove lavora per l'editore Stella. In povertà, si sposta tra Bologna e Firenze, accolto nei circoli letterari e nei salotti mondani. Nel 1828 a Pisa ritrova la vena poetica che pareva perduta: inizia il ciclo dei Grandi Idilli.

Tra la fine del 1828 e il 1930 ritorna a Recanati. Ricorderà il periodo come "sedici mesi di notte orribile", ma è allora che scrive alcuni tra i suoi canti più famosi: La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio...

Con l'aiuto di amici lascia per sempre il "natio borgo selvaggio" e va di nuovo a Firenze. Dall'amore non corrisposto con Fanny Targioni Tozzetti nasce Il ciclo di Aspasia. Nel 1832 sospende lo Zibaldone.

Nell'ottobre del 1833 si trasferisce a Napoli insieme all'amico Antonio Ranieri. Benché ormai molto provato nel fisico, partecipa alla vita culturale partenopea. A Torre del Greco, in fuga dal colera che imperversa in città, compone due tra le sue più grandi poesie: La ginestra o il fiore del deserto (1836) e Il tramonto della luna (1837), che costituiscono il suo testamento poetico e spirituale.

Muore a Napoli il 14 giugno 1837 e viene sepolto accanto all'amato Virgilio.

Bibliografia

Luca Baccolini, I luoghi e i racconti più strani di Bologna. Alla scoperta della "dotta" lungo un viaggio nei suoi luoghi simbolo, Roma, Newton Compton, 2019, pp. 181-184


Antonio Baldini, Leopardi a Bologna, in: "Nuova Antologia", 391 (1937), pp. 270-287


Bologna. Parole e immagini attraverso i secoli, a cura di Valeria Roncuzzi e Mauro Roversi Monaco, Argelato, Minerva, 2010, pp. 71-75


Bologna Caput Mundi. I grandi e la città da Dante ai giorni nostri, testi di Fabio Morellato, foto di Paolo Zaniboni, Gianni Castellani, ricerca storica e bibliografica di Isabella Stancari, Bologna, L'inchiostroblu, 2011, pp. 150-153


Bologna visitata in bicicletta, a cura del del Monte Sole Bike Group, Ozzano Emilia, Arti Grafiche Reggiani, 1999, pp. 130-136


Beatrice Buscaroli, "Paolina mia". Giacomo Leopardi a Bologna, Bologna, Minerva, 2016


Alessandro Cervellati, Bologna aneddotica, Bologna, Tamari, 1970, pp. 114-126


Giacomo Leopardi, Lettere da Bologna, a cura di Pantaleo Palmieri, Paolo Rota, Bologna, Bononia University Press, 2008, pp. 127, 162-163, 219, 246, 260-261


Giacomo Leopardi e Bologna: libri, immagini e documenti, a cura di Cristina Bersani e Valeria Roncuzzi Roversi-Monaco, Bologna, Pàtron, 2001


Mario Maragi, Leopardi e la vita culturale bolognese del suo tempo, in: "Strenna storica bolognese", 1988, pp. 247-264


Gaetano Martini, Leopardi a Bologna, in: "Strenna storica bolognese", 30 (1980), pp. 203-214


Alfonso Morselli, Un incerto amore bolognese di Giacomo Leopardi, in: "Strenna storica bolognese", 20, 1970, pp. 179-195


Pantaleo Palmieri, Fermo immagine. Leopardi a Bologna, marzo 1826, in: "Nautilus", 4 (2017), pp. 89-109


Pantaleo Palmieri, Leopardi: frequentazioni bolognesi, in: Gioachino in Bologna. Mezzo secolo di società e cultura cittadina convissuto con Rossini e la sua musica, a cura di Jadranka Bentini e Piero Mioli, Bologna, Pendragon, 2018, pp.121-130


Pantaleo Palmieri e Angelo Fregnani, Leopardi a Bologna, Faenza, F.lli Lega, 2016


 

Internet

Archiweb - Biblioteca digitale dell'Archiginnasio - L'infinito. Gli autografi di Giacomo Leopardi da Visso a Bologna


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