Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900

EnricoPanzacchi

Enrico Panzacchi

1840-1904

Della sua terra conservò sempre la verve spumeggiante:
affascinava gli uditori con le sue improvvisazioni piene di brio. (A. Vianelli)

Nasce a Ozzano nel 1840. A Bologna compie gli studi nel Seminario, sotto la guida di Francesco Battaglini, futuro cardinale e arcivescovo.

Si iscrive in un primo tempo alla locale Facoltà di Giurisprudenza, per passare a quella di Lettere a Pisa, dove si laurea nel 1865 in filologia. Tra i suoi professori vi sono Pasquale Villari ed Alessandro d'Ancona.

L'anno seguente è nominato professore di storia al liceo Azuni di Sassari. Dopo brevi incarichi in varie città italiane, è trasferito al Liceo Galvani di Bologna, dove insegna filosofia dal 1868 al 1872.

Nel 1869 fonda la "Rivista Bolognese di Scienze e Lettere", dalla veste aristocratica, che ha tra i collaboratori il Mamiani e sulla quale Carducci pubblica per la prima volta alcune poesie con lo pseudonimo di Enotrio Romano. Con essa si propone di promuovere gli studi, e liberarli "dalla politica".

Dal 1872 al 1895 è professore di storia e critica d'arte presso l'Accademia di Belle Arti e nello stesso periodo occupa la cattedra di professore ordinario di estetica e storia dell'arte moderna all'Università. Dal 1891 al 1896 è anche direttore della Pinacoteca.

Le moderne arti figurative ebbero in lui un illustratore acuto, elegantissimo, e sopra tutto equilibrato ... patrocinò fraternamente, in tempi di pitoccheria veristica, le fresche vigorie dell'arte di Luigi Serra e di Giovanni Segantini.

In un'epoca di grande infatuazione per l'arte del Medioevo e del Quattrocento, di critici snob "inebriati di preraffaellismo", difende con calore la pittura bolognese del XVII secolo e contesta i restauri troppo fantasiosi di Rubbiani in San Francesco.

Nel 1888, in occasione dell'VIII centenario dell'Alma Mater, è insignito della Laurea honoris causa in filologia.

Bell'uomo e "simpaticissimo conversatore", "petroniano nel più alto significato della parola", Panzacchi adora tutto ciò che è bolognese. E' "uno dei personaggi più celebri e insieme più caratteristici di Bologna, vuoi per prestigio culturale, vuoi per la sua personalità aperta e incline alle piacevolezze mondane, alle raffinate galanterie".

Matilde Serao, che lo conosce durante la Grande Esposizione Emiliana, in cui è presidente del Comitato promotore, lo definisce "l'innamorato dolce e ostinato delle notti italiane", il cultore del "nottambulismo poetico".

"Aggraziato, balioso, dotto, galante, epicureo", Panzacchi è "una meraviglia di oratore" e a lui si ricorre "per i discorsi da farsi ai morti, per i panegirici ai vivi", per i brindisi e le inaugurazioni. Lipparini ha ricordato che "era il beniamino dei circoli e dei salotti eleganti; mangiava al Domino Club e la sera compariva in marsina nella barcaccia del Comunale".

Al Caffè del Corso, dove primeggia sui nottambuli più assidui, pendono tutti dalle sue labbra, quando racconta ridendo "piccanti avventure" o quando discute seriamente d'arte. Giosue Carducci, suo amico ma anche rivale in amore, nel 1872 lo descrive così, con una buona dose di malizia:

Con le sue pose di astratto, di scapato, di bohemien, ha fatto sempre i suoi interessi stupendamente, così in politica come in amore e ha fatto benissimo, ed io vorrei avere avuto a tempo opportuno il giudizio e la saggezza sua: ma né l'ho né l'ebbi né l'avrò mai.

Panzacchi è anche un apprezzato oratore politico e in politica ricopre incarichi rilevanti, sempre nel settore dell'istruzione. Si batte a lungo per la laicità della scuola pubblica. Dal 1868 viene eletto più volte consigliere comunale.

Nel 1874 passa nelle file dei liberali moderati, abbracciando poi, "come ancora di salvamento", il cosiddetto "terzo partito", che si oppone sia alla consorteria moderata che ai democratici repubblicani. Tornato tra le file dei moderati, dopo la morte di Minghetti ne diviene l'esponente più in vista, fino a essere eletto presidente dell'Associazione liberale felsinea e poi della Federazione costituzionale.

Queste sue oscillazioni politiche fanno crescere, assieme al numero dei suoi seguaci, anche quello dei suoi detrattori. Ad esempio Franco Mistrali - il controverso direttore della "Stella d'Italia" - lo chiama "poeta cesareo".

Il 1882 lo vede eletto per la prima volta come deputato e nel 1896 ricopre la carica politica di presidente dell'Associazione liberale monarchica. Successivamente diviene sottosegretario dell'istruzione pubblica.

I numerosi impegni lavorativi e politici non gli impediscono di produrre negli anni una notevole quantità di saggi e testi in vari ambiti culturali: scrive poesie, racconti, novelle, libretti d'opera (Ettore Fieramosca, Ianko). Apprezzato critico musicale, predilige le opere di Wagner e di Verdi.

Debutta come poeta nel 1870 con il libretto di liriche Funeralia, dedicato alla memoria della sorella Margherita. Le raccolte Piccolo Romanziere e Lyrica sono apprezzate dal Carducci e gli danno notorietà.

Nei componimenti, "dai tratti decadenti", anticipa le tematiche che saranno di Pascoli e D'Annunzio. Una scelta delle sue liriche, curata dal Pascoli, sarà pubblicata postuma da Zanichelli nel 1908. Le sue romanze sono caratterizzate da versi eleganti e melodiosi e sono spesso musicate da celebri compositori.

Assieme a Olindo Guerrini e a Giosuè Carducci forma il cosiddetto triumvirato, che domina l'ambiente culturale bolognese nella seconda metà dell'800.

Muore all'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna nel 1904. Nel 1905 Angelo Gatti lo commemora con queste parole:

Spesso visse come un uccello canoro, che ferma il volo sul primo ramo offerto dalla luce del crepuscolo vespertino, ospite ricercato e carissimo di amici; e dovunque egli si raccolse in se stesso a meditare ed a comporre, perché l'abitudine a radunare i pensieri era in lui sì continua, che ognuno lo ricorda a trascorrere per le vie, silenzioso, distratto, col capo eretto e lo sguardo levato, inseguendo le idee a volo per l'aria.

Sul muro della casa di San Pietro di Ozzano, dove nacque e tornò spesso per trascorrere le vacanze estive, una lapide ricorda il suo animo schietto e la sua eloquenza, “la quale parve un inno sonante alla gloria, alla poesia, alla bellezza dell'arte, alla maestà della patria”.

Bibliografia

Umberto Beseghi, Castelli e ville bolognesi, Bologna, Tamari, 1957, p. 185


Alessandro Cervellati, Storia dei burattini e burattinai bolognesi (Fagiolino & C.), Bologna, Cappelli, 1964, p.122


Una città italiana. Immagini dell'Ottocento bolognese, a cura di Franco Cristofori, Bologna, Alfa, 1965, p. 185


Dall'isola alla città. I gesuiti a Bologna, a cura di Gian Paolo Brizzi e Anna Maria Matteucci, Bologna, Nuova Alfa, 1988, p. 140


Federica Fabbro, Silverio Montaguti (1870-1947), Bologna, Bononia University Press, 2012, pp. 127-130


Luigi Federzoni, Bologna carducciana, Bologna, L. Cappelli, 1961, pp. 191-199


Giosue Carducci e i carducciani nella Certosa di Bologna, Bologna, Comune, 2007, p. 26


Le strade di Bologna. Una guida alfabetica alla storia, ai segreti, all'arte, al folclore (ecc.), a cura di Fabio e Filippo Raffaelli e Athos Vianelli, Roma, Newton periodici, 1988-1989, vol. 3., p. 638, 774, 777


Marco Veglia, La vita vera. Carducci a Bologna, Bologna, Bononia University press, 2007, p. 167, 235


Athos Vianelli, Profili di bolognesi illustri, Bologna, Tamari, 1967, pp. 123-125


Luoghi

Cerca sue opere nel catalogo: