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Dalla Cronologia

Accadde oggi, 03 agosto.

immagine di La cattura e la scomparsa di Mario Jacchia
3 agosto 1944
La cattura e la scomparsa di Mario Jacchia
I fascisti irrompono a Parma nella sede del comando militare partigiano dell'Emilia Nord-Ovest e catturano Mario Jacchia (Rossini, 1896-1944), che cerca fino all'ultimo di guadagnare tempo per favorire la fuga dei compagni. Trasferito al comando della polizia di sicurezza tedesca, viene barbaramente torturato. Jacchia appartiene a una nota famiglia di professionisti ebrei bolognesi. E' stato fervente nazionalista, ufficiale nella prima guerra mondiale, più volte ferito e decorato. Dopo la guerra ha aderito prima a un gruppo paramilitare nazionalista, poi al fascio di Leandro Arpinati. Si è allontanato dalla destra dopo l'aggressione al padre e l'incendio del suo studio. Con l'approvazione delle leggi razziali del 1938 è passato con decisione all'antifascismo, divenendo uno dei fondatori del Partito d'Azione a Bologna. Dopo interminabili sevizie Jacchia viene soppresso e il suo corpo non sarà mai più ritrovato. Il comando della GNR sosterrà di aver rinvenuto nelle sue tasche un elenco di un centinaio di antifascisti, per la maggior parte liberi professionisti. Nella cosiddetta "lista Jacchia", quasi certamente fabbricata ad arte dall'Ufficio Politico della GNR e dalla Questura, figurano anche i nomi di persone, come Francesco Pecori, Giorgio Maccaferri, Pietro Busacchi, Cesare Zuccardi Merli, Pasquale Vetuschi, che saranno di lì a poco eliminati da sicari fascisti.
immagine di Le brigate nere
3 agosto 1944
Le brigate nere
Il 3 agosto si costituisce la brigata nera bolognese, al comando del federale Pietro Torri. E' intitolata a Eugenio Facchini, suo predecessore, assassinato in gennaio da un commando gappista. Secondo il decreto legislativo n. 446 del 1° luglio 1944, ispirato dal segretario generale del PFR Alessandro Pavolini, tutti i fascisti tra i 18 e i 60 anni, non impegnati in altri corpi militari, sono inquadrati nelle Brigate Nere, corpo paramilitare riservato agli iscritti al partito. Lo scopo dichiarato di queste formazioni, che dipendono direttamente dal comando delle SS in Italia (gen. Karl Wolff), è "ripulire il paese dalle bande al soldo dello straniero". I brigatisti hanno l'autorizzazione a circolare armati ad ogni ora del giorno, in divisa o in abito civile. Le scarse adesioni nel fascismo bolognese costringeranno al reclutamento di ragazzi del riformatorio e di detenuti comuni. In tutto gli arruolati saranno circa un migliaio, di cui 400 armati, impegnati soprattutto in attività di polizia. A Bologna, oltre alla 23a brigata comandata da Torri, saranno presenti anche alcune squadre della 3a brigata nera mobile "Pappalardo", al seguito del loro comandante Franz Pagliani (1904-1986), professore della Facoltà di Medicina e Ispettore regionale del PFR. Odiate dalla popolazione, le brigate nere saranno malviste anche dagli uomini della GNR e degli stessi Tedeschi, desiderosi di mantenere la situazione tranquilla all'interno del centro urbano. Il generale Von Senger und Etterlin, comandante di piazza della Wehrmacht, le definirà nelle sue memorie un "autentico flagello della popolazione". Nel periodo della RSI Franz Pagliani si macchierà di numerosi crimini, tra i quali l’oltraggio dei corpi dei fucilati nell’eccidio del novembre 1943 a Ferrara, l’omicidio di alcuni noti professionisti a Bologna, i rastrellamenti a Concordia (MO) nel febbraio 1945. Nonostante varie imputazioni, nei processi del dopoguerra andrà assolto e potrà vivere a Bologna impunito, partecipando all’attività del Movimento Sociale Italiano (MSI). Nella caserma della sua brigata nera in via Borgolocchi Pietro Torri, definito dai suoi stessi camerati un “fascista estremista”, sarà responsabile di vessazioni e torture di partigiani. Espulso da Bologna assieme a Pagliani il 28 gennaio 1945, sarà anch’egli protagonista di rastrellamenti e uccisioni nel modenese e nel reggiano. Dopo la Liberazione fuggirà dall’internamento nel campo di prigionia di Coltano e emigrerà in America Latina, facendo perdere le sue tracce.
immagine di Farpi Vignoli premiato a Berlino alle Olimpiadi dell'Arte
3 agosto 1936
Farpi Vignoli premiato a Berlino alle Olimpiadi dell'Arte
Lo scultore bolognese Farpi Vignoli (1907-1997) è premiato a Berlino dal principe Umberto quale vincitore delle prime Olimpiadi dell'Arte. L'opera vincitrice, Il guidatore di sulki, è già stata ammirata in precedenza alla Quadriennale di Roma (2° premio) e alla Esposizione emiliano-romagnola. Verrà in seguito acquistata “da un barone giapponese” del Comitato olimpico e finirà “nel Museo dell’Arte di Tokio”. Vignoli sarà autore negli anni successivi di altre opere di ispirazione atletica (Il tiratore di fune, Il saltatore, ecc.) e di tombe monumentali alla Certosa (Cappella Coltelli, Tomba Frassetto), oltre che dei rilievi della Casa del Contadino di via Roma, divenuta nel dopoguerra Camera del Lavoro. 
immagine di Grave incidente nel cantiere della Direttissima
3 agosto 1928
Grave incidente nel cantiere della Direttissima
A circa 1.400 metri dall'imbocco nord della grande galleria della Direttissima in costruzione avviene un grave incidente. Mentre viene fatta brillare una “volata” di mine nel cunicolo inferiore di avanzamento, il gas presente nel locale si infiamma ed esplode, bruciando le armature e propagandosi rapidamente ai cantieri di lavoro. Un secondo scoppio demolisce un tratto del tramezzo di ventilazione, brucia le capriate in legno della calotta, provocando il crollo di gran parte del cunicolo superiore. I tentativi di domare l'incendio risulteranno a lungo vani e per proseguire il lavoro di scavo sarà necessario aggirare la zona con un tratto in curva, per riprendere più avanti l'asse normale della galleria. Solo il 10 dicembre successivo sarà possibile spegnere l'incendio mediante allagamento e procedere alle opere di ricostruzione del tratto danneggiato e solo il 12 febbraio 1929 l'attività del cantiere sud potrà ricominciare. Un altro grave incidente, dovuto a una esplosione di gas nella zona di Lagaro, era avvenuto il 14 ottobre 1923, con il tragico bilancio di sette operai morti e oltre venti feriti. Durante la costruzione della linea ferroviaria Direttissima tra Bologna e Firenze, 99 persone perderanno la vita in numerosi incidenti sul lavoro. Alla loro memoria sarà edificata una fontana monumentale nel piazzale della stazione di Bologna.
immagine di Cuniberti, De Vita e Pozzati alla Galleria de' Foscherari
27 giugno 1963
Cuniberti, De Vita e Pozzati alla Galleria de' Foscherari
Gli artisti Pirro Cuniberti (1923-2016), Luciano De Vita (1929-1992) e Concetto Pozzati (1935-2017) stanno per tre giorni in clausura all'interno della Galleria de' Foscherari, in via Castiglione. Ne dipingono le pareti con l'opera Tre progressioni, presentata dal critico Eugenio Riccomini (1936-2023). Si tratta di una precoce esperienza di pittura ambientale.
immagine di Bob Dylan canta per papa Giovanni Paolo II in visita a Bologna
27 settembre 1997
Bob Dylan canta per papa Giovanni Paolo II in visita a Bologna
Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) è in visita a Bologna in occasione del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale. Sul sagrato di San Petronio avviene la beatificazione di Bartolomeo Maria Dal Monte (1726-1778), le cui spoglie sono custodite nella basilica. In occasione della visita papale diversi artisti, tra cui Bob Dylan (1941- ), si esibiscono di fronte al Santo Padre e a circa 100.000 giovani convenuti nell'area del nuovo Centro Agroalimentare, alla periferia nord-est della città.
immagine di La colonna di Strada San Vitale
1832
La colonna di Strada San Vitale
L'antica colonna in macigno "con Cristo crocifisso" torna nella chiesa dei SS. Vitale e Agricola - con il permesso del Municipio e a spese del conte Ottavio Malvezzi Ranuzzi - e viene collocata nella prima cappella a sinistra, detta di Santa Maria degli Angeli. Riferita a S. Eusebio (VI sec.), ma di probabile origine medievale, la croce era custodita nel cimitero comunale “nella sala dei monumenti più antichi”.  Il Cristo appare vestito con "una strana casacca che arriva alle coscie, e le scarpe. Niun segno di chiodi né ai piedi, né alle mani, niun segno di nimbo. I capelli gli fasciano si stranamente la faccia, che sembrano una cuffia" (Gozzadini). Sul retro della croce è disegnata una mano in atto di benedire, che era il modo di rappresentare Dio Padre, stante il divieto di raffigurarlo "sotto forme umane". La colonna era in origine custodita in una edicola, eretta all’inizio del ‘300 da Monso Sabbadini e dalla figlia Attilia, badessa del monastero di San Vitale. Dedicata ai SS. Ermete, Aggeo e Caio, martiri del periodo di Diocleziano e Massimiano (IV sec.), si trovava "nel mezzo della strada S. Vitale vicino alla chiesa di detto Santo".  Questa "cappelletta" aveva agli angoli quattro colonne di marmo provenienti dalla corte del palazzo del Senato. Fino al Settecento il tetto a piramide fu coperto di rame dorato. Venne atterrata sulla base del decreto 12 gennaio 1798 della polizia generale della Romagna cisalpina e nell’occasione fu verificato che la colonna col crocifisso era collocata “su di un masso vistoso di macigno”, forse luogo di supplizio dei martiri cristiani.
immagine di Muore il disegnatore Sergio Tisselli
14 aprile 2020
Muore il disegnatore Sergio Tisselli
All'età di 63 anni scompare Sergio Tisselli, uno dei più bravi disegnatori di fumetti e illustratori bolognesi, cresciuto alla corte di Roberto Raviola, in arte Magnus. L'autore di Alan Ford lo volle con sé per Le Avventure di Giuseppe Pignata da lui sceneggiate, che uscirono a puntate sulla rivista “Nova Express” di Luigi Bernardi a partire dal 1993. Tisselli aveva da poco pubblicato La costellazione del cane, una storia ambientata a Bologna durante la peste del 1630, argomento della sua tesi di laurea in Storia moderna. L'impegno successivo furono le illustrazioni per Le avventure di Kim, liberamente tratte dal romanzo di Kipling, con il fresco ricordo di un viaggio in India. Negli anni Novanta Tisselli ha lavorato a vari progetti legati all'Appennino e al territorio emiliano. Sulla rivista “Savena Setta Sambro” è apparso il racconto La locanda dei misteri, con testi di Maurizio Ascari. Sulla stessa ha poi disegnato La storia di Bellosta che ballò col diavolo, scritta da Adriano Simoncini. Nel 2004 ha disegnato Occhi di Lupo, avventura sceneggiata dal prof. Giovanni Brizzi e ambientata in Appennino all'epoca della discesa di Annibale. Ad essa ha fatto seguito nel 2006 Foreste di morte. Dal 2009 ha realizzato numerose illustrazioni per conto dell'IBC della Regione Emilia-Romagna,  esposte nelle mostre Nove passi nella storia, Il mondo in un paese e In cerca dell’altrove (con Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli). Negli anni Duemila si è dedicato soprattutto alle illustrazioni ad acquerello, molte delle quali di ambientazione western. La ricerca è culminata in vari portfolio e nella collaborazione al libro di Renato Genovese 51 storie sugli indiani d’America, edizioni Little Nemo. Nel 2015 l'esordio su "Color Tex" con la storia Sfida alla vecchia missione – testo di Pasquale Ruju – gli ha consentito di affacciarsi al mercato francese. Tisselli è stato uno degli artefici principali del Magnus Day, che si tiene ogni anno a Castel del Rio con la partecipazione di vari autori e l'esecuzione di mostre, convegni, presentazione di libri. Nel 2008 fu lui a disegnare il piatto della tradizionale Sagra dei Marroni.
immagine di Casa Riari già Achillini
Casa Riari già Achillini
  • @ Riari già Achillini
L'edificio fu edificato e abbellito dalla famiglia Reali o Riari fra il 1644 e il 1662, ampliando le case che erano state della famiglia Achillini, nota per il letterato e poeta Giovanni Filoteo. Nel cortile belle finestre e una fontana con sculture architettoniche del Settecento e fondale dipinto a fresco. Nella loggia interna soffitto cassettonato con affreschi cinquecenteschi e sedili scolpiti alle finestre.
immagine di Giardino di piazza Giovanni XXIII
Giardino di piazza Giovanni XXIII
  • @ di piazza Giovanni XXIII
L’area verde, di poco superiore all’ettaro, è inserita al centro del Villaggio CEP Barca, davanti al lungo edificio porticato noto come “il treno”. In origine destinata a ospitare la piazza del quartiere, realizzato a partire dalla fine degli anni ‘50 su progetto di Giuseppe Vaccaro, si è invece conservata per decenni come una grande superficie erbosa, punteggiata da gruppi di alberi. Pur mantenendo la sua destinazione a verde, nel 1997 ha parzialmente recuperato la funzione originaria attraverso la costruzione del percorso pavimentato che si allarga a formare una sorta di ansa in cui si riconoscono tre piccole “isole”: un intervento ispirato alla vicinanza del fiume Reno, che è all’origine del nome della località (per secoli, fino all’ultimo dopoguerra, nella zona era in funzione un traghetto verso Casteldebole). Nell’occasione il giardino è stato anche notevolmente arricchito di specie arboree e arbustive, in prevalenza autoctone. Su un lato del prato centrale spicca un busto in bronzo di papa Giovanni XXIII, opera di Valerio Cattoli (1991), collocato per volontà dei cittadini.
immagine di Chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada
Chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada
  • @ Santa Maria e San Valentino della Grada
Costruita nel 1632, su disegno di Antonio Levanti, per opera di una congregazione qui riunitasi a venerare un'immagine della Vergine dipinta sulle mura. Nell'interno dipinti di A. Catalani, P. Fancelli, G. Caponeri; terracotta di F. Arrigucci. Sul retro dell'edificio è la torre di guardia, che segna l'ingresso del canale di Reno in città, dove è tutt'ora visibile la "Grada" o grata che veniva abbassata per impedire indesiderabili ingressi dentro le mura.
immagine di Scalea della Montagnola
Scalea della Montagnola
  • @ della Montagnola
Costruita su disegno di Tito Azzolini e Attilio Muggia (1893-96) fu decorata da rilievi e gruppi scultorei, ispirati alla storia di Bologna, di D. Sarti, A. Orsoni, P. Veronesi, T. Golfarelli, E. Sabbioni, A. Colombarini. La Montagnola, destinata a passeggio fin dal Seicento, fu riprogettata da G. B. Martinetti, nelle forme attuali, nel 1805. La vasca centrale con statue fu eseguita da D. Sarti nel 1888 per l'Esposizione delle Province dell'Emilia tenuta ai Giardini Regina Margherita.
immagine di Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli
Nasce a San Mauro di Romagna nel 1855.  Rimane orfano nel 1867, a soli 11 anni, dopo che il padre Ruggero (Zvanì), amministratore dei principi Torlonia, viene assassinato con un colpo di fucile, mentre torna a casa in calesse da Cesena. Il delitto, rimasto impunito, lascia tracce profonde nell'animo del futuro poeta e porta al dissesto economico e alla disgregazione la famiglia, funestata negli anni successivi da una serie incalzante di lutti. Nel 1871, dopo la morte del fratello Luigi, Giovanni deve lasciare il collegio dei padri Scolopi di Urbino e si trasferisce a Rimini per frequentare il liceo classico. Nel 1873 si diploma  al Liceo "Vincenzo Monti" di Cesena, superando gli esami come alunno esterno. Nei giorni immediatamente successivi invia all'Università di Bologna i documenti per l'iscrizione alla Facoltà di Lettere. Quell'anno l'Università di Bologna mette in palio sei borse di studio di 600 lire. Tra i concorrenti, esaminati da una commissione di cui fa parte Giosuè Carducci, c'è il giovane Pascoli, che risulterà tra i vincitori. Il superamento delle prove per il concorso vale anche per l'ammissione al corso di laurea. A Bologna prende dimora presso la famiglia di un imbianchino nel popolare Borgo di San Pietro. I suoi primi compagni e amici sono Ugo Brilli e Severino Ferrari. E' Brilli a presentare, nel 1873, il Ferrari, studente dell'ultimo anno di liceo e bisognoso di un aiuto in latino, al Pascoli, iscritto invece al primo anno della Facoltà filologica e già conosciuto ed apprezzato dai condiscepoli per le eccezionali competenze di latinista. Nasce tra i due giovani un'amicizia profonda, fraterna, duratura, dovuta ad affinità letterarie e anche politiche. Tra i docenti con cui Giovanni sostiene i primi esami spicca il nome di Giosue Carducci, conosciuto di fama al collegio degli Scolopi come il cantore di Satana. Un suo insegnante, padre Donati, lo ha descritto come "il poeta più classico e più novatore, lo scrittore più antico e più moderno, che abbia l'Italia". Il primo periodo di studi universitari si interrompe al secondo anno. Dopo la morte, nel 1876, del fratello maggiore Giacomo, il "piccolo padre", la sua vita a Bologna diventa più precaria. Tra gli internazionalisti Come tanti altri studenti rimane affascinato dalla propaganda di Andrea Costa, la cui parola vibrante e suggestiva aveva risuonato persino nella Corte d'Assise durante il processo per l'insurrezione del 1874. Tra il 1875 e il 1880 Pascoli interrompe gli studi "per dedicarsi alla redenzione del proletariato". Nel dicembre 1876, in un'adunanza di internazionalisti, prende la parola dopo Andrea Costa con un breve discorso, propugnando in modo sereno il metodo rivoluzionario e rivelando la sua gentilezza d'animo. Inizia la sua collaborazione al giornale "Il Martello" di Costa, in cui scrive sonetti e aiuta a spogliare giornali esteri e riviste. Diventa segretario della Federazione bolognese dell'Internazionale dei lavoratori tra il 1876 e il 1877, in sostituzione di Alceste Fagiuoli, morto di tisi dopo una lunga prigionia. Frequenta l'osteria del Foro Boario, ritrovo di anarchici in cui opera Teobaldo Buggini, ex garibaldino, tra i principali organizzatori della fallita sommossa del '74. La vicinanza ai primi movimenti socialisti ha per lui gravi conseguenze personali. Nel 1876 gli viene tolta la borsa di studio per la partecipazione ad una manifestazione studentesca. Dal marzo all'agosto 1878, grazie a una richiesta inoltrata da Carducci, ottiene una supplenza retribuita presso il Ginnasio comunale "Guinizelli" di Bologna. Il preside Atti lamenta le sue continue assenze. Risulta irreperibile anche dalla sua nuova residenza in via Pelacani (poi Petroni). Nel 1879 Il tribunale di Bologna condanna per Associazione di malfattori un gruppo di internazionalisti imolesi. Durante una manifestazione in loro favore, Pascoli è arrestato e condannato a una breve pena detentiva, scontata tra il 7 settembre e il 22 dicembre. L'episodio, che rallenterà la sua carriera, è ricordato nella poesia La voce: "Si processavano come malfattori quelli che aspiravano a togliere dal mondo il male e si condannavano". La situazione di Pascoli in questo periodo è commentata da una lettera dell'amico e compagno di studi Ugo Brilli a Severino Ferrari: Vedi, il Pascoli si è rovinato col suo poco giudizio; non dico già rovinato perché s'è fatto mettere in prigione, ma perché non ha saputo fin qui far nulla nulla e ha tolto negli altri - in tutti forse - la fede al suo ingegno. Studente modello e poeta Dopo questa turbolenta parentesi, Giovanni decide di chiedere la riammissione alla Facoltà di Lettere, dichiarando di essere stato "distolto dagli studi per sventure domestiche". Giulia Cavallari, sua compagna di studi in questo periodo, ne ha tratteggiato un vivido ritratto: Mingherlino allora, biondo, piuttosto pallido, presentava un insieme di timidezza e di spavalderia; col cappello storto, con una cravatta rossa fiammante si atteggiava un po' a rivoluzionario, mentre aveva pudori di fanciullo, che lo facevano arrossire con la più grande facilità; aveva cuore di una tenerezza che solo sarebbesi potuta paragonare con la materna. Ruvido e affabile ad un tempo, non schivava i compagni e non li cercava; si diceva che non si affannasse troppo a studiare: certo non mancava mai alle lezioni ed interrogato primeggiava sempre. Nonostante le difficoltà economiche, attestate dalla dispensa dal pagamento delle tasse di iscrizione, frequenta con successo i corsi degli anni accademici 1880-81 e 1981-82, ottenendo buoni risultati in tutte le materie. Carducci, insegnante di Letteratura italiana, attesta con soddisfazione l'attività del suo allievo: "ha dato prova e saggi d'ingegno benissimo dotato e di attitudine singolare nella conoscenza scientifica e nell'esempio pratico e didattico delle lettere classiche e italiane". Si laurea in Letteratura greca, relatore il prof. Gaetano Pelliccioni. La sua tesi sulla produzione poetica di Alceo ottiene il massimo dei voti e la lode. Il 23 settembre 1882, poco prima di partire da Bologna, il giovane professore chiede l'affiliazione alla Loggia "Rizzoli", dove viene accolto all'unanimità. Negli anni successivi insegna nei licei di varie città italiane. Nel 1885 a Massa chiama a vivere con sé le sorelle Ida e Maria. La ricostruzione del "nido" famigliare inaugura un periodo di serenità. Nel 1892 il giovane professore sale alla ribalta nazionale per la vittoria nel Certamen Hoeufftianum, concorso di poesia latina promosso dall'Accademia delle Scienze di Amsterdam. Il successo si ripeterà numerose volte, consacrandolo come uno dei maggiori esperti in quest'ambito. Nell'estate del 1895 trova dimora in una bella casa a Castelvecchio di Barga, in provincia di Lucca. Qui si rifugia, con le sorelle Ida e Maria, quando i doveri dell'insegnamento glielo permettono. Riuscirà ad acquistarla solo nel 1902. Primo ritorno Il 26 ottobre 1895 con deliberazione ministeriale è nominato professore straordinario di grammatica greca e latina all'Università di Bologna. La destinazione è accettata dal poeta un pò di malavoglia. Essa gli fa "riaffiorare il ricordo di anni che avrebbe voluto invece dimenticare. Anni di fame e di miseria più che di spensieratezza studentesca". Si trova inoltre stretto tra gli insegnamenti di Puntoni e Gandino "non potendo spaziare nella materia con quella libertà di cui aveva bisogno". Il 21 gennaio pronuncia la prolusione del suo corso, dal titolo Il ritorno. In febbraio, in omaggio ai 35 anni di insegnamento di Carducci, pubblica sul "Resto del Carlino" i suoi ricordi di scolaro. Nei mesi seguenti ha gravi e continui problemi di salute, che gli impediscono di svolgere appieno il suo ruolo di docente. Nel 1897 rassegna le dimissioni dall'incarico di professore, per uno scandalo provocato dal fratello Giuseppe, "venuto per sfruttare quel disonore a mie spese, a spese del mio posto". Decide di guadagnarsi la vita "con articoli, poesie, libri scolastici (grama vita)". Nel 1898 è nominato ordinario di Letteratura latina all'Università di Messina. Le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (1903) costituiscono le sue opere poetiche più significative: Pascoli prende spunto dall'ambiente familiare e agreste in cui ha scelto di vivere, lontano dalla città e dalla vita moderna. La natura è il luogo dell'anima dal quale contempla le vicende luttuose della sua vita. Secondo A. Battistini per quanto realizzata in seno a una poetica classicistica, la poesia di Pascoli sviluppa l'arditezza della sperimentazione, il bisogno di espressività non convenzionale, la tensione innovativa. Nel 1904 esce presso l'editore Zanichelli la prima edizione dei Poemi conviviali, corredata di xilografie di Adolfo De Carolis. Sulla cattedra di Carducci Nel 1906 è designato a succedere a Carducci sulla cattedra di Letteratura italiana dell'Università di Bologna. Pur tra tanti "motivi d'indecisione, di turbamento, d'ansia interiore", sente il dovere d'accettare, soprattutto dopo la malattia e la morte dell'amico Severino Ferrari, l'erede designato dal Maestro. Considera, tra l'altro, il prestigioso incarico bolognese un risarcimento per i torti subiti nella sua vita, a partire dall'assassinio impunito del padre, che ha gettato nella disperazione e nella miseria la sua famiglia. Il 27 novembre commemora Carducci leggendo la sua ode Cadore e ricordando il suo impegno per l'istruzione del popolo. Quello dell'ultimo periodo è comunque un Pascoli stanco, che in genere non entusiasma il suoi studenti: prima di riformularsi, in parte, come il poeta civile della "Gran Proletaria", il professore immalinconisce "il folto uditorio eterogeneo e irrequieto col commento filologico di Dante". Pascoli esalta a più riprese la sapienza nell'insegnamento e la grande tempra morale di Carducci, ma non ne parla come poeta. Il suo temperamento lirico è, come ha attestato Luigi Federzoni, distante da quello del maestro. Due diversi orientamenti di fantasia e di espressione: il "grande Artiere" e il "Fanciullino", l'uno che per sé faceva uno strale d'oro e lo lanciava verso il sole, e l'altro che scopriva riflesso nelle piccole cose l'eterno mistero dell'universo. Nel 1908 pubblica La canzone dell'Olifante, prima parte del poema storico Le Canzoni di Re Enzio. L'opera, prevista in cinque parti, è ambientata a Bologna durante la lunga prigionia del figlio dell'imperatore Federico II. E' descritta dall'autore come "tentativi e saggi epici ricavati dalla nostra fiera storia medievale", che hanno soprattutto "un fine di cultura". Il ciclo, che rimarrà incompiuto alla morte del poeta, è ispirato tra l'altro all'opera di Alfonso Rubbiani, responsabile proprio in questi anni del discusso restauro del palazzo di Re Enzo. Pascoli si spegne nel 1912 all'età di 56 anni, nella sua casa bolognese in via dell'Osservanza. Dopo un solenne funerale in città, è sepolto, secondo le sue volontà, nella cappella annessa alla sua residenza di Castelvecchio di Barga.
immagine di Giuseppe Saitta
Giuseppe Saitta
Nasce a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna, nel 1881. Ex sacerdote e allievo di Giovanni Gentile a Palermo, insegna al liceo e alle università di Firenze, Cagliari, Pisa, quindi ricopre le cattedre di filosofia morale e di filosofia teoretica all'Università di Bologna. Il suo idealismo si caratterizza, rispetto a quello del maestro Gentile, "per un più radicale immanentismo ed una accentuata polemica antireligiosa". Egli vuole fondare un "reale umanesimo", in cui la ragione liberatrice è opposta alla religione dogmatica. Tra le opere filosofiche vi sono: Lo spirito come eticità (1921); La personalità umana e la nuova coscienza illuministica (1938); La libertà umana e l'esistenza (1940). Compie inoltre importanti ricerche sulla storia della filosofia, in particolare la filosofia rinascimentale: La filosofia di M. Ficino (1923); Filosofia italiana e Umanesimo (1928); Il pensiero italiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento, in tre volumi (1949-51); Cusano e l'Umanesimo italiano (1957). Muore a Bologna nel 1965. Direttore di "Vita Nova" Dal 15 marzo 1925 Giuseppe Saitta assume la direzione della rivista "Vita Nova", quindicinale (poi mensile) dell'Università fascista di Bologna, definito il "periodico della rinascita intellettuale fascista". Spesso apre il numero con un commento e cura la rubrica Spunto polemico, su temi cari al fascismo, dove si distingue "per la vis polemica con cui attacca gli oppositori e i detrattori del regime". La rivista è ispirata da Giovanni Gentile e deve corrispondere alla concezione "religiosa" della vita propria del fascismo. Non si occupa di temi astratti, ma è "concepita come azione e impegno di fascisti capaci di vivere 'integralmente' la loro esistenza e di farlo con senso critico" (Salustri). Esce per 12 numeri all'anno e raggiunge fino a 80 pagine, con diverse sezioni a lunghezza variabile. Ospita interventi di numerosi intellettuali di regime e scrittori locali, quali Giuseppe Lipparini, Giuseppe Albini e Dante Manetti. In articoli del 1933, l'emergente Julius Evola vi sostiene l'antisemitismo. Con la caduta in disgrazia di Leandro Arpinati, "Vita Nova" segue la sorte dell'Università fascista, chiusa dall'ispettore Ciro Martignoni, inviato da Mussolini in persona per smantellare le strutture influenzate dal ras bolognese. Parte dei collaboratori sono assorbiti in una nuova rivista, dal titolo "Credere".
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Casa - Via Testoni
  • @ via Testoni, 5
Una città che non ha poeti, perché li ammazza, li caccia, li affama, li rende inutili, è uno stagno morto votato alla putredine. (S. Vecchietti)
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Casa - Via Nazario Sauro
  • @ via Nazario Sauro, 27
La casa dove son nato è rimasta la mia vera casa, la mia natura da portare con me e da vincere, potendo; una cosa buia e dolce come il sangue, da non riuscire a pensarla, nemmeno. Là è nato tutto di me, della parte che mi porta avanti nella vita senza ch'io me ne accorga; quella casa, è come la malinconia inguaribile di mia madre. (F. Arcangeli)
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Keiko World
Keiko World rappresenta un rarissimo esempio di “one man magazine”, anzi, “one woman magazine”. Infatti è completamente dedicato, anzi completamente gestito, dalla Ichiguchi, autrice giapponese da anni impiantata stabilmente in Italia e precisamente a Bologna.
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Basilica di San Domenico
  • @ Basilica di San Domenico
Nel 1219 la chiesa dedicata a San Nicolò delle Vigne fu ceduta al beato Reginaldo, uno dei primi discepoli di San Domenico, che qui morì il 6 agosto 1221. Subito dopo i frati iniziarono a costruire una nuova chiesa, divisa da un pontile in due parti, una per il pubblico e una per i frati, coperta nel 1298 con volte a sesto acuto. Nel XIV secolo furono aggiunte le cappelle Pepoli e la prima cappella del Santo, nel Cinquecento la cappella Ghislardi di Baldassarre Peruzzi e l'attuale cappella di San Domenico. Nel 1728-1732 Carlo Francesco Dotti unificò l'architettura interna, rispettando in gran parte il profilo esterno romanico. Sulla facciata spicca la grande rosa a dodici colonnine del secolo XIII. > Corrado Ricci e Guido Zucchini, Guida di Bologna, con aggiornamenti di Andrea Emiliani e Marco Poli, nuova ed. illustrata, San Giorgio di Piano, Minerva edizioni, 2002, p. 41
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Nico Picone
Nato nel 1988 in una gelida città del paese che non c'è, di cui tutt'ora non si hanno certezze riguardo l'ubicazione geografica, vende le ultime lettere del suo nome per comprare le sue prime matite. Non riuscendo a capire a cosa servano, frequenta il liceo artistico per scoprirne l'utilità. Tra una natura morta di cipolle finte ed una partita di calcio nell'atrio della scuola, impara a temperarle per poi disegnare esclusivamente con le penne. Si iscrive all'accademia di belle arti di Bologna al corso di fumetto e illustrazione, ma capisce di aver confuso le vignette dei fumetti con le caselle del sudoku quando scrivendo un otto lo avvertono che Topolino è composto da tre cerchi. Dopo la laurea triennale partecipa al workshop Pentiment ad Amburgo, dove viene costretto a scoprire le potenzialità della sua mano destra, capendo subito di non riuscire a tenere in mano neanche una matita. I lavori di quel periodo sono nascosti al sicuro sul fondo del deposito di Zio Paperone. Successivamente in un'afosa giornata di settembre si ritrova casualmente a Lucca, con il suo fidato giubbotto nero, dove incappa nello stand della Disney in cui mostra alcuni lavori e prova a disegnare qualcosa sul momento, forse un Paperino o forse un annaffiatoio. Da li a due anni si laurea al corso specialistico di fumetto, sempre a Bologna ed inizia la collaborazione con Topolino. Nel mentre lavora per lo studio grafico di Bologna R.A.M, come character designer. La collaborazione con Topolino continua e grazie soprattutto alla supervisione di Luana Ballerani e Stefano Intini, si immerge a 360° nel mondo del fumetto Disney. Ad inizio 2018 entra nella PGM di Bologna come insegnante di fumetto per bambini. Tuttora lavora presso Panini per Topolino realizzando principalmente storie di paperi. Cerca ancora di completare il suo primo sudoku ed ha ormai rinnegato la mano destra.   
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Luca Vanzella
Luca Vanzella è un fumettista e sceneggiatore. Nato nel 1978, ha studiato a Bologna Scienze della Comunicazione. La sua tesi sui Cosplay è stata pubblicata da Tunué nel 2005. Esordisce nel 2001 sceneggiando Dottor Massacro, pubblicato da Indy Press Comics e avviando così una proficua collaborazione con questa casa editrice, con cui ha continuato a lavorare fino al 2004 come redattore. Nel 2003 fonda l'etichetta indipendente Self Comics insieme a Luca Genovese, con cui inizia un lungo sodalizio. Nel 2005 i due partecipano alla mostra Comics Against the Global War e nel 2006 pubblicano per Self Comics Gloria, ovvero il giorno in cui... Nel 2008, per Beccogiallo, esce Luigi Tenco. Una voce fuori campo. Sempre in collaborazione con Luca Genovese, nel 2011 sceneggia BETA, miniserie in due volumi edita da BAO Publishing e successivamente ripubblicata da Editoriale Cosmo. Nel 2015 entra a far parte della squadra di Orfani, sceneggiando alcuni albi della seconda e della terza stagione. Nel 2017, per la Casa editrice BAO Publishing, scrive il romanzo grafico Un anno senza te, illustrato da Giopota. Il volume si sviluppa in dodici mesi, dodici momenti nella vita di un giovane uomo, che cerca se stesso e prova a farsi una ragione per la fine di un amore importante. Nel 2024 torna in una nuova edizione il libro di Luca Vanzella e Giopota, con un capitolo inedito di 16 pagine per farvi commuovere ancora.
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Giuseppe Dozza
Giuseppe Dozza è nato a Bologna il 29 novembre 1901, in via Orfeo. Figlio di fornai, a 13 anni è fattorino in una agenzia di trasporti. Si iscrive al Partito Socialista Italiano e nel 1920 è segretario dei giovani socialisti. Dopo il congresso di Livorno del 1921 aderisce al Partito Comunista d'Italia: nel 1923 è segretario nazionale della Federazione giovanile comunista e nel 1928 membro del Comitato centrale.
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Renato Zangheri
Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi dal titolo Problemi e aspetti del socialismo italiano.
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Virginio Merola
Virginio Merola è nato a Santa Maria Capua Vetere, in Provincia di Caserta, nel 1955. Vive a Bologna dal 1960. E' diplomato al liceo Minghetti e laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna. Ha lavorato presso la Società Autostrade, ed è stato delegato e responsabile sindacale Cgil del settore autostrade.
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Guido Fanti
Guido Fanti è nato a Bologna il 25 maggio 1925 da padre bolognese e madre ferrarese. Ha frequentato il liceo Galvani e poi il corso di laurea in Scienze Biologiche all'Università di Bologna.