Le guardie municipali o "barbacani"
Il 18 luglio il consiglio comunale affronta il tema dell’ “attivazione di un corpo di guardie municipali”. La necessità di un contingente di polizia municipale è molto sentita: la città in questo periodo è malsicura, soprattutto di notte.
Nel dibattito i consiglieri Rodolfo Audinot, Gioachino Pepoli e Marco Minghetti pongono l’accento proprio sul problema della pubblica sicurezza, più che sui bisogni municipali.
Minghetti avanza la proposta di policemen o constabili simili a quelli di Londra o Parigi, dipendenti dalla questura. Per essi sono richieste buone qualità morali, buona salute e un minimo di cultura e educazione:
"Oltre la onestà e la moralità loro, debbon avere attitudine all’ufficio che sono chiamati a prestare e quindi saper leggere e scrivere, avere robustezza della persona, ed essere istruiti e informati a civile educazione, come quelli che alla fermezza della azione debbon congiungere urbanità e cortesia di modi".
La relazione suscita una discussione molto vivace. Vari consiglieri insistono, invece, per la costituzione in tempi brevi di guardie municipali che siano soprattutto al servizio dell’”officio edilizio” e abbiano pochi compiti di sicurezza.
Accantonata la proposta Minghetti, il 20 luglio la giunta fissa le modalità per l’istituzione di un corpo provvisorio.
Il 1° novembre, dopo l’annuncio ufficiale del sindaco Pizzardi all’intendente provinciale, le prime quattordici guardie municipali entrano in servizio. Quasi tutte provengono da corpi militari o di pubblica sicurezza.
I loro compiti sono piuttosto vaghi e riguardano soprattutto la vigilanza dei regolamenti comunali, ad esempio "l'osservanza della nettezza delle strade".
L’unico incarico preciso è quello della protezione degli accalappiacani, contro “chi volesse ridare la libertà ai quadrupedi prigionieri”, e perciò vengono presto chiamati “barbacani”, come le vecchie fortificazioni medievali.
I “pochi e dimessi barbacani” riceveranno il 4 dicembre 1861 il loro primo regolamento stabile, contenente regole disciplinari insolitamente severe: ad esempio l’arresto fino a cinque giorni per un ritardo.
Avranno anche una nuova divisa, “con una giubba marrone e calzoni grigi, decorati di galloni d’argento, spalline, cordoni, cinture di cuoio lucido” (Cecchini). In testa porteranno un chepì e per le grandi occasioni vestiranno l’alta uniforme.
Per lungo tempo le guardie municipali non funzioneranno bene. In consiglio si discuterà non solo su mansioni e modi di impiego, ma addirittura sulla opportunità di mantenerle. Verrà spesso riportata la vox populi, che le accusa “di non portare alcun frutto” (Berti).
- a Bologna li chiamavano “barbacani” - dis. A. Cervellati - Fonte: Folco Cecchini, Un secolo al servizio della città, Bologna 1961
- Bologna e i suoi vigili, a cura di Ilaria Francica, Carlo Del Percio, Margherita Reina, con la collaborazione del Corpo di polizia municipale del Comune di Bologna, Bologna, Costa, 2000
- Marco Caroli, Bologna caput mundi, Bologna, Centro Grafico Cooperativo, 1977, vol. 1., pp. 136-137
- Folco Cecchini, Un secolo al servizio della città. Primo centenario del Corpo dei vigili urbani, Bologna, Comune di Bologna, Comitato per le celebrazioni bolognesi del centenario dell'unita d'Italia, 1961, pp. 11-21
- Donato D'Urso, La sicurezza pubblica a Bologna nei primi anni unitari, in: Poliziotti d'Italia tra cronaca e storia prima e dopo l'Unità, a cura di Raffaele Camposano, Roma, Ufficio Storico della Polizia di Stato, 2013, pp. 79-94
- Alberto Menarini, Tizio, Caio e San Petronio. Vicende di nomi nel dialetto bolognese, Bologna, Tamari, 1968, p. 28
- Marco Poli, Come eravamo. Episodi di cronaca e storia bolognese, Bologna, Costa, 2000, p. 154-167
- Marco Poli, Il Conte ladro e altre storie bolognesi, Bologna, Costa, 1998, pp. 309-311
- Marco Poli, Cose d'altri tempi 2. Frammenti di storia bolognese, Argelato, Minerva Edizioni, 2011, pp. 57-59
- Regolamento organico delle guardie municipali di Bologna, approvato da Vittorio Emanuele II con decreto delli 21 decembre 1862, Bologna, Stab. tip. di G. Monti, 1863