Gli Austriaci al di qua del Po
L'esercito piemontese vinto e riparato ai confini, le provincie settentrionali dello Stato Pontificio erano rimaste in balia dell'austriaco. Il ferocissimo Welden, accompagnato da quell'anima nera dell'Alpi, brutto ancora delle stragi di Sermide, lanciava dagli ammassi fumanti di quella città il suo grido di minaccia contro Bologna e le Romagne, affermando che dove la sua voce non fosse giunta, si sarebbe fatto ascoltar coi cannoni. (R. Belluzzi)
Dopo la sconfitta dei Piemontesi e l'occupazione della Lombardia, gli Austriaci invadono l'Emilia.
Il tenente maresciallo Franz Ludwig von Welden, al comando di un contingente di 7-8000 uomini, con reggimenti di cavalleria e artiglieria, pone il suo quartier generale a Bondeno, al di qua del Po. Nei giorni seguenti occupa Reggio e Modena e si spinge verso le Legazioni.
Ferrara è occupata il 2 agosto, con l'aiuto della guarnigione della Fortezza (XVI sec.) situata nei pressi della città. Viene disarmata la Guardia Civica e fatti prigionieri i duecento soldati svizzeri di presidio.
Il 3 agosto Welden pubblica un proclama, in cui afferma che l'Austria non è in guerra con lo Stato Pontificio, ma che l'esercito imperiale è intervenuto per sedare i tumulti e reprimere le bande “che si chiamano Crociate”.
Minaccia di bombardare chi volesse far resistenza e cita l'esempio di Sermide, la cittadina in provincia di Mantova assalita il 29 luglio e saccheggiata da 1.500 soldati Austriaci comandati dal generale Perglas.
Alle truppe di Welden sono aggregati gruppi di sanfedisti italiani, guidati dal famigerato Virginio Alpi di Faenza, spia e traditore, che a Sermide è stato protagonista di soprusi e violenze.
In marcia verso Bologna, il 4 agosto, nei pressi di Malalbergo, gli Austriaci catturano un'altra compagnia di Svizzeri e una trentina di dragoni pontifici: oltre a disarmarli, li insultano “in mille modi, spezzandogli per dispregio le armi” e li derubano.
Il senatore Zucchini invita il popolo "a far mostra di prudenza, di tranquillità e di dignitosa fermezza". Per il pro-legato "il martirio e il sagrifizio se non è guidato dalla ragione è suicidio, è follia".
Contro il desiderio dei bolognesi, Bianchetti dichiara impossibile la difesa della città e fa partire verso la Cattolica le truppe pontificie, con i loro armamenti e le salmerie.
Nella notte tra il 4 e il 5 agosto vengono requisiti numerosi cavalli per accellerare la marcia dei seimila uomini e degli oltre 20 cannoni costretti a lasciare in tutta fretta Bologna. Nel frattempo i nobili e i ricchi si rifugiano nelle loro ville di campagna.
A Bologna invece sale lo sdegno contro i “Tedeschi”: la popolazione eccitata chiede armi e anela vendetta. La difesa della città è affidata alla Guardia Civica e a circa duecento carabinieri a piedi e a cavallo.
La mattina del 5 agosto Bologna sembra "in preda a un morbo micidiale, che mietendo a dismisura la popolazione, rende tetre e deserte le contrade".
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