Vincenzo Monti

1754-1828

Una musa di Foscolo

I brevi soggiorni di Vincenzo Monti a Bologna, nel 1797 e nel 1813, ebbero come protagoniste due giovani donne, che portavano lo stesso nome: Teresa Pikler, la moglie romana, che lo seguì nelle sue peregrinazioni in Italia e a Parigi, e Teresa Carniani Malvezzi, un'amica con la quale intrattenne a lungo un affettuoso rapporto epistolare.

Nel marzo del 1797 Monti, poeta già famoso e ormai coinvolto con gli occupanti francesi, lasciò la sua residenza romana assieme all'aiutante di campo di Napoleone, il colonnello Marmort. Fu per qualche giorno ospite a Firenze della marchesa Venturi e in aprile si portò a Bologna. Qui completò e fece pubblicare il primo canto del Prometeo, dedicato a Napoleone.

Il 18 giugno 1797 inviò da Bologna a Francesco Saverio Salfi una lettera in cui cercava di giustificare, con il timore di ritorsioni nei suoi confronti, le idee controrivoluzionarie espresse nella Bassvilliana:

"Non più sonno, né riposo, né sicurezza; il terrore mi aveva sconvolta la fantasia, mi agghiacciava il pensare che i preti son crudeli, e mai non perdonano, non mi rimaneva insomma altro espediente che il coprirmi d'un velo".

Nel capoluogo emiliano Monti ebbe modo di conoscere alcuni protagonisti dei circoli culturali cittadini, quali il professor Paolo Costa, che gli fu sempre devoto, e soprattutto Ugo Foscolo, presente in città in questo periodo in qualità di aiutante del Cancelliere e segretario presso il Tribunale.

Con quest'ultimo egli riconobbe una grande affinità intellettuale e a lui fu legato da profonda amicizia, destinata a durare per più di un decennio e sfociata, però, in una violenta ostilità. Nel 1798, a Milano, il poeta di Zante fu persino suo difensore e garante di ortodossia rivoluzionaria nel libello Esame di Nicolò Ugo Foscolo su le accuse contro Vincenzo Monti.

A Bologna avvenne anche l'incontro fatale tra Foscolo e la moglie di Monti, Teresa Pikler, che fu probabilmente la prima ispiratrice delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Figlia di un orafo tirolese trapiantato a Roma, Teresina aveva "grandi occhi neri e folta corvina chioma; una bocca di rose, un'aria di testa nobilissima; statura alta con portamento dignitoso". Sapeva recitare e suonare l'arpa ed era a suo agio nei salotti romani, come lo fu, per quasi tutta la sua vita, in quelli milanesi. Rimase sempre vicina a Monti e gli fu di grande aiuto e conforto, soprattutto negli ultimi anni.

Foscolo provò per lei una "furiosa passione", almeno in parte ricambiata. Per lei arrivò al limite di un gesto estremo, come scritto nella premessa dell'Ortis: "Se la vigilanza d'un amico suo non l'avesse impedito, poco mancò che egli una notte non s'uccidesse". E in una lettera Teresa confermò questo tristo proposito: "Arrivò ad inghiottire una gran dose d'oppio; e sarebbe morto se al servo non fosse venuto qualche sospetto".

Nella prima stesura dell'Ortis, del 1798, protagonista è una bruna vedovella, grande suonatrice d'arpa e la musa ispiratrice si chiama Teresa ...

Vincenzo Monti e la moglie si trasferirono in luglio a Milano, lasciando l'amata figlia Costanza in un collegio della città felsinea. Il rapporto segreto tra Foscolo e Teresa continuò per qualche tempo anche nella capitale cisalpina.

Nel 1802, divenuto membro dell'Istituto nazionale, Monti ebbe occasione di venire a insegnare a Bologna, ma alla fine preferì Pavia.

L'amicizia con Teresa Carniani Malvezzi

Vincenzo Monti incontrò Teresa Carniani Malvezzi nell'autunno del 1813. Di ritorno da una visita alla bella figlia Costanza, sposata a Pesaro con Giulio Perticari (Rossini la definirà "la più bizzarra donna ch'io abbia conosciuto"), si fermò a Bologna dal 10 ottobre ai primi di novembre. Qui ritrovò alcuni degli amici conosciuti nel precedente soggiorno dell'estate 1797.
Monti compose nel salotto della Malvezzi il poema Il mio requiem aeternam all'anno 1813 e una sera improvvisò, tra i suoi invitati, una poesia in suo onore:

Bionda la chioma in vaghe trecce avvolta
ed alta fronte ov'è l'ingegno espresso;
vivace sguardo, che ha Modestia accolta,
non in tutto nemica al viril sesso:
bocca soave in che d'Arno si ascolta
lo bello stile ond'ha fama il Permesso;
agil persona, dolci modi e vezzi,
i pregi son della gentil Malvezzi.

La incoraggiò nello studio e le diede alcuni consigli di lettura. Scrisse Teresa alcuni anni dopo:

"Conobbi il cav. Monti, ed egli pure mi onorò di tanta amicizia quanta sanno tutti che onoravano la casa mia in quel tempo. Egli ebbe la bontà d'esaminare i miei studi, e con parole, e con lettere, e con versi m'incoraggiò allo studio della poesia."

Il poeta fu tentato, in questo periodo burrascoso per le sorti del Regno d'Italia, di rimanere nella città dei suoi genitori, che considerava un po' come una seconda patria e soprattutto gli aveva offerto giorni sereni, trascorsi con amici che lo ammiravano profondamente.

Ma il dovere lo chiamava a Torino, luogo di rifugio di coloro che seguivano la sorte di Napoleone: "Il mio partito è già preso contro gli interessi del cuore, del cuore che mi richiama a Bologna verso il tetto paterno, mentre il dovere e l'onore m'incalzano verso le Alpi".

Il 13 novembre 1813 scrisse da Milano alla Malvezzi rimpiangendo "i bei giorni di Bologna".
Da allora il rapporto con Teresa, pur molto tenero e affettuoso - e caratterizzato da un più intimo "tu" - fu soprattutto un rapporto epistolare, basato su interessi letterari.

Da lontano lo scrittore implorò più volte che gli amici bolognesi lo ricordassero. Alla Malvezzi chiese di salutare soprattutto il Costa: "Dite a Costa ch'io l'amo, e che desidero essere corrisposto". E il professore rispose consolandolo e dicendogli che lui e Teresina parlavano spesso di lui e leggevano le sue opere.

Teresa Carniani Malvezzi rimase per sempre fedele al suo idolo e alla sua morte compose un poema in suo onore, stampato nel 1829 presso Nobili, in cui lo chiamò l'Omero italiano:

Qual conforto ricerchi ο miser alma
ad alleviar il doloroso affanno?
Deh tu santa amistà mi detta un carme
che flebilmente, ο sventurata, gridi.
Ο sventurata Italia piangi. Ahi piangi,
l'Omero tuo, il tuo Poeta è morto!

Bologna ricordò e celebrò Vincenzo Monti anche con la tempestiva pubblicazione dei suoi scritti. La tipografia delle Muse di Pietro Brighenti diede alle stampe, tra il 1827 e il 1828, in otto volumi rilegati in mezza pelle, le Opere del cavaliere Vincenzo Monti, definito nella introduzione "quel Sommo che per unanime consentimento di tutta Italia è venerato Principe della nostra letteratura".

La vita in breve

Era di bella e alta persona, che né per eccesso alcuno potea rimproverarsi, né per difetto; la fronte si dilatava spaziosa, le guance si offriano in un grato contorno, e gli occhi sotto due folti e ben archeggiati sopraccigli ardeano di una luce sì soave ad un tempo e sì viva, che comandavano insieme l'affetto e la riverenza ...
(P. Zaiotti)

Vincenzo Monti nasce nel 1754 da Fedele e da Domenica Maria Mazzari in una casa di campagna tra Fusignano e Alfonsine, in provincia di Ravenna. La sua formazione si compie nel seminario di Faenza e all'Università di Ferrara, dove studia medicina e diritto. Fin da subito appare evidente il suo talento per le lettere. Si dedica allo studio dei classici, in particolare di Virgilio. Nel 1775 è ammesso all'Accademia dell'Arcadia con il soprannome di Antonide Saturniano.

Tra il 1778 e il 1797 vive a Roma, dove coglie ogni occasione per accattivarsi personaggi di potere con opere adulatorie. Nel 1781 il suo poemetto La bellezza dell'universo conquista papa Pio VI e gli apre le porte dell'entourage pontificio. Nel solco della tradizione arcadica è l'ode Al signor di Montgolfier, che si ispira a uno dei primi voli in pallone, avvenuto a Parigi nel 1783. L'anno seguente comincia l'opera Feroniade, che per tutta la vita cercherà di completare senza riuscirvi. Con essa vuole celebrare l'intenzione di Pio VI di prosciugare le paludi pontine.

Ispirandosi all'Alfieri, autore allora di moda, nel 1787 mette in scena la tragedia Aristodemo, che riscuote un chiaro successo al teatro Valle. Durante una rappresentazione dell'opera conosce la giovane Teresa Pikler, graziosa attrice e suonatrice d'arpa, che diventerà sua moglie. Ad essa il poeta rimarrà profondamente fedele per il resto della sua vita.

Nel 1793, con la Cantica in morte di Ugo di Basseville, nota come la Bassvilliana, dà voce al diffuso sentimento antirivoluzionario presente in Italia e in modo particolare a Roma. L'opera ha un enorme successo e nel giro di pochi mesi conosce numerose edizioni.

Le sue posizioni, contrarie alla rivoluzione francese, cambiano con l'affermazione di Napoleone. Sarà sempre una sua caratteristica quella di difendere la patria, rivolgendosi e appoggiando il potere di turno. Accoglie in casa sua il maresciallo Marmont, giunto a Roma per ratificare il trattato di Tolentino, umiliante per il Papa. L'appoggio ai Francesi lo costringe a lasciare l'Urbe nel 1797.

Segue un periodo di brevi soggiorni in varie città, tra le quali Firenze, Venezia e Bologna. Il 18 luglio 1797 giunge a Milano, dove pochi giorni prima è stata proclamata la Repubblica Cisalpina. Qui scrive tre poemetti in terzine, che rinnegano la Bassvilliana e esaltano Napoleone. Tra essi, il Prometeo è forse la sua opera più famosa: il Bonaparte, dispensatore di libertà, è paragonato al dio che si è ribellato a Giove e ha dato il fuoco agli uomini.

La sua ammirazione per il condottiero non diminuisce anche dopo la pace di Campoformio, che invece tanto delude Foscolo. Nella capitale della Cisalpina, dove diventa addetto alla Segreteria del Direttorio, è investito da numerose polemiche e contese letterarie, che il suo carattere bilioso contribuisce ad alimentare. Egli stesso si definisce "Irasci celerem, tamen ut placabilis essem", mentre altri lo giudicano un "idrofobo" dal quale stare lontano, un "fomentatore di odio". Anche Foscolo finirà per considerarlo un "adulatore spudorato e senza principi".

Con il ritorno degli Austriaci a Milano, fugge in Francia e a Parigi è raggiunto dalla famiglia. La sofferenza per l'esilio e la lontananza dalla patria sono mitigate dalla frequentazione di vari uomini di cultura. A questo periodo risale la Mascheroniana, opera in cinque canti dedicata all'amico naturalista e illuminista Lorenzo Mascheroni: essa rivela un Monti più moderato e molto preciso dal punto di vista formale: i suoi versi colpiscono lo stesso Byron.

La battaglia di Marengo, del giugno 1800, segna il nuovo controllo di Napoleone sull'Italia. A Monti viene assegnata la cattedra di eloquenza presso l'Università di Pavia. Prima del ritorno in Italia completa la sua ultima tragedia, il Caio Gracco e la traduzione de La pucelle d'Orléans di Voltaire. Nel marzo 1802 si insedia all'Università e vi tiene diverse lezioni fino al 1804, ricevendo la nomina di poeta del governo italico. In realtà la sua attività letteraria, non proprio allineata alle opinioni governative, sarà spesso contrastata e censurata, smentendo la sua fama di "poeta del consenso".

Nel 1805, dopo l'incoronazione di Napoleone a Re d'Italia, come poeta ufficiale di corte riceve uno stipendio annuo ed è insignito della Legion d'Onore. Nel 1806 recita una cantata per l'inaugurazione della Loggia Reale Eugenio a Milano. Compone diverse opere celebranti le imprese napoleoniche, in cui si intrecciano riferimenti mitologici e storici.

I suoi migliori risultati dal punto di vista poetico li ottiene nelle traduzioni, dove non è limitato dalla necessità di celebrare o adulare. Il suo capolavoro è la traduzione dell'Iliade in endecasillabi sciolti, pubblicata nel 1810 e quindi riedita varie volte, fino al 1825.

Nel 1812 è eletto socio dell'Accademia della Crusca. Conserva il suo posto di poeta di corte, pur con uno stipendio molto ridotto e con minore entusiasmo, anche dopo la caduta di Napoleone. Rivendica a se stesso il merito della riforma avvenuta negli anni precedenti nel mondo delle lettere, con il ritorno allo studio dei classici e di Dante. Considera quest'ultimo, con Omero, "il più grande dei poeti".

Nel 1825 con il Sermone sulla mitologia si scaglia contro gli eccessi macabri del Romanticismo nordico, ma molti, ad esempio il Tommaseo, giudicano il suo gusto neoclassico fuori dal tempo. Con alcuni esponenti romantici mantiene comunque buoni rapporti e esprime un giudizio favorevole ai Promessi Sposi di Manzoni.

La moglie e la figlia Costanza sono la consolazione della sua vecchiaia e ad esse dedica canzoni intime e venate di malinconia e dispiacere per la morte vicina. Gradualmente perde la vista e l'udito e subisce diversi attacchi di emiplegia. Muore il 13 ottobre 1828 a Milano.

  • Natalia Costa-Zalessow, Teresa Carniani Malvezzi and Vincenzo Monti, in: "Rivista di studi italiani", 19.2 (2001), pp. 48-64
  • Natalia Costa-Zalessow, Teresa Carniani Malvezzi's correspondence with Giovanni Fabbroni. A testimony of early nineteenth-century florentine and bolognese cultural mielieu, in: "Rivista di studi italiani", pp. 121-160
  • Vittorio Emiliani, Il furore e il silenzio. Vite di Gioachino Rossini, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 376
  • Itinerari letterari, a cura dell'Assessorato al Turismo e dell'Assessorato alla Cultura della Provincia di Ravenna, (ecc.), Ravenna, Tipografia Moderna, 2006, pp. 60-65
  • Vincenzo Monti, Opere, a cura di Manara Valgimigli e Carlo Muscetta, Milano, Napoli, R. Ricciardi, 1953, p. L
  • Luigi Rava, Teresa Malvezzi Carniani e Vincenzo Monti, in: "Strenna storica bolognese", 3 (1930), pp. 63-69
  • Maria Antonietta Terzoli, Foscolo, Roma, GLF editori Laterza, 2000

Internet

Luoghi
  • Casino Civico - Stamperia delle Muse via Santo Stefano, 43
  • Palazzo Malvezzi de’ Medici via Zamboni, 13
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