Gabriele D'Annunzio

 

A Bologna

Nel novembre del 78, come le dicevo, tornando dalle vacanze autunnali mi fermai per tre o quattro giorni a Bologna. Avevo sentito parlare di Odi barbare, di realismo, di battaglie per l'arte; e un po' per curiosità, un po' perché gli elzeviri con le loro civetterie mi attiravano, comprai diversi volumi dal Zanichelli. Fra questi c'erano le Odi del Carducci con prefazione di G. Chiarini. Il Carducci lo conoscevo poco; mi ricordavo d'averne lette alcune poesie nell'Antologia del Puccianti. Di lei avevo sentito parlare a proposito delle Poesie e delle Operette morali del Leopardi. In quei giorni divorai ogni cosa con una eccitazione strana e febbrile, e mi sentii un altro. L'odio pe' versi scomparve come per incanto, e vi subentrò la smania della poesia.

In queste parole è delineato uno dei motivi del profondo legame di D'Annunzio con Bologna. L'incontro con la poesia barbara di Carducci segnò, infatti, l'avvio della sua vocazione artistica. Egli si propose subito di seguire le orme di colui che riconobbe come suo maestro, da un punto di vista letterario e morale. Con la sfrontatezza che divenne in lui proverbiale, nel 1879 scrisse al professore una lettera: "Anch'io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell'anima una smania tormentosa di gloria e di pugne".

Nel collegio di Prato, in cui studiava, passò le giornate "pensando agli alcaici e agli asclepiadei, dando la caccia agli sdruccioli, leggendo ad alta voce Orazio, scarabocchiando una gran quantità di carta". Alla fine dell'anno raccolse le sue odi in un quaderno e decise di pubblicarle, con l'approvazione dei compagni e l'aiuto finanziario del padre.

Primo vere, pubblicato prima a Chieti, poi a Lanciano dalla editrice Rocco Carabba, ebbe subito successo. In esso si affacciavano reminiscenze di Carducci e Stecchetti e anzi riguardo a quest'ultimo, per Federzoni, "il prodigioso adolescente esagerò nel ricalcare il modello", con tutto il terzo libro copiato in modo pedissequo da Postuma.

La raccolta fu accompagnata da una recensione molto positiva sulla rivista "Il Fanfulla della domenica" e il giovane la pubblicizzò abilmente, usando più o meno lo stesso stratagemma di Olindo Guerrini per Postuma (fu certo anch'esso uno degli elzeviri, pieni di "civetterie", da lui acquistati a Bologna da Zanichelli): fece diffondere la falsa notizia della sua morte per una caduta da cavallo e riuscì così a richiamare l'attenzione di un vasto pubblico. Cominciò allora la sua scalata al ruolo di poeta-vate d'Italia, detenuto da Carducci.


 

L'urlo di pietra

Mi sembrò di esser percosso da un vento di spasimo, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione ferale. Quella era la vita, quella era la morte, un orrore unico entrambe.

(G. D'Annunzio, Le faville del maglio)

Nel 1878, durante una visita a Bologna con il padre, il giovane Gabriele scoprì il Compianto di Santa Maria della Vita. Fu colpito dal forte espressionismo delle figure e, in un suo più tardo scritto autobiografico, ricordò l' "agitazione impetuosa di dolore" delle Marie, incontrate nel buio di un sottoscala, gettate tra le frattaglie maleodoranti di una macelleria della vicina via Pescherie.

I reggenti dell'Ospedale della Vita, pensando forse che il capolavoro di Nicolò dell'Arca spaventasse gli ammalati, lo avevano messo in disparte. Le Marie piangenti - D'Annunzio parlò di "urlo di pietra" - diventarono così le "burde", specie di befane mostruose, evocate come spauracchi per i bambini capricciosi.


 

All'Hotel Brun

Nel 1890 D'Annunzio fu a Bologna per sostenere gli esami per la promozione a ufficiale di complemento presso il comando di divisione. Prendeva i suoi pasti presso il Grand Hotel Brun, un antico palazzo signorile situato in fondo a via Ugo Bassi, trasformato nell'Ottocento in albergo lussuoso.

Esso era celebre per aver ospitato parecchi personaggi notevoli e teste coronate ... e per la buona cucina. Il poeta non amava gozzovigliare con i suoi commilitoni. Una volta che uscì con loro a cena in una delle tipiche trattorie bolognesi, restò nauseato dal chiasso e dalle loro bevute esagerate.

Andava invece volentieri a teatro. Ha lasciato un vivo ricordo dell'attrice Titta di Lorenzo, "creatura così semplice e così fresca", che recitava nell'autunno 1890 al Corso, nella compagnia Paladini:

Se il suo riso è schietto e alato, il suo grido d'angoscia è penetrante e indimenticabile come quello che uno spasimo vero strappa talvolta dal profondo di certe anime veramente estetiche, nelle quali anche l'eccesso di dolore trova una espressione direi quasi armoniosa.


 

Il pranzo al "Carlino"

Il poeta fu di nuovo a Bologna l'11 aprile 1901, per la pubblica lettura della sua Notte di Caprera, dedicata a Garibaldi. Al mattino "volle volle andare a salutare il Carducci, e su la soglia dello studio lasciò cadere un fascio di rose".

Fuori dalla porta di casa cominciò a guardare un grande albero da frutto, che era nell'orto: "Che bel mandorlo fiorito, Maestro", disse il poeta, ma Carducci lo riprese subito, battendo il bastone per terra: "No, gli è un pero". Era stizzito perché non gli piaceva che quel giovane, mellifluo, lo chiamasse maestro. Lui era, semmai, "il professore" per antonomasia.

Quel giorno ci fu anche lo storico pranzo tra i due a Palazzo Loup, in piazza Calderini, nella sede del "Resto del Carlino". A un certo punto, per sciogliere il clima un po' teso, D'Annunzio prese in mano una mela (o forse una melagrana)

la spaccò e gliela offerse, bevendo non so se alla giovinezza o alla primavera o all'aurora dalle rosee dita. E il povero vecchio già fieramente colpito, concedeva, dissero e approvava. (M. Valgimigli)


 

Lo volevano all'Università

Morto Giovanni Pascoli, gli studenti bolognesi designarono all'unanimità D'Annunzio per la successione sulla cattedra di letteratura italiana dell'Università.

Davanti all'obiezione di "qualche dissidente in sottana", che sosteneva non essere egli "uomo disposto a tener un corso regolare di lezioni", proposero di affiancargli un incaricato "con orario obbligatorio" per rivedere le dispense, assegnare i voti, firmare i libretti: l'essenziale era che la cattedra fosse mantenuta a un poeta di grande levatura.

Gli studenti erano in piena agitazione: si tenevano "clamorose" riunioni, si votavano ordini del giorno, si inviavano in giro "messaggi e messaggeri". La nomina del titolare era così tenuta in sospeso. Giuseppe Lipparini, ex allievo di Carducci e direttore del "Tesoro", parlò pubblicamente a loro favore, sostenendo che D'Annunzio era "l'unico successore degno del Pascoli sulla cattedra di Bologna".

Da altri, in quel momento più autorevoli, i goliardi bolognesi furono ritenuti ottusi e miserabile apparve "il loro abito di letterati". Tra i più fieri oppositori al progetto-D'Annunzio vi fu il giovane Riccardo Bacchelli, che scrisse una lettera di protesta al "Resto del Carlino". Comunque il Vate, impegnato dalla lontana Arcachon a inneggiare all'impresa libica, giocò tutti d'anticipo e cortesemente rifiutò la proposta.


 

La difesa delle torri

Nel 1917 D'Annunzio intervenne a fianco del professor Giorgio Del Vecchio, che aveva promosso una petizione per il salvataggio di alcune torri medievali rinvenute nel centro di Bologna in occasione dell'allargamento del Mercato di Mezzo. Mentre infuriava la battaglia tra conservatori e demolitori, il poeta scrisse una accorata lettera:

ed ecco Bologna minacciata di sacrilegio. Uomini mercantili, ben più aspri di quelli che frequentavano la bellissima loggia vicina, vogliono diroccare la testimonianza dell'antica libertà armata per ridurre al valore venale il suolo e per gettarvi le fondamenta di chi sa quale enorme ingiuria.

Ma nel 1919 l'Amministrazione comunale, guidata dal socialista Francesco Zanardi, ordinò l'abbattimento, per evitare "un disagio insopportabile per la viabilità e il commercio", per il decoro cittadino e per rendere l'area disponibile alla vendita ai privati.


 

La vita in breve

Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia agiata. Frequenta il liceo al Convitto Cicognini di Prato. La sua condotta è indisciplinata. Emerge un grande desiderio di studio e la smania di primeggiare. Nel 1879, con l'aiuto del padre, pubblica la sua prima raccolta poetica, Primo vere, ispirata alla poesia barbara di Carducci.

Tra il 1881 e il 1891 è a Roma, dove frequenta, senza laurearsi, la facoltà di Lettere. E' accolto negli ambienti mondani della capitale, facilitato dalla presenza di un gruppo di scrittori e artisti abruzzesi. Si impone con il suo stile giornalistico esuberante e raffinato collaborando al "Fanfulla della domenica", al "Capitan Fracassa", a "Cronaca bizantina".

Nel 1883 sposa, con un matrimonio riparatore, Maria Hardouin duchessa di Gallese. Da essa ha tre figli, ma la relazione termina poco dopo per i numerosi tradimenti di lui. Nel 1887 si accende la sua grande passione per Barbara Leoni, che resterà il più grande amore della sua vita.

In questo periodo, con lo pseudonimo di "Duca Minimo", scrive articoli per il giornale di sinistra la "Tribuna", dove si fa cronista e cantore delle mode e dei riti borghesi: teatro, feste, conferenze, e insieme gioielli, pellicce, arredi lussuosi; racconta storie eleganti, si occupa di critica letteraria.

Il suo primo romanzo, Il piacere, edito da Treves nel 1889, è subito un grande successo. Incentrato sulla figura dell'esteta decadente, inaugura un nuovo tipo di prosa introspettiva, lontana dai canoni del naturalismo fino ad allora imperante. Al di là dei contenuti, il pubblico è affascinato dai risvolti divistici delle sue opere, dallo stile inimitabile proposto, rispondente agli ideali borghesi del tempo.

Tra il 1891 e il 1893 vive a Napoli, dove si è rifugiato, assediato dai creditori, assieme all'amico pittore Francesco Paolo Michetti. Qui scrive i romanzi Giovanni Episcopo e L'innocente, mentre Il trionfo della morte è composto in Abruzzo, dove ripara assieme a Gravina Cruyllas, che per lui ha lasciato il marito e gli ha dato una figlia. In questo periodo di avvicina al pensiero di Nietzsche e al mito del superuomo. Suggestioni nietzschiane si riscontrano chiaramente nel romanzo Le vergini delle rocce del 1895.

Nel 1892 inizia una relazione epistolare con l'attrice Eleonora Duse e presto nasce una relazione amorosa che avrà una enorme risonanza mondana. Per vivere accanto a lei si trasferisce vicino a Firenze, nella villa "La Capponcina", che trasforma nella residenza decadente del "signore rinascimentale". In questi anni, avendo come riferimento la Duse, compone la maggior parte delle sue opere teatrali - Sogno d'un mattino di primavera (1897), Sogno d'un tramonto d'autunno, La città morta (1898), La Gioconda (1899), Francesca da Rimini (1901), La figlia di Jorio (1903) - e le sue migliori opere poetiche, tra le quali la maggior parte delle Laudi, compreso l'Alcyone, vertice assoluto della sua produzione.

La relazione con la Duse va in crisi nel 1904, dopo la pubblicazione del romanzo Il fuoco. Intanto le sue finanze vanno a rotoli, per colpa di una vita di sperperi e debiti. Anche a questo dissesto, oltre che a nuove relazioni amorose, è dovuto il suo trasferimento a Parigi e in Francia dal 1910. Nella capitale francese gode di notevole fama, prosegue una esistenza sopra le righe, si accompagna ad artisti quali Marinetti e Debussy. Continua però a interessarsi delle sorti nazionali e pubblica articoli su vari quotidiani italiani, soprattutto sul "Corriere" (Le faville del maglio). Una sua tragedia, La Parisina, è musicata da Mascagni, mentre il film Cabiria (1914) gode della sua sceneggiatura.

Tornato in Italia nel 1915, rifiuta l'offerta di sostituire Pascoli all'Università di Bologna e si butta con passione nella propaganda interventista. Il 5 maggio 1915, durante l'inaugurazione del monumento ai Mille, pronuncia un discorso celebrativo, che desta grande impressione ed entusiasmo. E' il primo di una serie di arringhe tenute a Roma nei giorni che precedono immediatamente l'entrata in guerra dell'Italia, passate alla storia come le "radiose giornate di maggio".

Nonostante la sua età avanzata, ottiene di arruolarsi e nei primi mesi svolge soprattutto un attività di propaganda, spostandosi nei vari settori del fronte come ufficiale di collegamento e osservatore. Ottiene il brevetto aereo e partecipa ad alcune azioni dimostrative sopra Trento e Trieste. Nel 1916 per una ferita malamente curata perde un occhio. Durante la convalescenza a Venezia compone Il Notturno, dedicato ai ricordi di guerra. Nonostante il parere contrario dei medici torna al fronte.

Nell'agosto del 1917, su un aereo Caproni Ca 33 decorato con l'Asso di Picche e pilotato da Maurizio Pagliano e Luigi Gori, compie tre raid notturni su Pola. Nel febbraio 1918, imbarcato su un MAS della Regia Marina, partecipa alla Beffa di Buccari. Nell'agosto 1918, al comando dell'87a Squadriglia "Serenissima", su un aereo SVA 5 pilotato da Natale Palli, sorvola il territorio nemico e lancia migliaia di manifestini su Vienna, inneggianti alla pace. L'azione ha un eco enorme e il suo valore è riconosciuto anche dal comando austriaco. Al termine della guerra è insignito di diverse medaglie al valor militare.

Nel dopoguerra si fa portavoce del malcontento di buona parte del popolo italiano per la cosiddetta "vittoria mutilata". Nel 1919, al comando di una spedizione di "legionari" occupa la città di Fiume, non assegnata all'Italia dai trattati di pace. E' il momento più alto del suo mito personale di eroe militare, poeta e oratore civile, leader politico. La Carta del Carnaro, redatta da lui e dal suo governo, contiene numerose proposte che anticipano altre costituzioni democratiche.

Non accettando il Trattato di Rapallo, entra in conflitto con lo stesso governo italiano, presieduto da Giolitti, che il 26 dicembre 1920 fa sgombrare i legionari da Fiume con la forza. Dopo il "Natale di sangue" si ritira deluso in solitudine in una villa presso Gardone Riviera, sul lago di Garda, che sarà in seguito ampliata, e trasformata, con il nome di Vittoriale degli Italiani, nel suo grande mausoleo personale.

Pur con tanti distinguo, è uno degli intellettuali organici al Fascismo. Mussolini, timoroso della sua ombra, pur di controllarlo e tenerlo lontano dal potere, lo riempie di agi e di onori. I fascisti utilizzano ampiamente i motti e i simboli del Vate. Lui ricambia firmando tra i primi, assieme a Marinetti, il Manifesto degli intellettuali fascisti (1925). Si opporrà invece all'avvicinamento dell'Italia fascista al regime nazista, bollando Hitler come un "ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot".

Negli ultimi anni, di salute malferma, vive sempre più isolato e depresso nel suo buen retiro del Garda, fuggendo la luce e facendo uso di farmaci. Qui muore per una emorragia cerebrale il 1° marzo 1938. Ai funerali solenni, voluti dal regime, partecipa una folla imponente, che celebra il Vate dell'Italia umbertina, l'Immaginifico, il protagonista della letteratura e della politica in Italia durante la Belle Epoque, tra il 1890 e il 1920. Viene sepolto al Vittoriale.

Andrea Battistini, Forme di classicismo eretico: il caso di Bologna, in: Atlante dei movimenti culturali dell'Emilia-Romagna. Dall'Ottocento al contemporaneo, a cura di Piero Pieri e Luigi Weber, Bologna, CLUEB, 2010, vol. 1., p. 14


Marina Calore, Il teatro del Corso 1805-1944. 150 anni di vita teatrale bolognese tra aneddoti e documenti, Bologna, Lo scarabeo, 1992, pp. 137-138


Alessandro Cervellati, Bologna futurista, Bologna, a cura dell'autore, 1973, p. 22


Alessandro Cervellati, Bologna grassa, Bologna, Tamari, 1963, pp. 90-92


Pier Paolo Cheli, Alla morte del Pascoli fu invocato D'Annunzio sulla cattedra bolognese, in: "Strenna storica bolognese", 21 (1971), pp. 93-112


Andrea Emiliani, Una lettura di Gabriele D'Annunzio (1878-1907), in: Il compianto sul Cristo morto: quattro capolavori della scultura emiliana del Quattrocento, Bologna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Rolo Banca 1473, 1996, pp. 121-125


Federico Ravagli, Dino Campana e i goliardi del suo tempo, 1911-1914. Autografi e documenti, confessioni e memorie, Bologna, CLUEB, 2002, pp. 42-43


Le strade di Bologna. Una guida alfabetica alla storia, ai segreti, all'arte, al folclore (ecc.), a cura di Fabio e Filippo Raffaelli e Athos Vianelli, Roma, Newton periodici, 1988-1989, vol. 1., p. 218


Manara Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo, Firenze, G. C. Sansoni, 1965, p. 8


 

Internet

Wikipedia - Gabriele D'Annunzio


Italia Libri - Gabriele D'Annunzio (1863-1938)


Treccani - D'Annunzio, Gabriele - di Marcello Carlino - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 32 (1986)


Fondazione Vittoriale degli Italiani


Luoghi

Gallerie di immagini

Cerca sue opere nel catalogo:

Gabriele D