Ma vie… Ma bibliothèque…
un inedito di Pina D'Aria per Biblioteca Salaborsa
Samuel ibn Nagrela era l'audace commentatore del Corano; insegnava il Talmud in un'epoca in cui si poteva servire un visir ed essere l'erudito mecenate di artisti e studenti ebrei. L'avvilente considerazione dell'ebreo “insulare” del ghetto è tutta europea di un certo, radicato antisemitismo; occorre qui ricordare che lo stile “moresco” rappresenta la fusione occidentale tra ebraico e musulmano, che sta ad evocare quell'orientale “vita insieme”, oggi, espressa dalla guerra. Vi piace? E' il frutto dell'elaborazione. A volte impiego il tempo a riflettere dopo aver letto un po'. Mi capita di recarmi nella biblioteca bolognese col pavimento trasparente che si affaccia sugli strati della città antica e più vecchia. Si vedono le cisterne; quantomeno, a me sembrano tali. Non ho la passione delle cose antiche, degli oggetti. Mi occupo per diletto di antropologia. Scorgo tra gli scaffali dove qualcuno ha allineato i volumi, le storie e le idee. Non amo concentrarmi se sono in biblioteca, per questo preferisco la mia terrazza, l'intimità del mio atelier. Osservo dunque, le biografie che mi passano davanti agli occhi: un incedere, il muoversi e gli atteggiamenti, i rituali e i rispettivi volti. Vedo la ricerca dell'integrazione nella società. Vedo il transito. Avverto la trasmigrazione da una crisi, da un'assenza, alla pienezza, o almeno, al ritorno nel materiale, alla vita delle relazioni. Ai libri. Confesso che non leggo come una volta. Detesto l'espressione che indica la studiosa come “divoratrice di libri e di cultura”. Mio dio! Leggere può significare immersione, beneficio, trastullo, ma è pur sempre attesa. Non che condivida il correre e le manifestazioni di gran fretta, ma insomma, anche l'eccessiva immobilità del corpo mi turba. Fornitevi la deduzione che preferite evitando però, il blaterare subitaneo del giudizio prima ancora di aver assimilato. Quando lessi Malcom X mi commossi. Non mi piacevano la sua prosa e i fatti che metteva in piedi con furore e fanatismo. Apprezzai ciononostante il tratto nevrile e grezzo, la fragilità e l'umanità tormentata con la quale componeva il testo, un vero delirio. Poi mi dedicai ad Edith Piaf. Le sue sciocchezze proletarie! La amo. In una performance degli anni '80 con Fernando Venturi (fisarmonicista) cercai di ricreare quel chant perdu. Giunsero operai delle piccole fabbriche, contadini, massaie. Mi dissi che non ero abituata a presenze del genere. Temevo di non essere accolta, capita. Ero troppo sperimentale? Il pubblico alla fine si espresse con calore. E mi vergognai. Scevra da accanimento, ho letto con precocità; tra i nove e i sedici anni si sono avvicendati: Pavese, Fenoglio, Cassola, Moravia, Kerouac, Ferlinghetti, Corso, Morante, Hemingway, Calvino, Svevo, Joyce, Roth, le canzoni di Woodstock e altro. Preferisco Pavese, alcuni testi di Crosby come Cathedra e poco altro di conosciuto. All'improvviso, non chiedetemi perché, mi tuffai su D'Annunzio, Molière, Goldoni, Shakespeare, Shaw. Prelevavo i libri in casa, o nei centri per l'educazione permanente. A volte li rubavo a mio padre – libraio - per farne gradito dono ai capelloni miei amici e fratelli. Con disinvoltura passai a robe specializzate, alla saggistica d'arte, alle teorie di Roheim sul sogno, a Pirenne e a De Martino. Sfogliai e appuntai a lungo. Feci poesie e dimenticai i nomi dei tanti che avevo incontrato, letto, o solo sfiorato. Era nato l'amore per la forma, per i linguaggi e per Burroughs. Ero grande, avevo poco più di vent'anni. Vengo dal boogie che si respirava in casa per via di una mamma mezz'americana, sono beat e nutro amore profondo per l'America. Sono d'accordo con quanto qua e là affermava Ginsberg: salviamo l'America che è in noi contro gli scheletri della distruzione. Adoro gli slogan che ti catapultano nell'immediato, nella scrittura veloce, nella voglia di migliorarci e di ingentilirci. Penso ora alla California, San Francisco dove vivevo e da cui partii per Tokyo. Tornai a Roma e mi chiusi per un giorno nella biblioteca del Palazzaccio a leggere per caso, Klee. All'indomani raggiunsi la comune di Ostia e già pensavo di ripartire mentre tra le mani stringevo un capolavoro di Sagan, la tizia che guidava scalza. Emozioni. Paesaggi. Quel saputello di Robbe-Grillett, le case affollate dei giocolieri di rue Lepic a Paris, “La Rascas” di patron Juan a Nizza, il blues bar di Berndt a Rotterdam, George e Andreas del grande cine “Movie” di Monaco, i falegnami di Copenaghen, la nudità del Portogallo, la movida e la corrida (che orrore!) e sempre Londra, ogni volta il Marqee e la British Library, a conclusione di un viaggio. Vibrare, sentirne il tremore. Libertà è il nome da dare a tutto ciò, perché i libri non brucino nel fisico come in Fahrenheit, ma incendino il torpore e le messeinscene di quest'epoca del colpo d'occhio e delle malelingue.