Biblioteca Sala Borsa

La Biblioteca della Misericordia

un inedito di Alfredo Colitto per Biblioteca Sala Borsa

   Sapeva di essere lì per cercare una risposta, ma non ricordava più qual era la domanda. E all'improvviso si rese conto, con una specie di orrore, di non sapere neppure dove si trovasse.    Si voltò di scatto, guardandosi intorno. Era in una biblioteca. La biblioteca più bella che avesse mai visto. Un posto immenso, con vetrate colorate e colonne e navate altissime come quelle di una cattedrale, percorso da scaffali di legno massiccio e da passerelle aeree collegate tra loro da ponti e scale. Sugli scaffali c'erano milioni di libri.    Stupefatto, si chiese come ci era arrivato. In alto, sulle passerelle agli ultimi piani, si intravedevano ombre in movimento, ma erano troppo lontane per essere a portata di voce.    Chiamò ugualmente. Il grido fu assorbito dalle centinaia di migliaia di pagine che lo circondavano, e non ci fu risposta.    Cominciò a percorrere lentamente la navata, passando le dita sulle costole dei libri. Era una strana biblioteca. Codici miniati del XII secolo, dalle pagine in pergamena rilegate in pelle, si alternavano a romanzi moderni semidistrutti e con la copertina strappata. I gialli da edicola erano dorso a dorso con i grandi poeti del passato.    Il criterio di catalogazione gli sfuggiva, ma gli ricordava qualcosa. Qualcosa che era stato importante per lui.    Raggiunse una scala che portava agli scaffali superiori, e provò fortissimo l'impulso di salire. Se avesse saputo cercare, forse tra tutti quei libri avrebbe trovato le risposte di cui aveva bisogno. Posò il piede sul primo gradino, e a un tratto una frase gli risuonò nella mente: Tu ami i libri più delle persone. Non ricordava chi gliel'aveva detta, ma ricordava il dolore. Quelle parole gli avevano fatto male, avevano messo a nudo qualcosa di sé che avrebbe preferito non vedere. Chi le aveva pronunciate l'aveva fatto con lo stesso tono con cui avrebbe potuto dire: “Il leone è un animale feroce.” Una constatazione, non un giudizio.    Eppure lui sapeva di essere colpevole, anche se non ricordava di cosa.    La memoria tornò all'improvviso, come una porta spalancata dal vento.    Il suo lavoro era distruggere i libri, la sua passione salvarli.    Lavorava in un centro di raccolta di carta da macero, e da ogni carico di libri destinati alla distruzione salvava una copia, che regalava a qualcuno: amici, figli, parenti. Poi aveva deciso di fondare una biblioteca sua con i volumi recuperati. La “Biblioteca della Misericordia”, l'aveva chiamata.    Ma a poco a poco la sua passione lo aveva fagocitato. Le aveva sacrificato il matrimonio, il rapporto con i figli, gli amici, lo stipendio e la pensione, nonché tutto il suo tempo. La villetta di campagna in cui abitava era stata colonizzata dai libri. Scatole, scaffali, pile di volumi legati con lo spago, al punto che a malapena restava spazio per lui. Persino la metà del letto dove una volta dormiva sua moglie serviva come piano d'appoggio.    Si era licenziato dal lavoro, e si era trasformato in un cacciatore di libri. Aveva corrotto, rubato e persino ucciso per procurarsi edizioni rare e bellissime. Sentiva che la sua vita era votata alla ricerca della verità, e che la nobiltà dello scopo giustificava i mezzi. Finché un giorno la sua ex moglie, all'ultimo stadio di un cancro terminale, lo aveva mandato a chiamare, e vedendolo distratto anche davanti al suo letto di morte, aveva pronunciato quella frase sull'amore per i libri.    L'aveva messo di fronte a se stesso.    Sulla via del ritorno dall'ospedale, tutta la sua vita gli era crollata addosso. Senza neppure rendersi ben conto di ciò che faceva, si era messo a girare per casa con una tanica d'alcol, irrorando mobili, scatoloni e copertine. Poi si era seduto su una cassa di legno al centro del soggiorno, stordito dai vapori dell'alcol, e aveva appiccato il fuoco.    Ora cominciava a capire dove si trovava. Perché quel posto avesse assunto per lui la forma di una biblioteca non era certo un mistero. Ma ormai sapeva che non era lì che avrebbe trovato le risposte. Anzi, le risposte non avevano più nessuna importanza, proprio come le domande. Quella, alla fine, era la verità.    Tolse la mano dalla scala e si incamminò verso una porta lontanissima, indicata da una grande freccia luminosa. Sorrise vedendo che sulla freccia non c'era scritto nulla di trascendentale, ma una semplice parola, in lettere d'oro: “Uscita”.

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