Bu Lagna, la città e i nomi
un inedito di Matteo Marchesini per Biblioteca Sala Borsa
Nelle scorse settimane, forse perché ne ho parlato con faziosa malignità a una conferenza, lo spiritello di Italo Calvino mi ha perseguitato più volte in sogno. Poi, dopo qualche inevitabile schermaglia, si è un poco placato. Sotto le palpebre chiuse ho visto la sua fronte spaziosa spianarsi lentamente, mentre negli occhi gli brillava già un'idea da inflessibile funzionario editoriale. Ho capito subito quale fosse. Per far la pace, voleva che lo omaggiassi cedendo al gioco a cui la sua scrittura induce con forza irresistibile: e cioè la variazione, il rifacimento, il falsetto da epigono. Insomma, è andata a finire che ho sognato un apocrifo delle Città invisibili. E siccome negli ultimi tempi non faccio che scrivere a destra e a manca su Bologna, il luogo descritto in questo apocrifo ha finito per somigliarle così tanto da poter fare da epigrafe a una guida. Appena sveglio, ho aperto un file word e ho trascritto il mio piccolo parto notturno. Lo riporto qui di seguito, dedicandolo a tutti coloro che hanno con Bologna e con Calvino un rapporto ambiguo e contraddittorio come il mio. Eccolo: “… dove le piane del frumento s'increspano su morbidi dorsi boschivi, fronteggerai Bu Lagna, città che svela nel nome la vocazione al cahier de doléance. Ma questo nome è l'unico a dichiarare il suo significato: ogni altro segno occulta in lei ciò che rappresenta. Vedrai cortei accapigliarsi coi gendarmi, esibendo stemmi di rivolta: ma se ne scruti i capi, con occhi di narciso e labbra livide, ti accorgerai che tra loro e i gregari esistono gerarchie più feroci di quelle militari; che slanci, slogan, pose statuarie, sono rivolti agli sguardi di sfinge delle femmine del gruppo. Vedrai mandarini dalle barbe grommose predicar la sovversione, brandendo tomi neri di glosse pedantesche: ma i peli coprono sane facce contadine, e i gesti mimano certi ritratti appesi nelle librerie, dove artisti indolenti agitano in aria i mozziconi. Nei vicoli contorti, osti dal riso bonario invitano a gustar sughi genuini: ma i clienti, alti dignitari o pigri bohèmien, provano che non si entra senza oro. Qui rivoltosi e bottegai hanno il carisma equivoco dei preti. Gli emblemi alludono a funzioni sbiadite, per truccarne il puro valore di scambio: la Rivolta frutta icone pubbliche, il Pittoresco conti salati, le Creste Sioux perfetti galatei. Bu Lagna suggerisce a ogni scorcio ciò che poteva essere e non è stata, o non è più: un porto, una metropoli affacciata sui boulevard dai trampoli di alti torrioni, un museo pedonale, una somma università, una comune, un enorme tempio. Non è nessuna di queste cose, né il loro contrario: ma ne celebra le mitologie. A scadenze imprevedibili, accadono in lei eventi refrattari a ogni schema di causa-effetto: pogrom, delitti, stragi. Per esorcizzarne l'enigma, la gente li circonda di riti. Ovunque t'appariranno cippi e lapidi: altari immemori della loro origine, volte tracciate intorno al vuoto; come i portici o i cortili, dietro cui s'aprono solo altri portici o cortili, nella fuga d'un mihrab senza Mecca. Se partecipi alla vita della città, lamenta la sua decadenza: gli abitanti lo gradiscono; ma taci sulle sue corporazioni. Mostrati più estremista quanto più affoghi nel buon senso. Bu Lagna poggia su una schizofrenia: il suo sogno d'immobilità sale da grida anarchiche, i suoi happenings aspirano a imbalsamarsi in monumento”.