Biblioteca Sala Borsa

Pinguini (fra la Patagonia e San Martino Spino)

un inedito di Rudi Ghedini per Biblioteca Salaborsa

Mi fanno ridere, i pinguini, mi hanno sempre messo allegria. Vederli da vicino è uno dei motivi per cui sono voluto andare in Patagonia. E sono passato da Punta Tombo, la capitale dei pinguini, dove in certi periodi vivono oltre cinquecentomila esemplari. Era il novembre del 1993. Era l'estate del 1982, invece, quando mi è capitato di lavorare come bibliotecario nella frazione di San Martino Spino, sperduta località del Polesine; un incarico rilassante, nell'intero orario di apertura entravano non più di tre o quattro persone, a volte passavo intere giornate senza vedere nessuno. L'utenza si limitava a qualche signora di mezza età, in cerca di romanzi. Un pomeriggio, invece, si presenta un bambino di prima media, che vuole un libro sui pinguini. Ovviamente, cerco di rispondere alla richiesta con il massimo impegno, scorro gli scaffali e gli indici delle enciclopedie, per consegnare al bambino tutto il materiale disponibile. Dieci minuti dopo che se n'è andato, con il suo pacco di volumi, arriva un altro bambino, con lo stesso problema, poi un terzo, e un quarto. Si trattava di una ricerca scolastica. Dovetti scusarmi e mandarli via a mani vuote. Spedirli all'indirizzo del compagno, non aveva senso: le minime distanze, a San Martino Spino, come in Patagonia, si misurano in chilometri. L'esperienza da bibliotecario non ha avuto seguito, ma i pinguini hanno continuato a farmi ridere. A Punta Tombo, mi veniva da toccarli, ma sapevo che l'acidità della nostra pelle può danneggiare il sofisticato sistema di protezione dal freddo, disposto su tre livelli: il fitto piumaggio impermeabile, il piumino alla base delle penne e lo strato di grasso sottocutaneo. Il loro isolamento termico è così efficiente che possono surriscaldarsi: allora drizzano le pinne e le sbattono freneticamente, dando sfogo all'aria calda. Simulano il decollo, perché i pinguini sono uccelli che non sanno più volare: mantengono in dote il volo subacqueo, da grandi nuotatori, sono miopi, tranne che in acqua, dove la vista è perfettamente a fuoco. Nelle migrazioni, la puntualità dei pinguini pare sia prodigiosa. Mentre attendevo che spiovesse, masticavo pane e formaggio fuso, pane e salame, pane e banane. Sembravano lepri, le sfuocate forme grigie che sfrecciavano accanto (ma non ho mai saputo che animale fosse). Finalmente, la pioggia è rallentata: il temporale ha avuto il merito di allontanare gran parte dei turisti. La pinguinera era deserta. Mi ritrovavo in una radura piena di buche, scavate dai pinguini per farci il nido. Li sentivo cantare canzoni d'amore, con urletti da neonato, alzando il becco al cielo. Entravano e uscivano dall'acqua, si tuffavano a peso morto, scivolavano sulla pancia, dormivano in piedi, con il capo piegato sotto un'ala, usavano il becco per grattarsi vigorosamente. Li ho visti caracollare, con un'andatura da videoclip, in file ordinate, guardando a destra e a sinistra prima di attraversare uno spiazzo, lungo traiettorie sempre uguali. Accovacciato, quasi a rimpicciolirmi ai loro occhi, mi sono lasciato mordere una scarpa da un genitore infuriato, che voleva proteggere il pulcino, per metà già uscito dal guscio. Il terzo di una squadra di quattro non si è accorto di una buca ed è caduto in avanti, con un irresistibile effetto comico; poi ha ripreso come se niente fosse. Ai pinguini, in meno di un'ora, ho scattato quaranta foto. Mentre li inquadravo, i loro sguardi rispondevano indifferenti, come stessero riflettendo sul da farsi.

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Immagine da Biblioteca Salaborsa

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