Nel momento del bisogno

un inedito di Marta Casarini per Biblioteca Salaborsa

Imparai a leggere a ottobre.
Ogni mattina percorrevo il vialetto che mi portava a scuola facendo rotolare le ghiande e saltando nei mucchi di foglie secche, sporcandomi le nappine dei mocassini di rosso, arancione e fango umido.
Mia madre mi vestiva come una vecchia; a sei anni ne dimostravo cinquanta, mi metteva i gilet e le gonne al ginocchio, i collant bianchi e i cerchietti di cuoio. E i mocassini con le nappine.
La cosa peggiore era quando m'infilava le bretelle: erano verdi, con delle clip a forma di cuoricino affamate di polpastrelli impossibili da aprire se non dopo frustranti digrignamenti e profluvi di sudore e "diobò"; con quegli affari non riuscivo mai ad andare in bagno senza che i miei dovessero cominciare a chiedersi se fosse il caso di mandare una spedizione di alpini in soccorso.
L'autunno che cominciai a leggere io avevo sempre addosso quelle bretelle.
E un libro.
Cominciai da Richard Scarry e dalla Pimpa per scoprire pian piano Christine Nostlinger e il mondo di lana cotta di Astrid Lindgren, imparando a sillabare Calzelunghe molto più velocemente che a slacciarmi i pantaloni.
Poi, un giorno, quando le ghiande e le foglie erano sparite sotto uno strato di neve e le mie bretelle sotto uno strato di maglioni, scoprii la biblioteca.
Non era lontana dalla scuola, bastava fare due passi in più e girare a destra dopo l'alimentari di Luigi, quello che mi regalava la crescenta coi ciccioli e aveva sempre in offerta speciale i Gordon blu.
La biblioteca era brutta, grigia, sembrava un palazzo di uffici. Non c'era scritto sopra "Biblioteca" o "Guarda che qui passerai i pomeriggi migliori della tua infanzia, quindi ti conviene entrare", e neppure "Guarda che qui un giorno farai la più grande figura di merda che una bambina timida e cicciotta possa immaginare, quindi non ti conviene entrare", così non l'avevo mai notata.
Quel giorno però Luigi era chiuso, io avevo freddo e in casa non volevo tornarci.
Entrai.
Scoprii subito lo scaffale dei bambini e quei libri con la copertina giallina e i due istrici disegnati muso a muso sotto al titolo.
Scoprii Silvana Gandolfi, Philip Pullmann e Roald Dahl.
Scoprii l'odore di sospiro e fiori secchi delle pagine sfogliate da decine di bambini, il tepore del porto sicuro, fino a quel giorno terribile della pipì.

Ero a un punto cruciale di Matilde quando successe.
Era quasi primavera, ma non faceva abbastanza caldo. Non per mia madre, che mi costrinse a mettere sopra alla camicia e alle bretelle un’orrenda giacca a vento marrone. Con le spalline.
Ci ero seduta sopra in segno di protesta mentre leggevo col cuore che premeva nelle orecchie la scena in cui la Spezzindue sta per chiudere Matilde nello Strozzatoio, e me la feci addosso dalla paura.
Letteralmente.
Sentii la pipì impregnare le mutande, colare lungo le cosce e gocciolare, filtrata dalla giacca a vento, sul pavimento della biblioteca.
Ero paralizzata dall’orrore.
“Sono sola”-pensai - “il bibliotecario non mi tiene d’occhio, forse posso…oddio ma come ho fattoddiocomefaccio…posso andare in bagno e pulirmi…ma ci metto tre ore con le bretelle dannate bretelle ormai c’è una pozza , e puzza, oddio mio ma io…”
Presi la giacca a vento e la passai, veloce, sul laghetto di pipì.
Non assorbiva per niente bene. Anzi, peggiorava la situazione, spandendo l’urina in uno stagno appiccicaticcio.
Il bibliotecario, sentendo provenire dal fondo del suo regno una serie di singhiozzi e sguissh sguissh di nylon, si avvicinò e afferrò al volo la faccenda. Mi tolse di mano la giacca, mi disse “va tutto bene”, prese uno straccio e pulì. Poi mi fece andare in bagno.
Quando furono trascorse le tre ore necessarie a riallacciarmi le bretelle, uscii, sicura di beccarmi una rampognata coi fiocchi e, perché no, una bella gita nello Strozzatoio.
Invece il bibliotecario mi sorrise e mi chiese “ti piace Roald Dahl?” e mi diede un libro che si chiamava Storie impreviste.
“Questo è già per grandi, lo sai? Ma sono sicuro che ti piacerà tanto e quando lo finirai ti sentirai più grande e coraggiosa”.
E sapete una cosa? Aveva proprio ragione.

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