Un sogno nel soffietto
un inedito di Nicola Bonacini per Biblioteca Salaborsa
Quando ero bambino e gli altri avevano tutti il cicciobello o i più fortunati un gattino o un cagnolino, io avevo un libro.
Me ne appropriai durante la visita alla biblioteca di quartiere con la classe. Mentre giravamo tra gli scaffali e la bibliotecaria raccontava un sacco di cose io notai questo piccolo libretto con la copertina rossa e grossa, un plastificato che voleva ricordare la pelle con cui si facevano i borsellini per gli spicci.
Mi piacque subito anche perché era piccolino e messo tra libri molto più voluminosi, che però non avevano il fatto della copertina rossa, le poche pagine che facevano capire che non era noioso e la patina giallastra che ricordava i suoi molti lettori.
Quando la biblioteca telefonò a casa per sapere perché non lo restituivo, mia madre mi chiese dove l’avessi messo ed io dissi che non mi ricordavo. Poi venne a casa l’addetto bibliotecario per prenderlo ed io feci la faccia da tonto con mia madre che continuava a parlare con l’addetto e non riusciva a capire. Quando l’addetto disse pazienza fui felicissimo.
In realtà lo tenevo vicino al letto, dietro il cuscino nel vano con l’apertura a soffietto. Gli avevo anche messo una piccola coperta fatta con un ritaglio di lana scozzese: facevo finta che dormisse, ed ero certo che lì stava bene. Mi sembrava fosse ingiusto lasciarlo in biblioteca, dove magari ogni giorno gli passavano davanti tante persone degnandolo di uno sguardo fugace per poi scegliere qualcos’altro. Volete mettere che sofferenza ?
A me piaceva molto il mio libro e poi non disturbava nessuno, anzi nessuno in casa si era accorto di lui, così non facevano domande e noi ce ne stavamo tranquilli.
Anche se l’addetto aveva molto insistito con mia madre, io pensavo che fosse meglio che stesse da me, perché là era uno tra i tanti invece a casa mia era coccolato e non aveva la scocciatura che magari veniva preso da un signore che puzzava o che lo leggeva mangiando così che le briciole del pane gli finivano in mezzo.
Poi un giorno il mio compagno di banco ha detto al maestro che io avevo a casa un libro della biblioteca da più di un anno.
Il sabato mattina sono venuti in tre e quel giorno c’era anche mio padre, allora io mi sono chiuso in camera e non li ho fatti entrare e loro dicevano che non erano arrabbiati e nemmeno io però sono rimasto chiuso tutto il giorno; poi alla sera i miei sono entrati con un piatto fumante di tortellini alla panna e ridevano come matti.
Mi sa che nessuno di voi ha mai capito fino in fondo il dolore che provano i libri sullo scaffale quando non vengono scelti; ce ne sono certi poi che magari stanno in mezzo tra due molto famosi e a quelli gli viene l’esaurimento nervoso. Prima o poi.
Quando ero piccolo pensavo anche che avrei proposto una clinica per libri malati al sindaco, avevo un sacco di fantasie da piccolo e non mi sentivo mai solo. Gli altri bambini li ho persi di vista strada facendo.