Alla scoperta (tardiva) di Bologna, tra scritture, parole, frasi, note, opere e omissioni
un inedito di Vasco Rialzo per Biblioteca Salaborsa
Ero a pezzi. Stravolto. A Bologna neanche da un giorno. Giuntovi da Stoccolma. Avevo partecipato ad una seratona musicale, invitato a mettere hardstyle italiano in un locale notturno frequentato soprattutto da giovinastri pseudo-studenti. Un grande successo. Ma, in bocca e nel naso, sentivo ancora il sapore di redbull mischiato a vodka. Orrore. Mi chiama un’amica, una brava persona. Mi chiede di accompagnarla in biblioteca. Vuole visitare Sala Borsa, mi dice che è un posto stupendo, pieno di libri, di gente, di cose da vedere. Mi viene il voltastomaco. Necessitavo solo di riposo, oscurità, silenzio, riso in bianco, acqua gassata, vestaglia di seta, retina in testa, pantofole imbottite. Insiste a dismisura, una pesantezza sovraumana. Mi implora, mi assicura che non me ne pentirò, che dopo mi offre un lauto aperitivo al Bricco d’Oro, a cui sono tanto affezionato. Fa leva sui sentimenti. Sa ciò che vuole. Un’astuta furbetta. Peraltro giovine e attraente. Difficile, nonostante i vapori alcolici che emano da ogni poro somatico, rifiutare. Sto comunque al gioco, facendo il noioso e l’indeciso, ma sapendo perfettamente che, alla fine, l’avrei accompagnata. Impossibile rifiutare un bell’aperitivo al Bricco. E poi, magari, la biblioteca sarebbe stata interessante e, nel migliore dei casi, piena di fanciulle. Alla fine ci accordiamo. Sabato pomeriggio, ci si vede sotto il Nettuno.
Mi presento puntuale, dopo accurato restyling fenotipico. Ella deliziosa, come già sapevo. Perfetto. Entriamo in Sala Borsa, schiaffeggiati da un’ondata di calore. Tanta gente, qua e là. La seguo fedele, mi sto già perdendo, confuso e impaurito. Osservo con rispetto la bellezza del luogo. Da tempo, molto tempo, non mi dedicavo all’esplorazione della mia città natale. E questa biblioteca, immensa e di raro fascino, mi era naturalmente sfuggita. Ella mi tiene per mano, mi conduce prima lì, poi là, poi ancora lì, poi incontra un’amica, poi un amico, poi prende dei libri (mediocri), mi chiede se voglio un caffè, guardo gli alti soffitti, ammiro le luci che invadono spazi e pertugi, rifiuto il caffè, non saluto un tipo che pare conoscermi, prendo anch’io un libercolo (Morte a credito di Céline), mi faccio trasportare dall’amica, sempre per mano. Scopro felice che offrono in prestito anche CD e altra roba musicale. Decido di iscrivermi. Bel posto. Ci sarei tornato. Esatto. Completata la procedura, cerco di staccarmi dalla mia appiccicosa accompagnatrice nella speranza di dare un’occhiata alla musica. Impossibile mollarla. Impossibile che mi molli. La tengo con me. Sopporto il suo infinito chiacchiericcio, vuole vedere se trova altri libri, non le piace la musica che ascolto, dice che sono un pazzo, mi viene caldo, sudo come una bestia, ella continua a ciarlare, mi sta attaccata all’orecchio, dice che sono un burbero, la gente mi prende contro, avverto odori di sudorino stantio e alitosi croniche, comincio a innervosirmi, la gente mi dà fastidio, ella persevera nello spettegolare senza sosta, non so bene su chi o su cosa, non trovo quel che cerco, me lo impediscono estranei e bifolchi, mi saltano i nervi, strattono l’amica verso spazi più ampi, riprendo lentamente a respirare, esigo il mio aperitivo, subito, rapido, senza ritardi e indugi. Ella acconsente. Mi calmo, solo un po’.
Ci avviamo verso l’uscita. Sono esausto. Ammiro di nuovo l’antico fascino di questo lugar di cultura e sapere. Ci tornerò, sicuramente, magari non di sabato pomeriggio. Troppa gente, troppi umanoidi, troppi scimmioni, sempre pronti a prendermi contro e a darmi fastidio. Ma ci tornerò, incantato e ammaliato da siffatta concentrazione di scritture, parole, frasi, note, opere e omissioni. Intanto mi scolo il mio Negroni. Il primo di una lunga serie.
Vasco Rialzo