Il Lama in biblioteca
un inedito di Luca Martini per Biblioteca Salaborsa
Nelle biblioteche io ci sono nato.
Ci sono nato e cresciuto, e tenuto conto di tutto, penso anche di esser venuto su bene.
Ho studiato alla "Ginzburg", la biblioteca del quartiere bolognese nel quale sono nato e cresciuto, e lì mi sono laureato in giurisprudenza, fuori corso, è vero, ma ce l'ho fatta, e se non fossi stato in quelle sale studio a darci dentro non avrei conosciuto quella che oggi è mia moglie, e non scriverei neppure. Perchè se è vero che ho perso un po' di tempo, è anche vero che ho iniziato proprio lì a scrivere.
Successe un pomeriggio buio di dicembre.
Fuori faceva un freddo cane e mentre leggevo pagine noiosissime di un trattato di diritto commerciale ho seguito le richieste stentoree di un signore che voleva documentarsi su Luciano Lama.
Domandava a tutti se si ricordassero di Lama, ma nessun pareva averlo ancora a mente.
Lo chiedeva ai bibliotecari, che gli intimavano di fare silenzio, lo faceva con gli astanti, con gli studenti, con i frequentatori più attempati.
Niente.
Pareva che di quell'uomo non fosse rimasto nulla.
Così, dopo un po' mi sono alzato e l'ho raggiunto al suo banchetto, e gli ho detto che mi ricordavo bene di Luciano Lama.
"Davvero?" mi ha chiesto mostrando i suoi denti incapsulati e giallognoli.
E da lì è nata una conversazione di due ore, un soliloquio a dire il vero, che gli ho lasciato condurre nei meandri della politica e, soprattutto, della solitudine.
Quell'uomo solo non voleva far altro che parlare con qualcuno, e io l'ho assecondato, fissandomelo in mente come una istantanea sovraesposta.
Quella sera, lo ricordo bene, mi sono messo davanti al computer e ho scritto di quella storia, farcendola con fantasie almodovariane (uno strano e improbabile intreccio tra l'uomo e Luciano Lama, una specie di figlio illegittimo) e trovate pseudo alleniane (l'interlocutore era un dodicenne ebreo in procinto di affrontare il suo Bar Mitzvàh, tra mille dubbi e la paura di essere la reincarnazione del Dalai Lama).
"Il Lama in biblioteca", era questo il titolo che diedi a quel brano.
Da quel giorno ho iniziato a scrivere racconti, e l'ho fatto nei tempi morti del mio studio, barattando le pause fuori a fumare o a bere un caffè con gli appunti scritti a mano su enormi quadernoni a quadretti.
Per la cronaca, quel racconto era davvero pessimo, non ne conservo nemmeno il testo, soltanto la memoria.
Quel che porto con me è il viso di quell'uomo, l'odore dei libri di quella biblioteca e la fortuna di potermi aggirare per quelle sale che grondavano cultura e passione, le stesse che cerco di mettere ogni volta che mi trovo a scrivere qualcosa.